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Giugno 2020

Non è la prima volta che la lascio. Che poi, la “lascio” dai nonni, persone iper-responsabili e brave, che la adorano e farebbero tutto per lei.

E non solo. Sono certa che si divertirà di più, salterà di più, andrà al mare, giocherà all’aria aperta. Insomma, non le mancherà niente anzi starà sicuramente meglio rispetto alle giornate a casa a soffrire il caldo afoso che le sarebbero spettate a Bologna.

E allora perché ogni volta che lo faccio mi si spezza il cuore? Perché mi sembra che io stia lasciando un pezzo di me? Come farò quando mi sveglierò all’alba e non ci sarà lei che mi chiederà di poter dormire un po’ nel “lettone” pretendendo un po’ di coccole per riaddormentarsi. Come farò senza le sue continue richieste di attenzione, di essere parte dei suoi giochi, della sua vita.

Perché ogni volta sembra che sia la fine del mondo? Perché non sopportiamo il fatto di averli lontani da noi, anche solo per un po’? Perché il solo pensiero di lasciarli ci terrorizza e ci fa soffrire? E soprattutto: sarà sempre così?

Non credo di rientrare nel novero delle “mamme che si agitano facilmente”. Mia figlia è già stata senza di me per più di due settimane, non ha mai dormito nel mio letto(ne) e non è una bimba attaccata alla mia gonna, anzi. Ma questa “separazione” è decisamente più difficile di quanto mi aspettassi.

Torno presto piccola, divertiti. Continueremo a cantare la nostra ninna nanna macedone, ma al telefono.

E comunque nessuno mi ha mai spiegato come sia così meravigliosamente difficile essere madre.

Voce professionale: Pronto, cerco l’ingegner Righini

Non sono ingegnere

Voce allusiva: Dottor Righini, allora, buongiorno.

Buongiorno, ma non sono dottore

Voce confusa: Ah, ragioniere?

Nemmeno ragioniere, né tantomeno geometra

Voce allarmata: E come devo chiamarla allora?

Telefonate così, di questo tono, ne ho ricevute millanta negli anni lunghi del lavoro in teatro. Ed è capitato pure che qualcuno più avvezzo alle pratiche di un teatro lirico mi chiamasse Maestro.

Per intenderci, in ambito teatrale (lirico), Maestro è il riconoscimento massimo riservato a chi sia in grado di insegnare, indicare, guidare, proporsi come punto di riferimento; i professori d’orchestra, ad esempio, devono interpretare la partitura voluta e pensata dal maestro concertatore (o direttore d’orchestra che dir si voglia) così come gli artisti del coro (i coristi, come si sono sempre chiamati) sono guidati ed istruiti nel loro percorso di avvicinamento all’interpretazione dell’opera dal maestro del coro. Che dovrebbe essere riservato, sarebbe meglio dire. Perché il malvezzo dell’autoattribuzione del titolo è sempre più presente nel momento in cui chiunque, potendo vantare una qualsivoglia autorità o non essendo in grado di reprimere un ego spropositato, si avoca un titolo che, per puro quieto vivere, nessuno si permette di confutare ed arrivando a svilire, in tal modo, una professione che, comunque, si dovrebbe configurare più come una missione (il filosofo Umberto Galimberti, ad esempio, dice: «l’insegnante deve insegnare. Per farlo serve una capacità empatica e comunicativa, la fascinazione. Se non apri il cuore, non apri nemmeno la testa delle persone. Gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità che valuti queste cose. Se uno non sa affascinare è meglio che cambi lavoro»).

Fortunatamente, i maestri esistono ancora e altrettanto fortunatamente esistono allievi, discepoli, che ne sanno seguire gli insegnamenti.

Parlando di letteratura, e letteratura sportiva, due dei maestri più riconosciuti sono senz’altro i due Gianni, Brera e Mura. E tra gli allievi più dotati bisogna sicuramente annoverare Emanuela Audisio e Cesare Fiumi.

Laureata in Scienza Politiche e autrice di documentari la Audisio, laureato in Lingue a Venezia e già responsabile delle pagine sportive del Gazzettino Fiumi, si occupano entrambi professionalmente di sport scrivendo, rispettivamente, per “Repubblica” e per il “Corriere”. Ed è dei loro libri che ripercorrono le vite di eroi ed eroine dello sport a volte dimenticati e a volte ancora ben presenti nei ricordi dei lettori che vogliamo parlare.

