|

Home2020Aprile

Aprile 2020

Vivere è scegliere. Scegliere di impegnarsi, darsi da fare. Quando c’è un problema che riguarda il futuro, non si può rimanere indifferenti

Lo ha detto Marisa Rodano, partigiana oggi centenaria, ex parlamentare della Repubblica nelle fila del PCI.

Quello appena trascorso passerà alla storia come il 25 aprile della quarantena. I sorrisi, le parole, le celebrazioni, hanno lasciato il passo al silenzio delle strade, al timore per il contagio, alla stanchezza e all’incredulità per ciò che sta attraversando l’intero Pianeta.

Il nostro è un “quotidiano” stravolto e ribaltato.

Un agire sospettoso, uno slalom tra norme e decreti, degno del miglior discesista ancora in circolazione. Un vivere sospesi, cercando di accantonare le nubi e lottando perché ritorni il sole.

Tuttavia non so se si possa apostrofare tutto questo come una guerra. Alcuni autorevoli commentatori lo hanno fatto, ciò nonostante questo parallelismo stride con la storia, che rimane pur sempre “ricerca” e conoscenza”.

Potremmo dire che più che una guerra è in corso una “ gara”.

Una gara di solidarietà che ha coinvolto la stragrande maggioranza degli italiani e una gara per individuare quanto prima un vaccino contro il virus, unico elemento che possa davvero ripristinare le condizioni di vita antecedenti la pandemia che ci ha coinvolto.

Certo, come allora occorrerà costruire il dopo. Ridare al Paese fiducia, solidità, crescita.

Servirà rendere i luoghi di lavoro sicuri, riaprire le fabbriche e uffici, garantire all’economia diffusa di riaccendere i motori e tornare a produrre ricchezza.

Questa crisi economico/sanitaria scaverà un ulteriore fossato, tra chi ha tanto e tra i molti che hanno poco e che via via scivoleranno sempre più al di sotto delle soglie critiche della sussistenza.

Serve donare una nuova speranza all’Italia, in un contesto europeo consapevole e solidale, accantonando atteggiamenti ostativi e anacronistici figli di un ‘altra Europa. Senso di responsabilità e unità dovranno guidare il Paese fuori dalle secche.

Quella appena trascorsa è stata una Festa della Liberazione che mi ha fatto riflettere.

Ho visto e sentito cantare “Bella Ciao” dai balconi e dalle finestre, da anziani, adulti e bambini e mi sono ritrovato come tanti il cellulare intasato di video self made , che ritraevano registrazioni improvvisate del canto per antonomasia della Resistenza.

Se da un lato ho provato felicità per  questo senso di comunità legato a valori così importanti, da un altro mi sono detto che seppur straordinariamente importanti, non sono sufficienti le ricorrenze.

Gli ideali e lo spirito di chi ha lottato per la libertà contro la barbarie vive sempre, non solo di fronte ad eventi particolarmente significativi come quello del Coronavirus.

Mi auguro che terminata questa pandemia, si possa celebrare e far vivere quotidianamente le “parole d’ordine “ della lotta al nazifascismo, scolpite nella nostra Carta Costituzionale, sempre attuale e straordinariamente importante.

Libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia sociale, possano permeare i nostri giorni nel nostro vivere quotidiano.

Perché la Resistenza e la Lotta di Liberazione sono una cosa seria.

Salvatore Quasimodo, nell’epigrafe alla base del faro monumentale che sorge nella collina di Miana (Marzabotto) scrive: “Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio  di popolo voluto dai nazisti di Von Kesselring e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana”.

A Monte Sole e nelle frazioni vicine morirono 1830 persone inermi.  L’impegno a non dimenticare è ancora oggi, il miglior antidoto contro il virus dell’ignoranza e di ogni forma di intolleranza e di sopraffazione.

Devo essere onesto, in questo periodo di quarantena, come credo un po’ tutti, non sono mancati i momenti di scoramento e tristezza: dopo l’ennesima video-chiamata con i parenti e gli amici, tua figlia che ti chiede e richiede perché c’è il virus e quando finirà, le preoccupazioni per il lavoro, alcune tristi notizie che arrivano da persone a cui vuoi bene…

Uno scoramento alimentato inevitabilmente dall’incertezza del periodo che stiamo vivendo: quando finirà? Come ne usciremo? E se dovesse durare più del previsto? E se i dati dei contagi dovessero tornare ad alzarsi? Si potrà mai tornare a quella che fino a 2 mesi fa consideravamo normalità? Ha senso cercare di tornare alla “normalità” che ha portato all’attuale crisi?

Quando tutti questi dubbi mi affliggono e mi rendo conto che il mio ottimismo sta cedendo il passo ad una lenta depressione mi rifugio in Facebook per tornare ad avere fiducia: come potrebbe andare male con la quantità di esperti in gestione delle pandemie e “Fasi 2” che si ritrova questo Paese? Una massa enorme di epidemiologi, gestori di crisi, economisti, esperti di MES e Politiche europee, comunicatori politici e chi più ne ha più ne metta. Menti e braccia “in quarantena” che – sono sicuro – stiamo aspettando di sciogliere per quando il gioco si farà davvero duro.

All’interno di questa massa di persone dotate solo di certezze (dalla quale purtroppo sono escluso) ed ovviamente critiche rispetto ad ogni provvedimento e/o dichiarazione fatta dal Governo a livello nazionale ed europeo, c’è una categoria che per morbosità personale (ognuno ha le sue) mi incuriosisce e attira sempre più delle altre: i politici. Nello specifico quei politici che all’interno della maggioranza di governo non perdono occasione per fare “distinguo” e alimentare polemiche interne; che anche davanti una pandemia mondiale non riescono ad uscire dalle logiche dei loro giochetti e cambiare anche solo momentaneamente lo schema di gioco che hanno sempre utilizzato: alzare costantemente la posta in palio, minacciare crisi di partito e di governo per poter trattare un posticino in più, una delega in più, uno zero virgola in più nei sondaggi.

