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Maggio 2020

Quando i giornali e i telegiornali parlano dell’Unione europea lo fanno attraverso una serie di sigle, anglicismi, termini tecnici, che suscitano in noi cittadini e lettori tanta confusione. Anche in questo periodo di emergenza Covid la situazione non è migliorata, anzi! Un susseguirsi ed un rincorrersi di fondi vari, strumenti finanziari, grants, loans, bond, contributi a fondo perduto che avranno indotto molti di noi ad arrendersi e a disinteressarsi al tema.

Proviamo a capirci qualcosa. Intanto abbiamo imparato in questi ultimi due giorni che la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha lanciato un nuovo ambizioso piano europeo di ripresa, “Next Generation EU”. Ripresa che, passando attraverso importanti investimenti green e nel digitale, dovrebbe accompagnare l’UE verso un futuro di prosperità e resilienza alle sfide che si presenteranno. 

Ma di cosa si tratta? Next Generation EU è una strategia che si fonda su tre pilastri: il primo pilastro avrà come obiettivo sostenere gli Stati membri per investimenti e riforme, il secondo quello di rilanciare l’economia dell’UE incentivando gli investimenti privati e infine il terzo punterà sulla capitalizzazione di quanto imparato in questo periodo di crisi. Questi tre pilastri saranno sormontati, se così si può dire, da un timpano trasversale che farà da cornice e che si fonderà su una crescita verde, inclusiva e digitale (mi torna in mente il Trattato di Maastricht e il tempio greco con i suoi famosi 3 pilastri dell’UE degli anni ’90!)

E che fine faranno il MES, il Recovery fund, Sure e tutti quegli altri nomi e acronimi dei mesi e delle settimane scorse? Nell’Unione europea vale un po’ la legge di Lavoisier “In natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, ovvero molti strumenti rimangono lì ma cambiano nome o natura.

Primo Pilastro:

  • Recovery and Resilience Facility (RRF), 560 miliardi ripartiti tra sovvenzioni e prestiti e legati alla realizzazione di riforme;
  • React-Eu, 55 miliardi in più da qui al 2022 per rinforzare gli attuali programmi della politica di coesione (quelli che molti di noi conoscono come Fondi Strutturali);
  • Fondo per una transizione giusta, con una dotazione di 40 miliardi per aiutare gli Stati membri al raggiungimento della neutralità climatica;
  • Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, con una dotazione di 15 miliardi per aiutare l’agricoltura a diventare più verde e sostenibile;

Secondo Pilastro:

  • Solvency Support Instrument, 31 miliardi a disposizione delle imprese e delle regioni europee più colpite dalla crisi, con l’obiettivo di mobilitarne altri 300, per aiutarle ad una transizione verso modelli produttivi più puliti, digitali e resilienti;
  • InvestEU, 15.3 miliardi di euro per progetti e investimenti privati in tutta l’UE;
  • Un fondo per gli investimenti strategici incorporato in InvestEU, con una dotazione di altri 15 miliardi, a sostegno dei settori strategici dell’UE;

Terzo Pilastro:

  • Eu4healt, 9.4 miliardi per preparare la sanità europea a possibili nuove crisi;
  • RescEu, 2 miliardi per rafforzare il sistema di protezione civile a livello europeo;
  • Horizon Europe: 94,4 miliardi a sostegno della ricerca in Europa;
  • Azione esterna, con 16.5 miliardi per interventi nei Paesi vicini, soprattutto per progetti di assistenza umanitaria;

Questi strumenti si andranno ad aggiungere ai 1100 miliardi di euro di bilancio europeo per il prossimo periodo di programmazione 2021-2027, all’interno del quale trovano spazio e risorse molti dei programmi europei a gestione diretta (Horizon, Europa Creativa, Erasmus etc) che ben conosciamo ma soprattutto quelli a gestione indiretta (per semplificare, i Fondi strutturali) che vengono implementati a livello nazionale e regionale. Per intenderci, quei famosi Fondi Strutturali per i quali spesso veniamo richiamati da Bruxelles per la nostra incapacità di programmazione e spesa (con il rischio sempre dietro l’angolo di doverli restituire al bilancio europeo).

Questo, in sintesi, il piano presentato dalla Presidente Von der Leyen lo scorso 27 maggio davanti al Parlamento europeo riunito in sessione plenaria. Un progetto ambizioso che ora dovrà passare attraverso l’approvazione del Consiglio europeo di giugno, dove alcuni Stati membri (Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia) hanno già annunciato che daranno battaglia. Le prossime settimane saranno molto vivaci e frenetiche, con le vaie cancellerie europee e gli uffici della Commissione europea che lavoreranno per cercare di trovare un compromesso che vada bene a tutti e al contempo consenta all’Unione europea di uscire dall’angolo. Il fatto che gli interventi proposti dalla Commissione europea si inseriscano nel bilancio europeo dovrebbe garantire una maggiore trasparenza e una maggiore sostenibilità del Piano, mettendolo al riparo anche dagli attacchi da parte degli Stati membri o di Corti costituzionali.

Da noi in Italia il dibattito si concentrerà su aspetti, a mio parere, secondari quali se le risorse verranno trasferite sotto forma di contributi o sotto forma di prestiti, sulla presenza o meno di condizionalità, perdendo così di vista l’obiettivo: uscire dalla crisi più forti e dinamici e cogliere l’opportunità di fare quel salto che ci consenta di diventare un Paese con una burocrazia snella. Va da sé, che qualsiasi tipo di aiuto finanziario arrivi dall’UE sarà comunque vincolato alla capacità di programmare e gestire queste risorse nonché di rendicontarle correttamente. Non ci vedo nulla di male, anzi!