E se “Bambini infiniti” della Audisio propone le vite (si va da Maradona a Michael Jordan, da Alì a Mennea, da Vieri a Senna, da DelPiero a Magic Johnson, da Luganis a Mike Tyson …) di “… celebrità del calcio, della boxe, dell’atletica, del tennis, dell’automobilismo sottolineando il doppio binario su cui sembrano sdoppiarsi tra un talento sportivo straordinario e a volte unico e un infantilismo permanente, quasi infinito che li spinge a condurre un’esistenza sregolata, talvolta dolorosa, e ne fa dei superuomini bambini …”, “Storie esemplari di piccoli eroi” di Fiumi (e qui i protagonisti sono nomi forse dotati di meno glamour ma di altrettanta se non più struggente grandezza come Roland Thoeni e Giovanni Lodetti, Giuseppe Gentile e Gino Pivatelli, Ezio Pascutti e Sergio Ottolina, Gigi Meroni e Franco Nones, Franco Bitossi ed Eraldo Pizzo …) ci riporta indietro negli anni fino al tempo in cui “… l’Italia viveva delle imprese di eroi, non necessariamente campioni, forgiati dalla fatica e dalla disciplina dello sport. Calciatori e ciclisti, pugili e piloti venuti dal nulla ma capaci di occupare l’immaginario degli appassionati e dei frequentatori di bar e piazze, diventando i personaggi di un’epica popolare indissolubilmente intrecciata con la geografia sociale e la storia del Paese …”.

Due opere importanti, rutilanti di nomi mitici ed avventure ed imprese leggendarie, destinate a far pensare ed al contempo divertire, documentate e puntuali ma anche snelle e leggere. Se si trattasse di pittura, insomma, non sarebbero un affresco di Giotto o un quadro di Caravaggio ma una tela puntinata di Seurat o un prodotto da action painting alla Jackson Pollock. Se invece fossero musica, non si tratterebbe di una sinfonia di Beethoven e nemmeno di una saga wagneriana quanto piuttosto di una partitura di Miles Davis o di un assolo di tromba di Chet Baker.

“Abbiamo l’obiettivo di aprire un tavolo”, sentenziava dal suo scranno più alto il Sindaco, così affronteremo con tutte le istanze sociali, istituzionali e territoriali il problema della tangenziale. Oppure si costituiva una commissione.  Ah, l’alternativa al tavolo da aprire era appunto la “costituzione di una commissione” con l’aggiunta dell’espressioncina “ad hoc” . Cioè proprio per quel tema per quel problema.  Moda da Prima Repubblica, e pare anche ora.

E apriamo questo tavolo. Per risolvere i problemi dell’Italia, e forse del mondo, bisogna aprire un tavolo. Era da un po’ che non si sentiva questa espressione una volta in voga e tipicamente politichese. Noi cronisti della cosiddetta Prima Repubblica, quelli già in azione tra gli anni Settanta e Ottanta, eravamo abituati a queste frasi della politica locale e nazionale.

Se poi c’era da indagare su qualche fenomeno o qualche scandalo beh allora si invocava e si costituiva una bella “commissione d’inchiesta”. Ah solo l’annuncio era quasi risolutivo del problema.  Ma torniamo agli “stati generali” ovvero al tavolo che si apre in queste ore per affrontare, e magari risolvere, gli inveterati problemi del Paese. Lo so che “inveterati”a molti non piace, e qualcuno mi può dire parla come mangi, ma anche io sono un po’ inveterato. 

I problemi sono sempre quelli da venti trent’anni ovviamente ingigantiti e aggravati dalla crisi economica da pandemia: il lavoro, gli investimenti, le opere pubbliche, la burocrazia, l’ammodernamento del sistema digitale. Mica poco. Elenco da cardiopalma. Più l’evasione fiscale e la riduzione delle tasse. Un po’ come chiedere di fare Ferragosto a Natale.