Membri e componenti di partiti e correnti più disparate – fomentati dai loro “leader maximi” (anche qui, ognuno i suoi) – non perdono occasione per criticare l’operato del Governo e della maggioranza che lo supporta (e di cui a volte fanno parte). Minacciano crisi di governo, rilasciano interviste, invocano elezioni (in piena pandemia! Le elezioni!)  lanciano segnali con i franchi tiratori in Parlamento: alcuni di loro fanno clamorosamente finta di ignorare che hanno fatto di tutto perché questo governo e questa strana maggioranza iniziassero il loro percorso (salvo poi rimanerci incastrati come dei piccoli alchimisti). Si indignano, s’infervorano, dicono e sostengono tutto ed il contrario di tutto e son sempre dalla parte giusta. Sono sempre loro che spiegano gli errori degli altri.

Orfini ieri ha scomodato addirittura Ingrao per rendere pubblico il proprio disappunto nei confronti del suo Partito e del Governo.

Ora lasciando stare le storie politiche dei singoli, il tema vero è che l’attuale classe politica (e dirigente) di maggioranza e opposizione pur avendo tutto il santissimo diritto di criticare questo governo e la maggioranza – che, ci tengo a precisare, non credo sia esente da errori – non rappresenta e non rappresenterà mai la soluzione, perché semplicemente è parte integrante del problema.

Quando penso alle alternative politiche all’attuale maggioranza mi vengono i brividi.

In un momento in cui bisognerebbe davvero ripensare le nostre società e le nostre democrazie, ripensare il welfare e come finanziarlo, ripensare a come rendere realmente sostenibile da un punto di vista ambientale, sociale ed economico il nostro sistema di sviluppo noi discutiamo di quando potrà ripartire il campionato di calcio, di quando si potrà tornare a messa o del perché una determinata attività può riaprire in una data invece che in un’altra. Come se nulla fosse. Come se l’attuale crisi sanitaria non avesse reso evidenti – ancora una volta – tutti i limiti della deregolamentazione e delle liberalizzazioni messe in atto dagli anni ’80 in poi.

Davvero l’obiettivo è quello di tornare a parlare di “porti aperti/porti chiusi”, del “privato che è più efficiente del pubblico”, “della riforma costituzionale”, “dei buonisti”, di “Euro si/Euro no” etc.? così, come se l’attuale crisi fosse stata solo un brutto sogno?

Ci strappiamo le vesti davanti l’Europa per chiedere “solidarietà” (a proposito: solitamente quando si chiede a qualcuno di condividere un debito per prima cosa bisognerebbe avere il buon senso di non insultarlo) ma mai – e dico mai – che ci si ponesse il problema della “solidarietà nazionale”:

  • patrimoniale sui milionari? Ma stiamo scherzando!?
  • Tassazione equiparata tra lavoro e capitali? Che oscenità!
  • Garantire un sistema di tassazione comune a livello europeo che non permetta deplorevoli fenomeni di dumping fiscale che con la crisi economica inevitabilmente si rafforzeranno? Eh si! e magari gli asini volano!

Nessuna forza politica che si ponga il problema di cambiare i propri assunti, messaggi e proposte. Che ritenga utile lanciare una riflessione seria sul futuro.

Ma qual è il problema? Non c’è tempo per queste cose. C’è da fare e condividere i MEME sull’ultimo discorso di Conte.

Per quella al prosciutto e quella al rosmarino…..(due teglie tonde diametro 28 circa, ma le potete fare anche rettangolari).

Ingredienti:

  • Farina 00 750g
  • Acqua 350g
  • Lievito di birra fresco 20g
  • Sale 10g
  • Zucchero un cucchiaio
  • Strutto 70 g (l’originale lo prevede, volendo potete sostituire con 2 bicchieri d’olio evo)
  • Prosciutto (la parte più stagionata) 150g
  • Oli evo, acqua qb e salamoia per condire quella neutra.

Procedimento:

Versare la farina sul tagliere e fare la fontana, unite lo strutto, a parte stemperare nell’acqua poco tiepida il lievito con lo zucchero, versare al centro e lavorarlo un po’ con le mani per amalgamare lo strutto e impastare. Verso la fine quando l’impatto comincia a prendere consistenza unire il sale, lavorare fino ad assorbimento, dividere in due ed in una parte aggiungere il prosciutto dopo averlo tagliato a quadretti piccoli (tenendone un po’ da parte per farcire la crescente prima di infornarla), impastare nuovamente e creare due belle palle lisce.

A questo punto mettere gli impasti in due ciotole e coprire con pellicola e fare lievitare del doppio (minimo due ore, ma dipende dalla temperatura esterna) tenendole in un luogo caldo, forno spento luce accesa.

Passata la lievitazione, ungere bene le teglie, mettervi gli impasti e aiutandosi con le mani leggermente unte stendere bene fino a misura di teglia, fare con i polpastrelli dei buchi schiacciando bene l’impatto, coprire e fare lievitare ancora fino al raddoppio.

Scaldare il forno a 200/210 gradi e cuocere per circa 25/30 minuti.

Prima di infornare: per quella bianca, pennellarla con acqua e olio amalgamati assieme e cospargerla do salamoia. Per quella al prosciutto, aggiungere i restanti quadretti sopra e passare un filo di olio e qualche chicco di sale grosso.

Abbiamo fatto una variante integrale:

Farina ai terra le 500g

Farina 00 150g,

Stessi ingredienti ma con olio e niente strutto.

Stesso procedimento ma prima di infornare le abbiamo condite così: pomodorini e pecorino, cipolla (precedentemente cotta al tegame) potete fare altre varianti con olive, con formaggio, con peperoni ecc. Abbinamento perfetto con salumi, formaggi e verdure sott’olio.