Spesso è stato detto che l’Unione europea ha la capacità di uscire più forte dai periodi di crisi. Auspico che questo sia uno di quei momenti. Molte delle scelte che verranno fatte in queste settimane determineranno il successo del progetto di integrazione europea. La crisi attuale ci ha insegnato che da soli non si va da nessuna parte. L’Italia ha bisogno della Germania e di tutti gli altri Paesi europei e viceversa, ma le regole del gioco devono essere cambiate perché gli scenari internazionali e geopolitici stanno cambiando. Un Consiglio europeo ostaggio del veto di un singolo Paese è anacronistico e non aiuta nessuno. Abbiamo un Parlamento europeo eletto da tutti i cittadini europei e una Commissione europea votata dai parlamentai europei, entrambi pienamente legittimati a fare scelte in nome e per conto degli Stati membri nell’interesse non di un singolo Paese e ma dell’Unione nel suo insieme. La congiuntura astrale sembra buona, con Germania e Francia che hanno ritrovato la capacità di guidare e determinare le sorti dell’Europa, indicando la strada anche a quei Paesi che pensano di poter fare a meno dell’UE o che la vedono esclusivamente come un progetto economico dal quale trarre profitto. E forse, il fatto che in Europa ci siano tre donne forti – Merkel, Von der Leyen e Lagarde – in altrettante posizioni di potere mi fa ben sperare per il futuro.

Clicca qui per maggiori informazioni

( per circa 10/12 calzoni)


Ingredienti
Farina 0 250g
Farina 00 250g
Lievito di birra 10g ( se secco 4g )
Latte 250 dl
Uovo 1 sale 10g
Olio extravergine 60dl
Zucchero 1 cucchiaio

Per farcitura
Mozzarella fior di latte 4
Pomodorini circa 10
Qualche foglia di basilico fresco

Per la pennellatura
1 bicchiere di latte e qualche goccia d’aceto

Procedimento
Intiepidire leggermente il latte, sciogliere il lievito ed aggiungere lo zucchero, versare il tutto nella ciotola o nella planetaria ed impastare con la farina e l’uovo, aggiungere poi l’olio continuando ad impastare e per ultimo unire il sale. Impastare fino a completo assorbimento e fare lievitare fino al raddoppio in una ciotola coperta con pellicola in luogo caldo ( forno spento luce accesa). Intanto tagliare i pomodorini e le mozzarelle a quadretti piccoli separatamente e farli sgocciolare. Al momento della farcitura condire pomodorini con olio e un pizzico di sale, aggiungere il basilico spezzettato sottile. Stendere con il matterello l’impatto facendo un rettangolo di circa 3 di spessore, tagliare 10-12 rettangoli, mettere al centro un cucchiaio di pomodoro e qualche pezzo di mozzarella. Avvolgerli su se stessi avendo cura dopo un primo giro di portare gli esterni verso l’interno per evitare la fuoriuscita della farcitura. Appoggiarli un po’ distanziati su di una teglia da forno unta, coprire con pellicola e fare lievitare altri 30 minuti. Preriscaldare il forno ventilato a 160 gradi, pennellate i calzoni con latte e qualche gocci a d’aceto e fare cuocere per 20 minuti. Si possono variare le farciture con prosciutto cotto e fontina, spinaci e ricotta, speck e brie a vostro piacimento.


Buon calzone e buona festa della Repubblica Italiana
Da G & G


Napoleone aveva appena venduto la Lousiana agli Stati Uniti. Aveva deciso che bastava cosi’, che l’Inghilterra sarebbe diventata la prova inconfutabile della sua grandezza agli occhi del mondo intero. Erano gia’ quattro anni che aveva preso il potere, era tempo che tutti capissero che neanche un’impresa riuscita solo ai Romani prima di lui era impossibile per la nuova Francia. Bisognava sconfiggere un nemico prestigioso per incutere timore e rispetto, e poi trasformare quella vittoria nel simbolo piu’ prezioso di tutti. Conquistare l’Inghilterra era cio’ che occoreva fare. Ma le guerre costano, soprattutto se sono combattute contro avversari potenti, e l’Inghilterra lo era.

Anche Napoleone aveva bisogno di soldi, tanti soldi. La Louisiana era Francese ed era lontana. Acri e acri di terra coltivata a cotone a migliaia di chilometri da Parigi. L’Inghilterra invece era li, sull’uscio di casa, isolata da poche miglia di acqua dalle coste di Francia. Tre centesimi di dollaro per ogni acro di Lousiana venduto agli Stati Uniti. Totale, una quindicina di milioni di dollari che, ironia, gli USA pagarono a Napoleone prendendoli in prestito da una banca Inglese.

L’esercito di Napoleone era superiore a quello Inglese sulla terraferma, ma superare lo sbarramento di navi nemiche di Sua Maestà che proteggevano gli approdi più probabili era impossibile.Per trasbordare le truppe sull’altra sponda Napoleone pensò a palloni aerostatici che sorvolassero la Manica. I suoi soldati sarebbero passati sulla testa dei nemici e atterrati nel Kent, ma le correnti contrarie si rivelarono un alleato prezioso per gli Inglesi e il piano dell’attacco via aria fu accantonato per sempre. Nel frattempo minuscole navi da pesca armate di cannoni esploravano dal largo le lande più isolate del Nord Est dell’Inghilterra a caccia di un’alternativa. Lungo la costa del Northumbria cercavano varchi inaspettati da segnalare alla marina Francese, e per questo meno protetti. Gli Inglesi confidavano nelle rocce sommerse e negli approdi perigliosi battuti dal vento gelido che tirava dal mare. Nessuno sarebbe stato tanto temerario da tentare uno sbarco lassu’.

Tutta l’Inghilterra preparava la difesa. Ogni cittadino era chiamato a collaborare, chiunque avesse scorto una nave straniera avrebbe dovuto avvertire le autorita’, e se del caso reagire per rallentare lo sbarco nemico in attesa dei rinforzi. Anche la stampa combatteva la sua battaglia e i giornali diffondevano immagini grottesche del possibile invasore.
Hartlepool era un misero villaggio di miseri pescatori. Nessuno era capace di leggere ma tutti potevano riconoscere i disegni mostruosi che rappresentavano i Francesi.

Quella mattina le barche dei pescatori di Hartlepool erano rimaste nella rada, a mare c’era tempesta e il vento era cosi’ forte che avrebbe soffiato via anche un cristiano. Conoscevano quel mare meglio di chiunque altro. In un giorno cosi’ bisognava restare a terra, punto e basta. Ma inaspettatamente all’orizzonte si presento’ una piccola nave. E chi? Si chiesero tutti. Una folla angosciata si raduno’ sulla spiaggia di Hartlepool. I Francesi. Eccoli, infine!