E appunto ci vuole un tavolo da aprire. Il problema è che con la pandemia non ancora sconfitta il tavolo non può essere solo fisico, e uno solo: ci vogliono tanti tavoli, in video collegamento immagino, Villa Panphili e qualche collegamento altrimenti basterebbe una tavolata in Sala Verde di palazzo Chigi che però sarebbe pericolosa per l’assembramento e non consentirebbe plausibilmente il distanziamento. Quindi per essere corretti e coerenti con la situazione pandemica bisogna parlare di tavoli video collegati e stanze virtuali, altrimenti gli stati generali andrebbero fatti in cortile all’aria aperta e con seggiole a distanza.  

E lì sarà il bello: la Cgil mi sente?, no è la Uil. Ah un attimo. C’è la Confindustria?,  gorgoglìo digitale, e poi dopo 30 secondi sì qui è la Confindustria. Scusate è arrivata la Cisl. Bene. Adesso è sparito il riquadro del ministero del Lavoro. No, c’era ma ora è solo in audio. Ma è normale. 

Non è detto che il tavolo  sia più complicato in video conferenza che in stretta di mano al tavolone, certo una volta era più schietto. Il tavolo si potrà fare anche in presenza ma a distanza di almeno un metro e con la protezione della mascherina. Tra l’altro la mascherina ti permette di fare espressioni con la bocca e il labbro superiore che non si vedono e quindi in fondo puoi reagire a mugugno inferiore più liberamente. Da tenere presente che se al tavolo distanziato ti abbassi la mascherina sul mento non puoi essere libero di fare le reazioni labiali. Così per precisare. Aprire un tavolo è anche facile, più difficile chiuderlo. E chiuderlo bene.

A volte è bene chiudere il tavolo con accordi preventivi magari prima ancora di aprirlo. E quelli erano capolavori da Prima Repubblica. Si apriva il Tavolo sul futuro del Polo industriale e prima ancora di chiudere la seconda relazione dell’esperto di sviluppo e compatibilità ambientale era già pronta la nota di sintesi sulle conclusioni del tavoli. I tempi del tavolo sono tutto.

Ci sono i tavoli dell’alba e i tavoli della notte, ci sono i tavoli della mattina avanzata e i tavoli del primo pomeriggio ma quelli sono i più pericolosi perché c’è il rischio pennichella incombente. Poi ci sono i tavoli della notte fonda da quelli degli accordi dell’ultimo minuto tanto cari ad un certa pratica sindacale anni Settanta e Ottanta in cui se si raggiungeva un accordo lo si doveva fare dopo le due o le tre di notte.

Ma benedetti “tavolari” cioè con rispetto “esperti di tavoli”  perché proprio all’ora in cui si dovrebbe dormire si debbono fare le grandi firme?  Perché i grandi accordi che devono salvare aziende o rinnovare i contratti ricordano i grandi trattativisti arrivavamo nel pieno della notte? Presi tutti immagino da stanchezza solenne. Ricordo un fine anni Ottanta (quelli mitici pure citati dalla canzone di Raf) una trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego roba da 4 milioni di lavoratori interessati  a Palazzo Vidoni corso Vittorio Emanuele. Ero al telegiornale e dovevo fare l’apertura delle 20.  Il tavolo andava avanti da giorni e quello ripreso alle 15 doveva essere risolutivo. Firmarono alle 19 e 38. Alle 20 dovevo essere in onda, apertura.  Non c’era la rete wifi ma si correva a portare la cassetta. Fu un miracolo. Da allora il tavolo per le trattative mi ha sempre rappresentato ansia e corsa. Naturalmente auguriamo al tavolo pieno successo e il pieno rispetto del tavolo anche perché per fare un tavolo come dice la nota canzone per bambini ci vuole un fiore, passando dall’albero di legno e dal relativo frutto. Quindi prima di aprire un tavolo bisogna pensarci due o tre volte ed evitare di consumare il tavolo col relativo frutto e fiore.

Cosa fa di un libro un bel libro, dunque, mi chiedevo prima di perdermi in considerazioni altre ma non opposte?

Qual’è il motivo per cui un libro, sia esso romanzo, saggio, fumetto, reportage, biografia, ecc… cattura l’attenzione del lettore e rimane nella sua memoria e nel suo bisogno?