Buona crescente da

G&G

Bellissima e commuovente cerimonia, #Bologna e la sua gente, città intelligente e resistente, ricca di storia, ma ancor di più di memoria, o meglio di memorie che ancora celebrano le sue glorie, ma ricca anche di culture, capaci di sconfiggere le paure, donne e uomini uniti da diversi destini oggi lontani ma sempre gli uni agli altri vicini. Comune, Anpi e Regione hanno ragione non dimentichiamo le nostre persone, i tanti caduti per la libertà in una piazza vuota ma che presto si riempirà. Luogo centrale e di incontro, luogo di vita vissuta e di vita da vivere, luogo che non accetta l’affronto di chi ci vuole sopprimere. Sia un virus, il terrorismo o la guerra un monito parte da questa terra: ora come allora sarà la nostra presenza e la continua resistenza a creare una nuova città da poter vivere e scoprire in libertà.
Viva la Resistenza
Viva Bologna
Viva il 25 Aprile
Viva l’Italia
Viva la Repubblica

Procediamo con le lezioni di pilates di Rossana Mina, ballerina professionista e insegnante di danza e pilates. La lezione di oggi prevede l’utilizzo di un elastico o di una semplice cintura accappatoio.

Istruzioni generali per ottenere risultati positivi

  • Precedere ogni movimento con un respiro;
  • Impostare l’esercizio prima di iniziare a muoversi;
  • Concentrarsi sui muscoli che saranno coinvolti;
  • Allineare la testa alla colonna vertebrale;
  • Portare lo sguardo in avanti, in linea con la posizione della testa;
  • Respirare durante l’intero esercizio;
  • Tenere le spalle e il collo rilassati;
  • Creare lunghe linee immaginarie durante i movimenti;
  • Muoversi in maniera fluida.

Sono una docente universitaria Unibo in pensione. Vorrei mettere in luce un aspetto della tragedia Coronavirus che potrebbe diventare “legge” con la Fase 2, almeno a quanto scrivono alcuni quotidiani. Il “Corriere della sera” del 14 aprile scorso ha intitolato un articolo “La fase 2 dal 4 maggio: uscite scaglionate per fasce d’età. Le app e il piano per gli over 70”, per specificare nel sommario “Le ipotesi allo studio: un archivio telematico sostituirà le autocertificazioni. Residenze e sussidi per proteggere gli anziani.”

Si tratta di un aspetto che mi riguarda personalmente: appartengo infatti alla generazione dei settantenni et ultra che non hanno avuto ancora il buon gusto o meglio il buonsenso di andare subito al creatore. Procediamo per punti:

1) La giornalista, Fiorenza Sarzanini, precisa: “[…] adesso si proteggerà questa generazione prevedendo tempi più lunghi per il ritorno alla vita normale o comunque percorsi diversificati per effettuare gli spostamenti. E tenendo conto di chi oltre all’età ha anche problemi di salute cronici”.

A parte l’oscura espressione “prevedendo percorsi diversificati per effettuare spostamenti” (io passo di qua, tu di là…), non occorre un genio per capire che non gode di alcun fondamento logico l’ipotesi di “scaglionare” la “liberazione” dei cittadini sulla base dell’età e delle patologie. Che un settantenne venga “rilasciato” buon ultimo (quando? Si parla di fine anno!!!) o che lo sia assieme ai 20-60enni che differenza fa? Siamo sicuri che quando la sospirata libertà toccherà al settantenne, TUTTI gli altri saranno COMPLETAMENTE guariti o stabilmente sani, pronti ad accogliere l’ingresso dei nonni in società con un caloroso applauso collettivo?

2) Nell’articolo la giornalista riporta le parole di Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute, che sostiene la necessità di “proteggere” gli anziani, un verbo ritenuto evidentemente molto espressivo, se ricorre altre varie volte all’interno del pezzo. Non fosse del tutto inappropriata, potrebbe destare qualche ilarità questa improvvisa ansia paternalistica quando fino a pochi giorni fa le Case di riposo per anziani non hanno ricevuto alcuna attenzione e di conseguenza alcun sussidio.

Penso che le persone – soprattutto se confortate da lunghi anni di esperienza e forse di saggezza – siano ben in grado di autoproteggersi, persino da quella manica multigenerazionale di veri assassini (è la parola) che a Pasqua e Pasquetta affollavano strade e autostrade o si abbandonavano, senza protezione alcuna, ad allegri barbecue sui tetti.

Non è certo tenendoci rinchiusi che ci sentiremo “protetti”. Ci sentiremo, invece, sempre più depressi assistendo alla felicità di tutti gli altri, comprese le persone a cui volevamo bene (ora non più) che se ne andranno liberamente a spasso e in vacanza; sempre più ghettizzati, come fossimo noi gli “untori”. A proposito: cosa sono le “apposite residenze” di cui si legge nell’articolo? La butto lì: non è che si potrebbe configurare il sequestro di persona?

3) Ma, parlando di residenze, si è tenuto conto del fatto che alcuni di noi (che da “settantenni-con-patologie-e-sfigati” potrebbero salire di status rappresentando una minoranza di “settantenni-con-patologie-e-fortunatisifaperdire”) potrebbero da soli o accompagnati da qualche < 70enne, preventivamente liberato e naturalmente sano, raggiungere le seconde case e da soli dedicarsi a quei due passi quotidiani tanto e sempre raccomandati dai medici, e che potrebbero costituire una vera – alla lettera – “boccata d’aria” dopo tante settimane (mesi?) di forzata permanenza in casa?

Ma poi, quando libereranno gli ultimi scaglioni di quanti nel frattempo non si sono suicidati o non sono stati ricoverati in manicomio (ottima occasione per rimetterli in tiro), sarà bellissimo andare al mare a prendere il sole di dicembre che tanto bene fa alle nostre povere ossa ormai totalmente decalcificate.

E insomma: che fine ha fatto l’ipocrita, compassionevole rammarico sulla “solitudine dei nostri poveri vecchi” con cui negli ultimi tempi certa stampa e televisione ci hanno insopportabilmente ammorbato?

Già, la solitudine. Una volta, arrivata l’estate, si diceva: “Non lasciate soli in città gli anziani”. Si diceva anche: “Non abbandonate i cani”. Beh, i cani almeno l’hanno sfangata.

Grata per l’attenzione, con i miei più cordiali saluti,

Paola Giovanelli

N.B. Su Change.org è possibile firmare la Petizione: #Covid19 e restrizioni selettive. I diritti costituzionali degli anziani.

“… Larry era un argomento molto controverso” ricorda Michael Jordan.