I bambini di Hartlepool rimasero delusi. Avevano immaginato che nemici cosi’ temuti si presentassero con un vascello immenso armato di mille cannoni. E invece eccoli, su una piccola imbarcazione in preda alla furia del mare e del vento d’Inghilterra. I vecchi osservavano, indecisi su cosa fare. Era chiaro che mai quella barca ce l’avrebbe fatta. Tutto qui? Si chiesero i bambini. La folla resto’ a guardare finche’ quella barca affondo’. Fossero stati amici avrebbero provato a soccorrerli, ma erano Francesi. Lasciarono un paio di uomini sulla spiaggia, cosi’ per sicurezza e se ne tornarono al pub. Il vento si placo’ nella notte, e cosi’ anche il mare. Al mattino frammenti di legno, un paio di cappelli, tre casse vuote, furono spinte a riva. Pochi relitti che testimoniavano la fugace apparizione della nave Francese disgraziata. I bambini si contendevano ogni singolo pezzo come trofeo per ricordare la notte in cui i pescatori di Hartlepool avevano sconfitto Napoleone. Improvvisamente un ragazzino piu’ intraprendente degli altri lancio’ un urlo. Sotto un mucchio di detriti spinto a riva dalla corrente aveva scorto due occhi scuri che lo scrutavano. La spiaggia di Hartlepool si rianimo’, i vecchi si precipitarono. Sollevarono le assi e catturarono un derelitto naufrago francese. Faceva pena. Lo tirarono fuori da dove si era riparato. Era ancora piu’ brutto di quanto avevano visto nei disegni sui giornali. Piccolo di statura, aveva le braccia lunghissime e indossava una uniforme militare rossa con due strisce blu sui lati e le finiture dorate. Certo un ufficiale, decisero i vecchi di Hartlepool. Grandpa, chiese un bambino curioso a suo nonno, ma tu lo hai mai visto un Francese? No, gli rispose il vecchio, ma eccone qui uno! E indico’ quello sgorbio in divisa. Non avrei mai pensato che i Francesi avessero la coda, commento’ il bambino curioso.

I vecchi decisero che l’ufficiale nemico con le braccia lunghe e la coda era una spia, e fosse come fosse aveva diritto a una sorta di processo. Siamo pur sempre Inglesi, pensarono. Lo interrogarono. Chi sei? Cosa cercavate qui? Quanti eravate a bordo? Niente, lo sgorbio in divisa era terrorizzato da quella folla, si rifiuto’ di collaborare e di rispondere alle domande dei pescatori di Hartlepool, che pure indispettiti per l’atteggiamento del Francese ci provarono per due ore.
Impicchiamolo! Decisero infine. Sembro’ a tutti una condanna appropriata per una spia. Lo fecero subito, li sulla spiaggia. Lo appesero per il collo e lo guardarono morire. Quando il corpo resto’ inerte a dondolare mosso dal vento del mare nord, le braccia della spia Francese sembrarono ancora piu’ lunghe.

Quella fu la volta in cui i pescatori di Hartlepool per errore impiccarono una scimmia scambiandola per una spia di Napoleone. Del resto ad Hartlepool nessuno aveva mai visto un Francese e nessuno aveva mai visto una scimmia! Chi avrebbe mai pensato che era la mascotte della nave? Il fatto di avere la coda non basto’ a salvarla.
Ancora oggi gli abitanti di Hartlepool sono chiamati “The monkey angers”. Nel 2002 il candidato sindaco fece campagna elettorale travestito da H’Angus the Monkey e uso’ lo slogan “free bananas for schoolchildren”. Fu eletto per due mandati successivi. Gli scolari di Hartlepool non hanno mai ricevuto “free bananas”.


Ingredienti:
500 g farina tipo 0
36 g zucchero
10 g lievito di birra fresco
70 g burro
220 g latte
1 uovo
1 cucchiaio di sale
Per la pennellatura prima della cottura, 1 rosso d’uovo con qualche goccia d’aceto


Procedimento
Intiepidire poco poco il latte, versarlo in una ciotola p, unire lo zucchero ed il lievito sbriciolato, frustare per alcuni minuti aggiungere l’uovo e continuare a mescolare. Continuare unendo la farina setacciata un po’ alla volta, dopo averla incorporata tutta unire il sale, mescolare ancora qualche minuto ed aggiungere il burro a pezzetti e continuare a mescolare fino
al completo assorbimento del burro, l’impatto risulta un po’ morbido (potete usare anche la planetaria).
Fare poi lievitare in una ciotola coperta con pellicola in un luogo caldo (forno spento, luce accesa) per circa un ora e trenta o comunque fino al raddoppio del volume. Versare il tutto sul tagliere mettendo sotto un po’ di farina, senza impastare nuovamente fare un tubo da cui poi ricaverete circa 12 pezzi, stendere ogni pezzetto con il matterello creando una spianata lunga, arrotolarla su se stessa per creare il panino. ( l’impatto risulta un po’ colloso, ma non aggiungere troppa farina) Posizionare tutti i panini su di una placca da forno con carta da cottura, coprire con la pellicola e fare raddoppiare ( circa 15-20 minuti)

A questo punto, pennellare con il rosso d’uovo stemperato con qualche gocci d’aceto. Scaldare il forno e cuocere a 170 gradi ventilato per 15/20 minuti.

Sono ottimi per le vostre colazioni dolci, ma perfetti con farciture salate per le occasioni che desiderate.

Buon Pane

da
G & G

Cosa fa di un libro un bel libro? Qual’è il motivo per cui un libro, sia esso romanzo, saggio, fumetto, reportage, biografia, ecc… cattura l’attenzione del lettore e rimane nella sua memoria e nel suo bisogno?

Ognuno, mi rendo conto, potrebbe dare risposte diverse a seconda del proprio sentire,

Io, ad esempio, rifuggo dai libri che hanno troppo successo, i cosiddetti bestsellers come da quelli che trovano motivo d’essere dalla vita riflessa delle presentazioni in TV, dei premi strombazzati, delle pagine e pagine di pubblicità, prezzolate of course, su quotidiani e riviste specializzate e non.