E se pure ognuno, dicevo, potrebbe dare risposte diverse a seconda del proprio sentire, per quanto mi riguarda, c’è una frase, un pensiero, un esporsi, che può indirizzare l’assunto: “L’uomo politico, eletto democraticamente dalla maggioranza, presenta pericolose analogie con i bestsellers, i libri più venduti (più votati) che non sono quasi mai di grande valore letterario.”

Una frase, un pensiero, un esporsi, di Aldo Buzzi.

Bel tipo questo Aldo Buzzi. Laureato in architettura, suoi compagni di studi furono Bruno Munari, Leonardo Sinisgalli, Alberto Comencini e Alberto Lattuada (la cui sorella, Bianca, sarà la sua compagna per più di cinquant’anni), fraterno sodale (la loro amicizia e complicità durerà tutta una vita) di Saul  Sternberg (il grande pittore e cartoonista ebreo rumeno/americano), costumista, scenografo ed aiuto dello stesso Lattuada e di Federico Fellini (al quale “… ho insegnato a mettersi calze nere invece dei corti calzini fantasia …”), nemesi di Ennio Flaiano e compagno di scorribande di Antonio Delfini e Nantas Salvalaggio, fu scrittore e gastronomo, viaggiatore e, prendendo a prestito la definizione che di lui regala Antonio Gnoli, maestro nascosto della letteratura italiana.

Di lui, Buzzi, colpevolmente ammetto, conoscevo solo “L’uovo alla kok”, delizioso, piccolo, imperdibile esempio di letteratura gastronomica. Adesso, a colmare una lacuna ben più colpevole della mia, è arrivato questo “Aldo Buzzi – tutte le opere” a cura di Gabriele Gimmelli nella collana LeIsole de La nave di Teseo che, basandosi sulle carte dell’archivio personale di Buzzi stesso, comprende un’ampia scelta di scritti rari e inediti e una cronologia della vita e delle opere.

Si va dal “Taccuino dell’aiuto-regista” impaginato da Bruno Munari a “Parliamo d’altro” (“… gli spekulatis sono biscotti da appendere, con un filo d’oro, all’albero di Natale; che non è un oggetto di plastica ma un piccolo abete profumato di abete. Gli alberi che ci vengono venduti a Natale sono generalmente di una qualità senza odore, inutili come rose senza profumo.E’ l’odore dell’albero, infatti, che sommato a quelli delle cose appese – mele, mandarini, biscotti, torroncini, cioccolatini – ed elle candeline di cera forma lo squisito odore di Natale, indimenticabile per chi lo ha respirato bambino … le candeline, oltre a dare la loro magica luce dorata, riscaldano gli aghi di pino dei rami più vicini, contribuendo alla formazione del profumo del Natale. Oggi sono quasi sempre sostituite da impianti di lampadine elettriche multicolori, che si accendono e spengono col ritmo ossessivo della pubblicità luminosa che entra dalle tapparelle socchiuse nelle stanze d’albergo dei film gialli …”) passando per il “Piccolo diario americano” (in cui con brevi, a volte un paio di righe appena, illuminanti note descrive un intero paese “Nicaragua: notte a Managua. Hotel Lido Palace a Las Orillas del Lago de Managua, con piscina verde illuminata, tè freddo e grapefruit. Direttore il colonnello H.J.Perron. Dappertutto militari in uniformi di modello tedesco, stivali lucidi, ufficiali rigidi intorno ai bigliardi, tenendo la stecca come un’arma.”) e “Cechov a Sondrio e altri viaggi”, per il già citato “L’uovo alla kok” (“…questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume la radio ed il televisore e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche in strada, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo a mia moglie che ha battuto a macchina con amore il manoscritto, si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi di ufficio buon lavoro …”) e “Un debole per quasi tutto” (“… era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani ….”) per finire con gli “Scritti apparsi su rivista” (“… – Signora, cosa ha provato quando ha visto il suo figlio unico finire sotto il rullo compressore della macchina schiacciasassi?

Il telecronista avvicina il microfono alla bocca della madre del morto. La poveretta lo fissa inebetita.