“La gente mi chiede spesso quale sia secondo me il miglior quintetto di tutti i tempi. Quando arrivo all’ala piccola e nomino Bird, di solito mi viene chiesto: stai scherzando? Non c’è paragone con LeBron James. Io rispondo: voi non capite, Larry Bird è la miglior ala piccola che abbia mai giocato su un campo da basket. Per apprezzare del tutto Bird, devi conoscere a fondo il gioco. Devi essere uno che ne capisce. Non era un giocatore atletico che schiacciava in testa alla gente, era lentissimo … non aveva la forza fisica di molti dei giocatori di colore che hanno giocato nella NBA. Ma se vai al Madison, la mecca del basket a New York City, e chiedi cosa ne pensano di Larry Bird, la risposta è sempre: un grandissimo giocatore perché faceva di tutto …”.

Il basket come lo conosciamo adesso, quello rutilante e superstar della NBA agli albori, quando per risollevarsi dalla crisi e dall’indifferenza (sembra impossibile anche solo immaginarlo, ma solo 40 anni fa nessuno, ripeto nessuno, voleva vedere una partita in TV e nei palazzi, immense cattedrali nel, letteralmente, deserto si sperdevano meno della metà degli spettatori oggi richiamati da una squadra di media Lega A) il commissioner dell’epoca non ebbe altra possibilità se non affidarsi al carisma, alla forza, alla bravura ed alla ferocia di due esordienti, le stelle delle università di Indiana State e di Michigan State.

Fu, naturalmente, una storia di successo perché sembrava scritta da uno sceneggiatore bravo di Hollywood, uno di quelli che fecero grande la mecca del cinema.

Il bianco (un contadino del grande nulla del midwest cresciuto a birra, stetson a tesa larga, mugugni e silenzi tipici dell’immensa prateria) e il nero (un figlio del ghetto, magari non uno dei più pericolosi ma pur sempre ghetto, che vede la propria visione del mondo trascolorata nel sorriso a tutti i costi e high five ad altezze siderali alla ricerca di un perenne showtime). Ancora, un’ala grande dal tiro mortifero e dalla visione di gioco millanta anni avanti rispetto a quella dei mortali che dividevano il campo con lui, dal passaggio magico e dalla grinta degna di quella di John Wayne nonostante una fisicità da riformato alla visita di leva, contro il play di due metri dalla visione di gioco millanta anni avanti rispetto a quella dei mortali che dividevano il campo con lui, dal passaggio magico (magic come un marchio di fabbrica, come un logo, un brand, come il nickname che ancora si porta appresso) e dalla propensione a far sembrare facile tutto ciò che di difficile, difficilerrimo, invece inventava.

Signori e Signore, la storia di Larry Bird & Earvin Magic Johnson è servita in questo “Il basket eravamo noi – Larry Bird & Earvin Magic Johnson” edito da Baldini&Castaldi nel 2015 (e di cui ringrazio sentitamente Claudio the old Vezzi).

Intendiamoci. Il libro, in sé, non è granché. La scrittura (ma forse dovrei dire la traduzione) è pesante, ripetitiva e, oggettivamente, o sei appassionato di basket, e di quel basket, quello dell’ultimo ventennio del secolo scorso, di poco appeal.

Però si può capire cosa provi chi vide la NBA solo con le prime avventurose differite di Capodistria ad inizio ’80 (anche se si beava già dei racconti dei califfi che erano stati di là ed avevano visto magari una partita e degli articoli sparuti dei “Giganti del Basket”) sdraiato sul divano, col gesso poggiato su una montagna di cuscini cercando di non pensare all’astragalo frantumato giocando alla palestra del Fermi nel rileggere di chi fu il mito del suo immaturo immaginario di allora: Larry Bird, bianco, lento, gran tiro ed immensa visione del gioco. E ripensare a come fu facile (e romantico) immedesimarsi in lui quando, nei playground di Perugia ti conoscevano come il figlio di Fultz (capelli lunghi alle spalle, fascia di spugna in testa, 11 sulle spalle e gran tiro mancino; in più unico tifoso in città, e in regione, della Vnera).

E di quando comprai l’unica maglietta celebrativa della mia vita.

Era verde come il trifoglio d’Irlanda e aveva un enorme 33 stampato sulla schiena.

In  serate che rischiano di essere tutte uguali, queste al tempo del Coronavirus, capita di saltellare da un canale televisivo ad un altro, cercando qualche informazione più approfondita su quello che sta accadendo nel mondo.

Insomma, come tutti, proviamo a capirci un po’ di più rispetto ad un qualcosa di invisibile che ci ha rapidamente rivoluzionato la vita.

Ciò che appare immediatamente chiaro è che le principali testate giornalistiche e di approfondimento hanno dato fondo a tutti i contatti possibile inondandoci di virologi, epidemiologi, scienziati, medici.

Non è stato tralasciato nessuno. Tutti in campo.

Ora, non vi sarebbe nulla di male se non fosse che avremo tutti sentito almeno decine di opinioni diverse in relazione alla curva dei contagi, alla mortalità, alle mascherine, alla così detta “fase 2”.

Una babele di voci, tutte autorevoli per carità, ma che poco hanno a che fare con l’approfondimento e lo studio e molto attinenti invece all’audience televisiva.

Tralascio la consueta conferenza stampa delle ore 18 in diretta dalla Protezione Civile, sgrano invece gli occhi di fronte alle percentuali. Gli exit poll del dolore, dove tendenze, curve, andamenti, si allineano perfettamente alle intenzioni di voto per questo o quel partito.

In mezzo a questo caos organizzato, fa capolino la politica.

Da un lato, intimorita come non mai che quasi sembra chiedere:  “permesso? Si Può?”, da un altro scomposta e fuori tempo.

Ad esclusione degli stop and go del Presidente del Consiglio, comandante virtuale di un vascello che imbarca acqua da tutte le parti, il resto sono comparsate televisive che poco aggiungono, in quanto subordinate a decisioni “altre” prese su altri tavoli.