Per dire: Philip Roth è senz’altro uno dei grandi, grandissimi, scrittori contemporanei, da sempre considerato il più titolato ad insignirsi del titolo onorifico di GrandeScrittore del GRA (Grande Romanzo Americano) ed oggettivamente alcune sue opere, vedi “Everyman” o “Pastorale americana”, pur non potendo minimamente ambire al titolo di G.R.A. (che l’autore stesso, forse autoironicamente utilizza come titolo per un suo lavoro del 1973, “Il grande romanzo americano” appunto) sono buoni libri, forse ottimi, ma gli altri, dai, diciamolo non vergognandoci di ricordare la corazzata potiomkin di Fantozzi/Villaggio, che palle; e Salman Rushdie, sarà anche stato insignito del Booker Prize per “I figli della mezzanotte” (un piccolo/grande plagio de “Il tamburo di Latta” di Grass), ma vorrei conoscere qualcuno che sia riuscito a leggere fino in fondo “I versetti satanici”, il romanzo (a grandi linee ispirato a “Il maestro e Margherita” di Bulgakov) che gli ha garantito notorietà imperitura, non fosse altro per la fatwa lanciata su di loro (autore e libro) da Khomeini; ancora, Amélie Nothomb sarà pure l’enfant (ex) terrible della letteratura di lingua francofona, seguitissima, amatissima, pubblicatissima (18.000.000, diciotto milioni, di copie vendute) ma che qualcuno mi citi al volo due titoli della sua corposissima ancorché sconosciuta ai più bibliografia;

annovero poi amiche (e amici) cui si illuminano gli occhi al solo sentire nominare “Shantaram” di Gregory David Roberts summa massima e raffazzonato compendio di inverosimili scempiaggini spacciate, dall’autore, come biografiche per cuori palpitanti (c’è anche la scena, come da contratto, ambientata sull’esotica spiaggia romantica con la bellona di turno che, il corpo stillante gocce di mare e umidosa sensualità, abbandona l’eroe che si vorrebbe fascinoso sulla battigia e che non può non far ricordare la pubblicità di Flag, il profumo di VannaMarchi in cui un fustone a torso nudo si allontanava con la bandiera, il flag appunto, in mano e la criniera al vento su uno scalpitante stallone la cui unica pecca era di essere nero e non bianco come da iconografia allora imperante) di chi si lascia facilmente, e felicemente sembrerebbe, suggestionare.

Ci sarebbero poi gli scrittori italiani, quelli famosi, quelli vincitori di premi e capaci di incassi record. Gli Scurati ottimi per chi ami rileggere continuamente la stessa storia (lui, l’autore, è famoso per autocitarsi di libro in libro, anzi per autocopiarsi interi paragrafi se non capitoli), gli accumulatori seriali di premi e riconoscimenti alla Sandro Veronesi (Premio Bergamo nel ’93, Campiello e Viareggio nel 2000, Premio Fregene nel 2001, Strega nel 2006, Prix Femina e Premio Mediterraneo nel 2008, Libro di Qualità nel 2019), gli sponsorizzatissimi Nicola LaGioia e Luca D’Andrea, la romanticamente celata Elena Ferrante e chi più ne ricorda, più ne citi (naturalmente, nessuno è esente da pecche. Nei miei libri del cuore, per dire, compaiono “Triste solitario y final” di Osvaldo Soriano che farebbe storcere ben più di un cipiglio a chi non fosse appassionato di letteratura di genere ed anche “La ballata del mare salato” di Hugo Pratt che altro non è se non un … fumetto).

Arrivato, dopo lunga digressione, al punto di esplicitare finalmente le motivazioni che risolverebbero la domanda iniziale, mi accorgo con sommo disdoro di essermi lasciato trascinare. Del libro di cui avrei voluto dire, cioè, di come per me fosse un grande, grandissimo, libro e del perché, non riesco più, ahi lo spazio tiranno, a parlare. Considererò questo lungo soliloquio, dunque un preambolo a quello. E vorrà dire che mi sarò limitato, per ora, a raccontare più che di ciò che amo, di quello che non mi piace.

Procediamo con le lezioni di pilates di Rossana Mina, ballerina professionista e insegnante di danza e pilates. La lezione di oggi prevede l’utilizzo di un elastico o di una semplice cintura accappatoio e anche una sedia.

Alcuni benefici del pilates

  • Sviluppa la forma fisica in ogni suo aspetto: forza, flessibilità, coordinazione, velocità, agilità e resistenza.
  • Aumenta la consapevolezza del proprio corpo.
  • Migliora il controllo del corpo.
  • Insegna la corretta attivazione muscolare.
  • Corregge postura e allineamento.

Ti prometto che:

  • Continueremo a divertirci;
  • Continueremo a viaggiare;
  • Continuerò a riprenderti ogni volta che ti vedrò camminare scalza;
  • Continueremo a cucinare e fare dolci insieme;
  • Ogni giorno sarai il mio primo pensiero al risveglio;
  • …e il mio ultimo pensiero prima di andare a dormire;
  • Ogni tanto mi vedrai piangere ma solo perché le emozioni sono tante e le dobbiamo accettare così come vengono;
  • Continuerò a sciogliermi ogni volta che sarò sorpresa da un tuo abbraccio o da una tua carezza;
  • I fiori saranno per sempre parte della nostra vita;
  • Faremo picnic – che ci piacciono così tanto –  ogni volta che si potrà, fuori e dentro casa;
  • Giocheremo a basket e a calcio ogni volta che vorrai;
  • La sincerità che ci contraddistingue rimarrà
  • Per quanto complicato, sarai sempre figlia di due Paesi, di due mondi, di due lingue…

La vita non sarà sempre semplice ma ti prometto che sarò sempre al tuo fianco, piccola mia.