A questo si aggiunge il vociare indistinto delle  singole Regioni. Uno spezzatino normativo che mostra i suoi limiti nel momento peggiore per mostrarli. Probabilmente, senza tornare al passato, occorrerà una riflessione approfondita sull’autonomia regionale al di la delle logiche politiche di parte.

Figuriamoci, lungi dal considerare che altri paesi europei si siano comportati meglio di noi, l’imponenza della pandemia è tale che chiunque avrebbe avuto difficoltà in mezzo a questo tsunami. Tuttavia in Italia qualcosa non torna. Qualcosa manca.

Manca il senso dello Stato, la consapevolezza della sfida in campo, una politica credibile, autorevole e all’altezza.

Probabilmente potrà sembrare banale, tuttavia ritengo che per compiere scelte così importanti e difficili il Governo debba attingere dalle  migliori energie e intelligenze scientifiche presenti, ma poi debba decidere.

E per decidere non servono comitati e sottocomitati composti da un numero infinito di persone, bastano poche persone e qualificate.

Insomma, gli esperti consigliano, la politica, in base a quei consigli indica la strada da seguire.

Serve  a dare ordine alle cose e a rassicurare un Pese scosso ed impaurito da una crisi sanitaria ed economica senza precedenti. Serve per ripartire con serietà e attenzione.

Guardo l’ora. Ormai è tarda notte. L’ eco delle dichiarazioni pubbliche è terminata. Torna il silenzio. Rimangono i dubbi e le domande.

“Il Metodo Pilates sviluppa il corpo uniformemente, corregge la postura, ripristina la vitalità, rinvigorisce la mente ed eleva lo spirito.” J.H.Pilates in “Return To Life Through Contrology”

Il pilates, metodo che si basa su una combinazione delle tradizioni orientali e occidentali, permette di lavorare sull’allungamento, la flessibilità e la tonificazione dei grandi muscoli, con effetti e azione contemporanei sui piccoli muscoli interni decisivi per il mantenimento di una corretta postura e un allineamento armonioso della colonna vertebrale.

Un programma di allenamento fisico e mentale che considera il corpo e la mente come una sola unità con l’obiettivo primario di migliorare il coordinamento e di acquisire consapevolezza e responsabilità sul nostro stato fisico ai fini di migliorare la qualità della vita.

L’ideatore del metodo, Joseph Pilates, che dedicò una vita all’osservazione del corpo umano e del suo funzionamento naturale, lo chiamò “Controllogia” per definire sinteticamente l’arte dello sviluppo condizionato e coordinato del sistema “corpo-mente-spirito” attraverso movimenti guidati sotto stretto controllo della volontà.

I benefici del pilates

  • Sviluppa la forma fisica in ogni suo aspetto: forza, flessibilità, coordinazione, velocità, agilità e resistenza.
  • Aumenta la consapevolezza del proprio corpo.
  • Migliora il controllo del corpo.
  • Insegna la corretta attivazione muscolare.
  • Corregge postura e allineamento.
  • Facilita il funzionamento ottimale degli organi interni.
  • Focalizza l’attenzione sulla respirazione e sui benefici fisici e psicologici ad essa correlati.
  • Offre un mezzo per la concentrazione.
  • Promuove il rilassamento e il rilascio della tensione.
  • Aiuta a mantenere in ottimo stato sia la struttura muscolare che quella ossea.
  • Costituisce un’attività sicura, efficace e senza impatto per le donne in gravidanza.
  • Funge da allenamento per obiettivi di natura atletica e per attività quotidiane.
  • Distribuisce la massa corporea in modo più gradevole dal punto di vista estetico.
  • Rappresenta un percorso verso l’armonia interiore attraverso la forma fisica.

Istruzioni generali per ottenere risultati positivi

  • Precedere ogni movimento con un respiro;
  • Impostare l’esercizio prima di iniziare a muoversi;
  • Concentrarsi sui muscoli che saranno coinvolti;
  • Allineare la testa alla colonna vertebrale;
  • Portare lo sguardo in avanti, in linea con la posizione della testa;
  • Respirare durante l’intero esercizio;
  • Tenere le spalle e il collo rilassati;
  • Creare lunghe linee immaginarie durante i movimenti;
  • Muoversi in maniera fluida.

“Muoversi in armonia, con tutto ciò che è fuori e dentro di noi, vuol dire aver raggiunto il benessere”

La guerra contro il coronavirus e’ in pieno svolgimento . Sara’ lunga e richiede’ molti sacrifici. L’arma decisiva e ‘finale’, il vaccino, sarà’ forse pronto fra 12 mesi. Tutti i Paesi ormai annunciano di ‘essere in guerra’. 

L’uso della parola ‘Guerra’ per indicare la lotta contro un pericolo o una minaccia e’ recente: la guerra ai tumori, all ‘Aids, al terrorismo, all’ignoranza, alla povertà’ (Johnson, nel 64, per fare approvare ad un congresso riottoso il più’ coraggioso programma di giustizia sociale mai attuato negli USA dovette usare la parola guerra: votare contro sarebbe diventato anti patriottico).

E cosi’ giornali, tv, politici ed opinione pubblica adattano il linguaggio. ‘Ci vuole un Piano Marshall!’ ‘Schierare l’esercito!’ Medici e infermieri ‘lottano in Prima Linea!’. Di per sé nulla di grave  se non fosse che nella psiche collettiva al richiamo della guerra potrebbero subentrare le tentazioni delle guerre reali e dei dopoguerra reali. A tal proposito è’ stato pubblicato un magistrale saggio di Susan Sontag del 1978 https://www.nybooks.com/articles/1978/02/23/disease-as-political-metaphor/.

Il Presidente magiaro Orban per primo ha dato l’esempio, richiedendo ed ottenendo i Pieni poteri. Trump, dal canto suo, ha utilizzato una legge dimenticata risalente alla guerra di Corea (1953) per sequestrare nel porto di Bangkok (e dirottare poi verso gli USA) un carico di materiale sanitario in viaggio dal Vietnam alla Germania. Qualche governo ha autorizzato misure che richiamano più’ o meno letteralmente lo ‘Sparate a vista’ (Filippine, Brasile).

Sempre Trump ha attaccato l’OMS , rea di non etichettare la pandemia con il bollino ’cinese’ e annunciato che gli USA non verseranno più il proprio contributo.

Il nostro Capitano, reduce dalla guerra ai barconi,  aveva chiesto i pieni poteri già’ da dimissionario ( forse in previsione della futura influenza stagionale). Avesse potuto ,ora non si sarebbe tirato indietro e non avrebbe sfigurato . 

Proviamo ad immaginare : 

Prima avrebbe detto che lui non avrebbe mai chiuso l’italia  ( in effetti lo ha detto da civile cittadino ), si sarebbe fatto un drink al Papete, poi avrebbe chiuso i porti in Sicilia e Puglia , indi avrebbe schierato l’ Esercito, avrebbe intimato alla Fiat di produrre mascherine e avrebbe fatto discorsi trionfanti all’audience mediatica vestito da Chirurgo.  L’utilizzo di social e reti televisive 24 ore non stop sarebbe diventato un obbligo di servizio pubblico (le domande ovviamente solo se compiacenti). Solerti servizi di sicurezza avrebbero scoperto in un capannone di Prato un carico di mascherine sottratte al popolo. Il mantra utilizzato: gli Italiani prima di tutto! Ma almeno ci saremmo risparmiati il Fontana ed  il Gallera quotidiani !

__________________________

La ‘guerra’ alla pandemia e’ un controsenso. La guerra è’ fatta di uomini contro uomini, e’ la forma più’ estrema di movimentazione di uomini e mezzi.  E’ promiscuità, incursioni, ritirate, rastrellamenti. Per questa guerra invece dobbiamo stare a casa ed aspettare, ci portano persino la spesa a domicilio e ci riempiono di serie televisive.
Gli oppositori alla conduzione della guerra invece di andare in galera o davanti al plotone di esecuzione sono liberi di scorrazzare tra le radio, i giornali e le TV.
La stessa Quarantena e’ un abuso linguistico. In quarantena si stava chiusi in una nave, oppure su un isola, o dentro una citta’ murata. Ma pure in quelle condizioni strette la vita ‘sociale’ non era ridotta alla famiglia. Stavolta ci troviamo di fronte ad una quarantena e ad un ‘distanziamento sociale’ che sono l’opposto della civiltà’ urbana; la possibilità’ di comunicare e’ enorme, priva di confini, i corpi invece diventano inaccessibili. Una specie di ritorno alla società’ agraria, dove le distanze esistevano anche fra padre e figli. Praticamente un esperimento senza precedenti fra confini fisici anacronistici e comunicazione sconfinata.

——————————
Ma andiamo con ordine. I Flagelli dovuti a batteri, germi e virus ci sono sempre stati. Alcuni endemici, come il vaiolo e la malaria, altri periodici come le pesti ed il colera. Nelle altre epoche non si evocava la guerra per difendersi dalle piaghe micidiali.
Le guerre erano cruente ma facevano pochi morti. Si moriva più’ per le ferite che in battaglia. Il vero flagello era rappresentato dalle razzie e dalle violenze che gli eserciti erano liberi di compiere nelle campagne, ed eventualmente nelle città’ vinte. Il soldo della soldataglia era rappresentato in gran parte da queste licenze.
La peste invece quando arrivava non conosceva vinti e vincitori, ricchi e poveri, potenti od oppressi – la famosa Livella sociale.
La prima peste ‘mondiale’ e’ ‘nera‘  ed arriva in Europa dall’oriente a circa metà’ del 300.  Gli storici ci dicono che i Mongoli (da molto tempo signori della Via della Seta) mentre cingevano d’assedio i Genovesi a Caffa (città fortificata sotto il controllo della Serenissima in Crimea) portavano con loro’ i germi della terribile pestilenza. E nonostante la loro straripante superiorità’ di mezzi e uomini, non riuscivano a smaltire la quantità’ di morti che ogni giorno si verificava tra le loro truppe a causa della malattia. Decisero allora di catapultare  migliaia di cadaveri nella città’ assediata. Pensavano che fetore e contagio avrebbero posto fine alla resistenza della città’. I genovesi, gente tosta, tra la morte per peste o per impalatura scelsero di resistere. Finito l’assedio per esaurimento e decimazione dei mongoli, i pochi Genovesi superstiti (immunizzati ed immuni) presero la via del ritorno ma  portarono con loro la peste in Europa (probabilmente furono i topi nelle stive). Finì’ così’ la prima guerra batteriologica documentata, ma continuo’ il viaggio della pestilenza.  Ogni scalo un piccolo focolaio. A quei tempi la peste impiego’ un decennio a fare il giro d’Europa.  
A Firenze, città’ in grande sviluppo (sempre gli storici ci informano) la popolazione diminuì’ tra il 30 ed il 40%. Il problema abitativo, a lungo la più’ grave preoccupazione del Comune, trovo’ una temporanea soluzione.
Stranieri, vagabondi, mendicanti, medici malfidati furono subito sospettati di essere i portatori di sventura. Anche i peccatori non se la passarono liscia. Alla pulizia (la scopa del Manzoni) della peste fece una piccola aggiunta anche l’eliminazione di parte degli appartenenti alle categorie prima menzionate. 
Nei paesi un po’ sopra le Alpi – Catalogna, Svizzera e città’ renane (sempre più’ precisi e scientifici di noi) – si dedusse che, essendo la punizione inviata dal buon Dio, gli agenti pestilenziali non potevano che essere gli ebrei. Interi quartieri furono dati alle fiamme, i loro beni confiscati ed i pochi superstiti esiliati. Fu’ il primo sterminio su larga scala e su base etnica della storia moderna. Il Papa cercò’ di scagionarli , ma non avendo il potere o il volere di occuparsi di loro, lascio’ fare, per cui anche in italia vi furono delitti contro gli ebrei, seppur di minore entità’ .
L’unica e duratura lezione scientifica fu l’invenzione e l’adozione da parte dei veneziani della profilassi della quarantena. Termine ancora adesso assunto lessicalmente nelle lingue occidentali .
A metà’ del ‘600 arrivo’ la piaga dei ‘bubboni’ (del Manzoni per intenderci). Anche questa volta la rincorsa a cercare gli agenti nemici, gli stranieri, gli anticristo ecc. non manco’. Col suo seguito di soprusi, delitti, miserie e subitanee processioni ed invocazioni all Altissimo (che qualche miracolo dispenso’) 
In realtà un altro terribile flagello era in corso da tempo ma non fece notizia: lo sterminio dei nativi americani da parte dei Conquistadores. Gli agenti patogeni che gli europei si portavano appresso erano sconosciuti ai nativi e ne uccisero di più’ le malattie che la spada.