Buona festa della mamma!
Un abbraccio più grande del solito,
Io mamma  

Il llano si stende fin dove l’occhio può arrivare. Ma se hai lo sguardo allenato o possiedi il dono miracoloso di Augustus “Gus” McCrae, allora se lo lasci scivolare lontano quello sguardo, oltre il grande nulla del chapparal costellato di rade macchie di mesquite e oltre gli arroyo orlati dai cespugli di artemisia e ben oltre lo spiazzo sabbioso abbacinato dal sole di un mezzogiorno da sud del Texas dove razzolano i maiali grigi che si contendono quel che resta di un grosso serpente a sonagli, oltre il corral scalcinato della Hat Creek Cattle Company, oltre la baracca di adobe che offre riparo alla piccola fonte d’acqua, oltre la strada deserta e la decina di catapecchie, saloon e chiesa compresi, che si sono assegnato il nome pomposo ed irrealistico di Lonesome Dove, se il tuo sguardo riesce a superare tutto questo dicevo, allora puoi anche sperare di vederli, intuirli più che altro, sulle piste che portano a Ogallala o a Matagorda, o sui sentieri che conducono all’AdobeWalls o a Fort Worth.

Lo stesso Gus potrai vedere, e il capitano Woodrow Call assieme al fido Pea Eye, e ancora lo scout nero Deets e il ragazzo Newt, il cowboy Dish Boggett e il baro assassino Jake Spoon, il biscazziere Xavier e il pianista Lippy, lo sceriffo July Johnson e il vice Roscoe, i due cuochi messicani Bolivar e PoCampo e la banda scalcagnata dei fratelli Suggs, il comancheros rapitore di bambini Blue Duck e Janey, la ragazza che caccia i conigli.

E infine, se guardi davvero bene, potrai vedere anche lei, Lorena, Lorey, la puttana bellissima ed innocente, pura come un sogno di San Francisco e dura come una tempesta nel bel mezzo del brush che attraversa, riempiendole di sé, le poco meno di mille pagine di questo “Lonesome Dove” e del suo seguito ideale “Le strade di Laredo” (altre cinquecento pagine dense di personaggi e delle loro storie, il güero Joey Garza biondo e dagli occhi come ghiaccio e assassino per noia, per diletto e per destino, il nativo Kickapoo Famous Shoes che sa leggere le tracce meglio di chiunque anche degli apaches, la messicana Maria, madre di Joey, che tutti gli uomini vorrebbero avere accanto; e poi, e ancora, assassini crudeli come MowMow, il bruciacristiani e il cherokee Jimmy Cumsa, lo Svelto, o pistoleri impantanati nella ricerca della propria dissipata grandezza come John Wesley Harding o vere leggende del west come il giudice Roy Bean, l’unica legge all’ovest del Pecos, o come il colonnello Terry padrone delle ferrovie e della vita dei suoi impiegati) di Larry McMurtry.

Mille e cinquecento pagine ad affrescare con i rivoli delle infinite storie terrene di un’umanità composita e dolente, la fine di un’epoca, trascinandoci in un’odissea picaresca e desolata attraverso le grandi pianure in cui i protagonisti avranno come unica, ineluttabile, compagna la morte.

Mille e cinquecento pagine a rinverdire, si fa per dire, il mito della letteratura western.

Si fa per dire, sì, perché il mito è sempre rimasto lì, appannaggio dei grandi scrittori (da non perdere tradotti in italiano negli ultimi anni almeno “Tutti i racconti western” di Elmore Leonard, “Il figlio” di Philip Meyer, la “Trilogia della frontiera” di Cormac McCarthy, “Paradise sky” di Joe R.Lansdale, “Butcher’s crossing” di John Williams, “Arrivano i Sister” di Patrick DeWitt) che rifuggono le facili mode del momento e la ricerca del sacro Graal della letteratura, quel G.R.A. (il Grande Romanzo Americano) che risponda alla definizione data da John William DeForest nel 1868 “… the picture of the ordinary emotions and manners of American existence …”. Molti gli autori, anche fondamentali, anche vincitori di importanti premi e detentori di riconoscimenti altisonanti che, nel corso degli anni, sono stati presi in considerazione per l’ambito, virtuale, titolo di scrittore del G.R.A.; si va, per stare ai soli contemporanei, da Philip Roth a Saul Bellow, da Don DeLillo a Kurt Vonnegut, da Paul Auster a Jonathan Franzen a David Foster Wallace. Nessuno di loro, però, è riuscito ad incarnarne al meglio lo spirito e a definirne in maniera univoca l’essenza.

A noi, tornando a Larry McMurtry e al suo “Lonesome Dove” del 1986, così cinematografico (a testimoniare la grande affinità dell’autore alla più americana delle arti basterebbe citare i grandi successi tratti da suoi romanzi: si va da “Hud il selvaggio” di Martin Ritt con Paul Newman a ”L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich, da “Voglia di tenerezza” con Shirley McLaine, Jack Nicholson e Debra Winger a “I conflitti del cuore” sempre con la Mclaine, Juliette Lewis e Miranda Richardson per non parlare della sceneggiatura, premio oscar nel 2006, de “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee con Heath Ledger e Jake Gyllenhaal) nella sua scansione spazio/temporale, così iconicamente affine a tanta letteratura moderna americana e non, così ironico e drammatico, leggero e filosoficamente corposo, storicamente attendibile e romanticamente poetico, verrebbe da spostare la questione: non tanto sul quando, ma sul se.

E se il Grande Romanzo Americano fosse già stato scritto? E se fosse un western?

In questi lunghi giorni di isolamento forzato nelle nostre case a causa del Covid-19 un luogo è salito sul podio degli ambienti domestici; uno spazio riscoperto, rivalutato, diventato per certi versi la salvezza di questo periodo: il balcone.

Sino ad ora sfruttato per stendere panni, coltivare piante, fumare la sigaretta dopo il pasto, luogo per mobiletti delle scope e spazzoni, oggi ricopre il ruolo di protagonista delle nostre quarantene. Minimal o ampio, oltre ad essere l’unico sbocco sul mondo esterno, è importante per la sua versatilità: capace di passare da essere ufficio, zona lettura, relax, location per aperitivi, pranzi, cene, o  filo conduttore tra vicini di casa.