Senza queste armi (alcuni storici hanno calcolato) la Conquista non sarebbe stata né certa né rapida. Fu una strage enorme, ma essendo trasportata da agenti cristianissimi e molto pii, le fu risparmiata l’etichetta di ‘Cattolica’ (oppure ‘Europea’). 
Altre epidemie, stavolta da Colera, si susseguirono nel secolo XIX, anche queste provenienti da oriente. Mentre nei paesi mediterranei si continuava a confidare sulle processioni e sulle penitenze corpree, un medico inglese a metà’ ottocento scoprì’ che gli agenti patogeni si diffondevano tramite le condutture di una fonte di acqua. Da lì’ prese forza la rincorsa alle indagini scientifiche sulle cause delle pestilenze.
La Spagnola del 1918 sembra arrivasse dal Kansas, ma guadagno‘ il suo nome dal fatto che i giornali spagnoli, godendo della libertà’ di un paese non in guerra, furono i primi a riportare gli effetti che stava avendo in patria. Gli altri giornalisti (essendo embedded presso i rispettivi  paesi in guerra) non potevano parlare della piaga nazionale, per non aiutare il nemico, e così’ finivano per parlare solo dell’epidemia spagnola.
Nonostante il numero dei morti fosse di gran lungo superiore a quello causato dalla guerra, governanti e governati avevano gia’ il loro da fare per superare i traumi del primo grande conflitto mondiale, e finirono per non dare importanza storico – culturale all’accadimento. Nessun libro di testo scolastico ne parla. 
La Spagnola non ebbe pertanto accesso allo stesso rango delle grandi peste moderne. Il Coronavirus si guadagnera’ invece, stiamone certi, i galloni della grande Storia. L’affannosa ricerca di vaccini e cure, il ritorno sulla scena di scienziati e specialisti non ci sia di conforto e non ci dia troppe certezze sugli esiti sociali e politici di questo accadimento, epocale e globale. Fake news colossali , adeguate all’entità’ della sfida, sono già’ all’opera, manipolazioni dei dati e della realtà’ saranno il pane quotidiano delle fasi 2, 3, 4. Al contrario, la notorietà’ di OMS, ISS e comitati scientifici vari avra’ vita breve.
Vaccini e cure, quando arriveranno, saranno oggetto di contesa elettorale e di potere. Nei paesi a democrazia ‘rinforzata’ diventeranno merce da dispensare dall’alto al basso. I singoli stati tenteranno la chiusura all’interno, come fecero i liberi Comuni Italiani nel momento del loro massimo fulgore.

P.S. Quanto scritto e’ il sunto, molto libero, di letture di articoli e di libri consultati in questi giorni, fra i quali:

  • Armi, acciaio e malattie: Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, di Jared Diamond
  • Plagues and Peoples di W. Mac Neill

(seguirà’ un articolo sulle conseguenze economiche e storiche delle guerre e delle pestilenze)

“Oggi Marsiglia non è più quella dei miei avventurosi diciott’anni. E’ più vasta. Più chiara. Più diluita in una periferia venuta su negli ultimi trent’anni. Anche lì la guerra, distruggendo, ha rinnovato. A colmare i vuoti aperti dai bombardamenti, prima tedeschi poi americani, sono sorti enormi blocchi di cemento, sforacchiati da finestre. Altri quartieri, in rapida avanzata, si sono staccati dai vecchi margini della città, arrampicandosi sulle alture circostanti …”.

Attore e boxeur, ballerino e geniere, bon vivant nella Versilia felix del dopoguerra e giornalista (La Gazzetta di Livorno, Il Mondo, L’Europeo, Il Giorno, L’Espresso), amante di Marsiglia e dei suoi duri dal “cuore tenero” immortalati nei film di Gabin e Duvivier. Questo è molto altro è stato Giancarlo Fusco (LaSpezia 1915, Roma 1984), uno che piaceva ai due Gianni (Brera e Mura) o al Beppe (Viola). Soprattutto è l’autore dell’irresistibile “Duri a Marsiglia in cui un adolescente italiano che si fa chiamare Charles Fiori vive una vita d’avventure tra gangster corsi e calabresi dai panciotti colorati e dai nomi assurdi, in guerre senza quartiere e molteplici traffici dando vita a quello che Arpino definiva “… un feuilleton inesausto, tutto giocato sull’onda del filone “nero” francioso, un po’ Gabin e un po’ teatro d’abord, tanto cinema in sequenza e grani di Prévert sparsi qua e là …” e dell’altrettanto picaresco “A Roma con Bubù” in cui i due amici, il protagonista e Bubù, devono abbandonare Milano per Roma (“…Sistemata la nostra partita doppia … passammo al settore sentimentale. Nel quale io e Bubù avevamo problemi molto diversi. Qualitativi i suoi, quantitativi i miei. Anche in fatto di donne … conviene seguire l’esempio di quei risparmiatoripridenti che distribuiscono le loro economie in diverse banche, anziché concentrarli in una sola … Quindi conviene, finchè si può, spezzettarsi il cuore, seguendo le apposite perforature, e distribuirne i frammenti a un certo numero di signore. Numero che può variare … a seconda della quantità di cuore disponibile … Così, per non andarmene da Milano senza cuore, dovetti fare il giro delle depositarie e riprendermelo pezzo per pezzo. In genere, non incontrai difficoltà. Le donne che, in partenza, si accontentano di un pezzetto di cuore, sono molto più ragionevoli di quelle che, invece, lo pretendono tutto … sodo, scarlatto , carnoso. Simile a quei meravigliosi peperoni rossi che crescono negli orti attorno a Napoli. Palpitante, fiducioso, obbediente come un barboncino. Utilizzabile, all’occorrenza, come posacarte e puntaspilli. Comunque, non il mio …”).

Da non perdere se avete amato i romanzi e i racconti di Izzo e Malet o Manchette, i fumetti di Tardi ed i film di Jean-Pierre Melville o Julien Duvivier.

“… ecco, dottor Ranta, penso che lei abbia mentito a molte persone, e in particolare, credo, a molte donne. Adesso è successo qualcosa che forse non le era mai capitato prima. Una donna le ha mentito e lei ci è cascato in pieno. Non le farà piacere, ma forse le insegnerà cosa si prova a essere presi in giro. Non c’è nessuna ragazza …”.

Nel 1970 la mondatori iniziò la pubblicazione di un a collana tascabile di libri per ragazzi che si chiamava “Il giallo dei ragazzi” che, sulla falsariga del Giallo Mondatori (cui evidentemente la collana si ispirava) era contraddistinta da una copertina di colore giallo al centro della quale troneggiava l’immagine di un grande illustratore dell’epoca (uno per ognuna delle diverse serie che componevano la collana stessa: protagonisti dei romanzi potevano essere infatti gli HardyBoys o NancyDrew,  i 3 investigatori o i PimlicoBoys, Rossana o Marcello&Andrea, il TrioGrimaldi o Laura&Isabella o ancora Gli Irregulars).

La serie, fortunatissima e ora di culto (non è strano trovare i vecchi numeri sulle bancarelle delle fiere specializzate anche a decine di euro ognuno), durò fino al 1984 per un totale di 174 uscite editoriali.

Ma perché rifarsi a gialli, e letteratura, per ragazzi, parlando dei romanzi di Alexander McCall Smith, scrittore e giurista britannico di origini scozzesi nato in Zimbabwe ed inventore della detective Precious Ramotswe, responsabile della N°1 Ladies’DetectiveAgency di Gaborone in Botswana (dal cui “Le lacrime della giraffa” , la seconda avventura della serie, è tratto l’estratto sopra riportato)?

La scrittura, a prima vista, potrebbe già dare una risposta: semplice, piana, discorsiva, priva cioè di sovrastrutture e scevra di metatesti o dubbie interpretazioni. Un perfetto esempio di letteratura fine a se stessa e che non richiede di addentrarsi in doppi o tripli piani di lettura. O le storie stesse, che non sono incentrate su complicati meccanismi o complotti ipersofisticati.

E la risoluzione degli stressi enigmi, comprendendo in questo caso anche il procedere delle indagini, che segue un filo logico lineare ed indiscutibile privilegiando la capacità di analisi ed una notevole dose di buon senso applicato alla vita.

Una scrittura, ed un’idea del giallo, che riportano un po’ a tanta letteratura di genere anglosassone, da Miss Marple a Poirot, senza però crogiolarsi nella campagnola malizia dell’una o nell’arzigogolato retropensiero dell’altro.

E trovando la propria forza d’interesse (facendo la tara ad un certo sapore  neocolonialista che vede, per dirla con Shaftesbury, nei nativi africani quasi sempre “quella semplicità dei modi, quel comportamento innocente, spesso noto ai meri selvaggi prima che fossero corrotti dai nostri commerci”) nella descrizione di un’Africa (l’agenzia della signora Ramotswe si trova, come detto, in Botswana, ma lo Zimbabwe e il SudAfrica sono gli altri scenari dove le sue indagini si svolgono) insolita ma che si intuisce straordinariamente vera.

Ingredienti per circa 10 crêpes dal diametro di 28 cm

  • 3 uova
  • 250 g farina
  • 500 g latte
  • Sale un pizzico
  • ( burro x ungere la padella o olio se preferite )

Ingredienti per la farcitura

  • 1 mazzo di asparagi
  • 1 cipollotto bianco
  • 500g circa di burrata
  • Noce moscata
  • Sale q.b
  • Olio evo

Ingredienti per la besciamella

  • 250 g di latte
  • 250 g acqua di cottura degli asparagi ( x alleggerire la besciamella )
  • 30 g di farina
  • 30 g di olio evo

Parmigiano qb per la gratinatura

Procedimento

Preparare prima l’impasto delle crêpes mescolando tutti gli ingredienti e farlo riposare in frigorifero almeno per 30 minuti. Se risultano dei grumi filtrarlo con un colino; deve essere liscio.
Scaldare la padella, ungerla leggermente e versare un mestolo di impasto fuori dal fuoco, girarlo su se stesso in modo da stenderlo in tutta la padella creando uno strato sottile; tornare sul fuoco, cuocerla pochi minuti e dopo girarla aiutandosi con una spatola; farla cuocere un minuto poi toglierla e procedere così fino alla cottura di tutte le crêpes.

Pulire gli asparagi e pelarli con il pelapatate nella parte finale .. tagliarli a rondelle un po’ in diagonale conservando intere le punte (la parte finale poi andrà lessata). Tagliare sottile il cipollotto e farlo stufare in una padella con un filo di olio; aggiungere gli asparagi tagliati e cuocere per qualche minuto; unire il sale e spegnere (devono rimanere al dente). La parte finale intanto lessarla in acqua.

Preparale la besciamella unendo il latte con l’acqua di cottura verde e portare a bollore; intanto stemperare l’olio e la farina farli leggermente intiepidìre; versarli mescolando con la frusta nel latte e acqua; riportare a bollore e cuocere sempre mescolando per qualche minuto. Correggere di sale e noce moscata.

Per la farcia: in una ciotola unire la burrata e mescolarla in modo da romperla un po’ (non troppo); aggiungere gli asparagi e assaggiare di sale; un filo d’olio e un mestolo di besciamella tiepido (l’impasto deve risultare morbido ma non liquido). Stendere la farcia sulle crêpes chiudendole poi a metà è ancora a metà, adagiarle in una teglia da forno leggermente cosparsa di besciamella; ricoprirla anche sopra con poca besciamella, parmigiano e una punta di asparago.

Gratinate poi in forno a 220 gradi per 10 min circa

Buona Pasqua da
G&G