Vicini di casa, appunto, che magari non conoscevamo neppure tanto, al di la del classico “buongiorno-buonasera”, o per scambi “tecnici” durante le famigerate assemblee condominiali. Ora il balcone ha fatto la magia: li abbiamo conosciuti meglio, di alcuni di loro sappiamo addirittura il nome proprio, che lavoro fanno, se sono in smart working, cosa pensano, cosa preparano per cena, che gusti hanno.

Il balcone inoltre è il luogo dove abbiamo espresso la nostra solidarietà, intonato “Bella ciao” il 25 aprile, esposto la bandiera italiana, applaudito, suonato. Insomma, uno spazio quasi più social dei social.

Nei palazzi, molto spesso per la prima volta, in questo tempo i balconi hanno interagito fra loro, una sorta di trait d’union fra gli abitanti, riscoprendo quel senso di comunità che è andato decisamente perso negli anni.

Chissà, all’inaugurazione della fantomatica Fase2, che fine faranno i nostri balconi. Torneranno ad essere luogo “animato” solo da vasi di fiori e climatizzatori, o riusciremo a mantenere – e magari rafforzare – il bel ed importante ruolo che hanno assunto in questo periodo?

Mi auguro che non si faccia l’errore di dimenticare cosa hanno rappresentato, perché il segnale è forte e chiaro: il virtuale non basta, serve la presenza fisica, le relazioni sociali, non solo per attenuare le tensioni, ma soprattutto per la consapevolezza di vivere destini comuni.

E questo, non vale sono in presenza di una pandemia…

Dopo i primi tre anni arriva un periodo di leggerezza che non è legato a pannolini e ciucci, alle notti insonne e ai problemi di stitichezza. Arriva un periodo di socialità, di giochi partecipati, di feste con gli amichetti e di interessi particolari. Si, anche a questa tenera età, i bambini preferiscono una cosa ad un’altra e questo significa sviluppare un interesse e/o passione per attività specifiche. Può essere uno strumento, uno sport, un’attività qualsiasi. A mia figlia è piaciuta la danza. Parzialmente perché altre bimbe della scuola materna avevano già provato e raccontato, in parte perché è una bimba molto vivace a cui piace tantissimo la musica. Avrà preso dal papà, ma non è quello di cui voglio parlare.

Quello di cui voglio parlare sono le persone che incontri casualmente per la strada della vita e che rimangono lì per scelta; che non ti ricordi esattamente come e perché le hai conosciute ma hanno preso un posto stabile della tua vita; che ti sorprendono poco a poco ma con un ritmo costante e sicuro: così è la nostra maestra di danza.

Una ragazza giovanissima con tanta passione, talento e simpatia. Una maestra esigente, un’amica vicina alle bimbe, un’alleata dei genitori, una piccola grande donna. Una ragazza che in questi tempi particolari è riuscita ad essere vicina ai nostri piccini ogni singolo giorno – mandando giochetti da fare a casa, balli da provare, cartoni animati gratis da vedere e spettacoli di danza da guardare. Ogni singolo giorno. 

Per me, questa è passione oltre che dedizione e serietà.

Ecco, non è una cosa che ti aspetti, ma è possibile che a conoscere (e a farti conoscere) persone valide saranno i tuoi figli. 

#lessonlearned

Alla prossima,
Io Mamma  

Pianista pluripremiata in tutto il mondo, dalla Carnegie Hall di New York alla Salle Cortot di Parigi, passando per il Giappone, la Cina, il Sudamerica e importanti sale italiane ed europee; musicista dal cuore grande che con passione si dedica alla didattica e ai progetti umanitari per portare la musica classica ai bambini e ai ragazzi meno fortunati, dalla Favela Rocinha di Rio de Janeiro, la più grande del Brasile al Myanmar, dove ha anche suonato il primo concerto di musica classica nella storia della nazione dopo la dittatura. La lista sarebbe ancora molto lunga e lo spazio troppo stretto per racchiudere tutto l’impegno, la profondità, il talento di Gloria, un talento che non si ferma solo al suo essere un’affermata, stimata, eccezionale musicista ma si estende e va a brillare in altri parti della sua vita, quelle legate alla sua umanità e alla sua nobile capacità di mettere al servizio di tutti, di offrire senza discriminazione, il suo prezioso dono. Un’arte, quella della musica, che travalica i confini, che universalmente unisce e arricchisce l’animo. Con il suo grande entusiasmo è riuscita a “bucare” lo schermo del pc che fisicamente ci ha divise, e a raccontarmi, emozionandomi, del suo lavoro, dei progetti, dei viaggi, della musica e di tutto ciò che essa veicola andando oltre la superficie.

Perché hai deciso di fare la musicista?

E’ iniziato tutto per caso. Una mia zia, unica appassionata di musica classica in famiglia, aveva un pianoforte, e quando compii due anni me ne regalò uno piccolo a coda, bianco e rosso. Stranamente, vista l’età, non cercai di distruggerlo o divorarlo! Lo suonavo male ma mia madre si accorse che avevo un legame particolare con questo strumento. Con il tempo, crescendo, mi inventai delle performance. Mettevo le bambole ad assistere, abbassavo le luci, facevo una specie di auditorio con i divani. E’ incredibile perché all’epoca non avevo mai visto dei concerti. La Rai li trasmetteva solo la notte tardi. Mia mamma non si è mai capacitata di come avessi avuto queste idee. L’episodio che poi segnò la svolta fu durante un corso di propedeutica musicale alla musica classica che iniziai a tre anni e mezzo con un’altra bambina mia vicina di casa. Due giovani maestre ci facevano cantare e suonare con tanti strumenti diversi. Questa mia vicina molto timida stava in un angolo e piangeva tutto il tempo. Io invece mi divertivo da pazzi. Sua mamma decise di ritirarla mentre io continuai. Un giorno una delle insegnanti disse a mia madre: “Questa bambina ha qualcosa di speciale”. Riconobbe in me delle capacità musicali, la predisposizione a suonare con facilità e ad avere un buon orecchio. Cominciai con lei lo studio del pianoforte. Imparare a leggere le note sul pentagramma fu una grande sfida. Penso che il talento sia una specie di dono che ci viene dato e noi dobbiamo innaffiarlo tutti i giorni per il bene del prossimo e per il nostro, esserne grati. E’ qualcosa che ci ritroviamo in tasca ma il punto è vederlo, capirlo, avere questo senso di gratitudine continuo. Sono certa che prima o poi andrà restituito. Quello che possiamo fare è avere un cuore buono e farlo vibrare nel senso giusto.

Quali sono state le difficoltà più grandi che hai incontrato nel costruire la tua carriera? 

E’ veramente molto particolare vivere nella dimensione dell’artista. Quando ero più piccolina ho attraversato tanti momenti difficili. Ho avuto un’infanzia fortunata, piena d’amore, ma non sono mancate anche tante sofferenze familiari. Durante la crescita seppur studiassi molto non ero certa che avrei fatto questo lavoro. Da adolescente avevo una rockband con alcuni amici, spesso pensavo che avrei preferito dedicarmi solo al rock che mi sembrava più divertente rispetto a studiare il repertorio pianistico per gli esami in Conservatorio. Se avessi seguito solo quella via, che ti porta ad avere un certo stile di vita col rischio di potersi smarrire, chissà cosa avrei fatto.Il costante impegno della musica classica, che ho talvolta anche odiato, mi ha però salvata.

Qual’è una routine quotidiana per te irrinunciabile che ti fa stare bene e ti aiuta con il tuo lavoro?

Da anni pratico la meditazione mattina e sera. Bevo acqua e limone appena mi sveglio e faccio il digiuno settimanale il mercoledì. Poi pratico yoga per venti minuti. Mi concentro sul respiro e faccio in modo che sia esso il mio maestro. La pratica quotidiana la dedico sempre a qualcuno visto che ho tante persone care che sono lontane. E’ l’unico appuntamento fisso che posso avere, tutto il resto è aleatorio.

Sta riscuotendo molto successo nelle scuole di musica di tutto il mondo il tuo “Creativity workshop” intitolato C# / SEE SHARP dedicato a giovani talenti delle arti dello spettacolo, dove utilizzi tecniche di yoga, di meditazione e respirazione per aiutarli a gestire lo stress da perfomance dal vivo e a rilassare la muscolatura dopo ore di pratica e studio allo strumento, nel caso dei musicisti. Da dov’è nata questa tua idea? 

La vita dell’artista è spesso un caos e trovare un equilibrio non è facile. Proprio grazie a tutte le esperienze che ho provato su me stessa, ho deciso di realizzare questo workshop di creatività basato sul respiro e sull’ascolto interiore e per alleviare lo stress psicofisico che questo lavoro comporta. Attraverso di esso vorrei sensibilizzare e diffondere una visione olistica dell’artista. Ho capito, ad esempio, come si può abbassare il battito cardiaco per gestire meglio l’ansia da prestazione. Vedo che i ragazzi e le ragazze a cui insegno nelle scuole sono spesso privi di questa consapevolezza. Il mio workshop vorrebbe dunque colmare un aspetto che ancora non è tenuto sufficientemente in considerazione e che va oltre l’insegnamento della tecnica che serve per saper suonare bene uno strumento. Ho iniziato con C# / See sharp in Svezia al Royal College poi nelle due Università in Sud Africa, dove insegno. A novembre ho portato questo progetto in molte Università degli Stati Uniti, poi adesso da poco in India e in Giappone. L’ho portato anche a Parigi e a Londra al Trinity College. 

Sei stata in India, nelle favelas in Brasile, in Africa, in Laos, in tanti paesi per sostenere, per regalare emozioni alle persone nelle condizioni più povere e disagiate. Quali sono le ultime esperienze che hai fatto?

A dicembre e gennaio scorso sono stata in India dove, tra i vari centri, ho visitato nel cuore del Bengala l’Università di Tagore. Ho fatto viaggi assurdi stando in macchina dalle 12 alle 18 ore. Questa Università è completamente immersa nella natura e si fanno le lezioni sotto gli alberi. Lì ho svolto uno studio sui canti dei Bāul, cantori mistici itineranti originari della zona. La loro tradizione è di consacrare la propria vita all’espressione dell’amore e della gioia attraverso la musica, la danza e il canto. La loro spiritualità si fonda su una filosofia dell’esperienza, fortemente legata al corpo. I cantori utilizzano nel sistema musicale una scala pentatonica che noi non usiamo. (I canti Bāul sono stati riconosciuti dall’Unesco nel 2005 tra i 43 capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità, ndr). Nel vasto repertorio Bāul è frequente ascoltare le liriche di tre grandi poeti bengalesi, tra cui Lalon Shah che fu di grande ispirazione per il poeta Rabindranath Tagore, il quale pubblicò molti dei suoi capolavori. Ho fatto una tournée dedicata ai canti e alle poesie di Tagore, basandomi sui Raga che nella musica classica indiana sono particolari strutture musicali per noi occidentali di difficile esecuzione. Queste musiche sono state tradotte, musicate e arrangiate dal francese Alain Daniélou, amico di Tagore, e principale diffusore della cultura indiana e orientale in occidente. Lui è vissuto in India negli anni ’30 per molto tempo ed è riuscito a trascrivere tutte queste musiche. Ha svolto un lavoro straordinario in un periodo in cui questi due mondi non si parlavano. Io ho avuto la fortuna di leggere gli spartiti tradotti da Daniélou. Sono stata a New York per portare avanti il progetto e ho lavorato con una cantante, Francesca Cassio, che ha dedicato tutta la sua vita all’etnomusicologia. Abbiamo studiato insieme tutti gli originali per capire come poterli rendere al meglio. Il risultato è stato molto bello. Per la prima volta questa esperienza mi ha portato ad immergermi come mai avevo fatto nella cultura indiana. 

In che modo la musica si intreccia con una dimensione più spirituale della vita? 

Un aspetto che ho studiato in questi anni è legato all’intonazione. Penso che quando l’intonazione è un po’ più bassa si arrivi ad una sorta di proporzione aurea, una dimensione che ti fa stare bene, ti “fa muovere” dentro e fuori. Per questo cerco sempre intonazioni delicate che non superino i 432 Hertz. Inoltre sono arrivata a un’altra consapevolezza: ho capito molto chiaramente che se ci si estranea completamente dal fatto tecnico della performance, seppur rimanga una parte fondamentale del nostro lavoro, alla fine il suono puro che vibra nell’aria simboleggia già di per sé la vita, la creazione; è quindi un atto di amore puro, nella sua più alta forma.

Ci sono molte ricerche che attestano quanto sia benefica la musica. Hai mai partecipato a progetti di questo tipo?

Mi è capitato di suonare al Genote centre of research di Salt Lake City (USA) nell’Auditorium della Utah Schools for the Deaf and Blind. Questo studio fa ricerca proprio sugli effetti benefici della musica su chi ha certe patologie come l’insonnia, il Parkinson e altre disabilità. Ho assistito ad esempio a quanto la musica abbia fatto stare meglio i bimbi sordomuti della scuola. Grazie a meccanismi avanzati e tecnologici sono riusciti ad ‘ascoltare’ la musica per la prima volta attraverso le vibrazioni amplificate e ad avere un’esperienza sensoriale pseudo-acustica. Alcuni erano in braccio ai genitori, alcuni si distendevano: erano tutti più rilassati. E’ immenso il potere benefico della musica. La vita mi ha dato il dono di poterla decifrare e di poterla regalare agli altri anche in modi diversi. Sto imparando molto da queste esperienze.

Hai collaborato con grande jazzisti. In un libro “Storie di vita, Jazz e Buddismo” (Esperia Edizioni) Herbie Hancock afferma: “Credo fermamente che chiunque voglia diventare un grande artista debba vivere con grande passione ed entusiasmo. Naturalmente, è necessario che un artista padroneggi i propri strumenti e le proprie tecniche, così come è necessario che pratichi e si eserciti. Ma come musicista, sento che oltre alla musica è soprattutto importante sviluppare la propria umanità”. Cosa ne pensi? 

Quando ascolti Hancock ti rendi conto dal modo in cui suona che è entrato in ogni cosa, ha aperto tutte le porte e ha avuto una crescita interiore incredibile. La musica salva la vita a chi la suona e a chi la ascolta. E’ una forma enorme di consapevolezza e responsabilità. Chi è molto sensibile spiritualmente mentre suona entra in una sorta di canalizzazione, ma allo stesso tempo non deve farsi travolgere e deve “essere sveglio e presente”, per se stesso e per chi ascolta.

Sei stata testimonial di un brand di moda “Es Givien” che ha lanciato il progetto #ilfashionbelloebuono per l’economia circolare e, appunto, la sostenibilità. Come si è sviluppata questa collaborazione?

Es Given detta ‘la linea del pensiero positivo’, e’ un brand di moda nato da tre sorelle, Nives, Gaia e Vivilla. Ho voluto aderire perché i valori che promuovono quali la qualità italiana, sostenibilità ed innovazione li sento anche miei. Il 22 novembre 2019 Es Given ha lanciato la prima edizione de #ilfashionbelloebuono a Palazzo Vecchio a Firenze. Io ho aperto con alcuni brani quella giornata dedicata al tema ‘rete di innovazione e sostenibilità per e con le nuove generazioni di giovani’. E’ stato un onore oltre che un piacere poter contribuire con il mio lavoro a progetti che ‘mettono in essere’ valori così veri ed importanti, oggi più che mai. 

Hai mai vissuto delle esperienze di discriminazione di genere? 

Sono sconcertata e ancora provo enorme sgomento per le ingiustizie che ci sono state nel campo dello spettacolo e non solo. Sono da poco tornata dall’India e non ci si può non accorgere di quale sia la reale condizione della donna in quel paese. E’ un luogo per certi versi molto sviluppato, per altri no. Ho partecipato nel marzo dell’anno scorso al progetto “Dafne”, un concerto al femminile contro la violenza sulle donne che si è tenuto in Veneto. Sono molto attiva in questo ambito e sono infinitamente grata alla vita per non aver vissuto nessuna forma grave di discriminazione. Purtroppo molte posizioni di potere sono in mano agli uomini ed è ancora molto forte la discriminazione che viviamo anche nel nostro paese. Se hai un bell’aspetto è molto facile che tu possa essere vittima di pregiudizi. Vorrei dire alle mie colleghe che vivono queste ingiustizie di essere forti e di non avere paura. 

C’è qualcosa che ti piace particolarmente suonare? 

Ho delle predilezioni che sono sicuramente la musica di Robert Schumann, tutta. Il mio ultimo disco è interamente dedicato a lui. E’ un compositore che mi parla profondamente. Su di lui ho fatto la tesi del Master che ho frequentato in Germania dedicandola alla sua capacità di criptografico. Schumann, come un menestrello, metteva dei segnali nei suoi brani inserendo delle note che corrispondono a delle lettere. Messe insieme potevano creare una parola o un messaggio o il ricordo di un tema. Se conosci il suo linguaggio sai che sta mandando un messaggio. Lo trovo molto romantico. Un altro compositore che amo tantissimo è Beethoven. La forza e l’energia che la sua musica esercita su chi suona e su chi ascolta è davvero incredibile. Il 2020 è il suo anno e dobbiamo ricordarlo ascoltando la sua musica il più possibile. La musica di Beethoven ha una struttura e una solidità tale da riuscire a cambiare positivamente il corso di una tua giornata.

Che brani che consiglieresti di ascoltare in questi giorni?

Assolutamente la musica di Beethoven, anche interpretata da qualcuno che abbia avuto gioia nel farlo come Friedrich Gulda. Consiglio l’Adagio dal Concerto in sol di Ravel eseguito da Arturo Benedetti Michelangeli. Oppure Chopin, per esempio I preludi nell’interpretazione controversa ed estrema di Ivo Pogorelich. E anche l’ascolto di una voce, che comunque essendo la voce umana non può che dare conforto ora, per esempio le 3 mélodies Op.85 di Gabriel Fauré. Per quanto riguarda il repertorio sinfonico tutto ciò che è diretto da Theodor Currentzis, che è energia pura. 

Per seguirla, sul sito www.gloriacampaner.com e profilo Instagram