– Signora, mi ascolti … Perdonerà il manovratore della macchina schiacciasassi? Termina qui la nostra telecronaca diretta dal posto della sciagura. A voi, studio …”).

Una varietà di scritture (taccuini, viaggi, lettere, ricette, memorie) a formare un sistema, un unicum complesso ed originale da leggere tutto d’un fiato anche se non di un unicum indivisibile si tratta quanto piuttosto di tanti singoli unicum (Buzzi amava perdersi nei frammenti e da tanti, tantissimi frammenti è composta lucidamente la sua prosa) dissonanti tra loro all’apparenza ma invece composti come un insieme organico e sinfonico.

Ed è in questa preziosità di stili e di contenuti, in questa precipuità unica che obbliga a leggere compulsivamente assecondando la necessità della lettura, necessità che si scontra con la speranza che le pagine, ed il piacere che donano, non finiscano mai temendo il senso di vuoto e di abbandono che, inevitabile, assalirà al termine della lettura, che, per me almeno, si può trovare una risposta al quesito iniziale su cosa fa di un libro un buon libro. E se infine volete un consiglio, tenetene una copia di questo “Aldo Buzzi – tutte le opere” sul comodino a portata di mano e apritelo con parsimonia, qua e là, senza seguire il susseguirsi cronologico delle pagine. Un mondo affascinante, affabulatorio e intimo vi si aprirà davanti gli occhi.

Chiusura, clausura, riapertura, ripartenza: se abbiamo imparato a fare senza di qualcosa,  impariamo ora a cambiare, a  trasformare e  migliorare le nostre azioni e le nostre abitudini con quel “senza” trasformato in “opportunità”. Esempio? Il mio pallino, o uno dei miei pallini: il traffico da spostamento quotidiano, il pendolare. Mamma mia che tristezza il pendolariato. 

 “Di quello che non c’è si fa senza”, diceva mia nonna Clotilde, saggia donna di campagna che amministrava una tribù agricola di una quindicina di persone. E se mancava qualcosa per il pranzo o per la cena s’inventava qualcosa cogliendo dall’orto quello che la terra al momento offriva. Zucchine e pomodori, patate e insalata a volontà. Con 40 galline erano assicurate le uova fresche per tutti e non c’era bisogno d’andare al supermercato a comprare qualche etto di prosciutto e con esso qualche etto di plastica e cartone, da buttare.  Oddio sto cedendo al poemetto nostalgico. Mi riprendo.

Mi viene in mente questa frase di nonna Clotilde a proposito di quello che non abbiamo avuto a disposizione nei periodi seri di clausura e di chiusura domestica e cioè  libertà di movimento, corse al bar, code alla banca e camminate senza limiti, e di quello che adesso rischiamo di sprecare, di perdere, cioè l’occasione di cambiare. Di cambiare davvero, non per poco tempo e in superficie, ma in profondità e con costanza. 

Anche il solo nome ti evoca schema, gabbia, costrizione tra code e tempi  lunghi, tra caselli e semafori, tra marmitte e occhiaie. Ma vi siete mai chiesti perché sarà mai necessario pendolare?  Ma è davvero sempre necessario trasportare le nostre stanche membra, o il nostro aitante corpo, poco cambia ai fini del traffico, dalla casa a un posto di lavoro? Siamo sicuri che quelle stanche membra (sparse le trecce morbide sull’affanoso petto) e il corpo aitante siano indispensabili in presenza fisica o non sia meglio considerare anche dopo la pandemia la presenza virtuale, remotata?

Da vent’anni e forse più andiamo ci riempiamo di studi e analisi sul telelavoro. Tele trasporto e intelligenza artificiale, reti neurali e sistemi complessi, schermo a Milano e operiamo con i bisturi a Chicago eppure ci spostiamo da Novoli a Scandicci, da Siena e Vinci, da Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, senza chiederci e senza chiedere al sistema se è davvero indispensabile, e non invece basta una voce una video immagine, un pdf, una grazia di registrazione.

A proposito di grazia umana: grazie alla rete, grazie al telefono, grazie a internet, grazie agli schermi, grazie al progresso possiamo fare cose che prima del 1980 non erano nemmeno immaginabili. 40 anni, non 400. Ricordo che nel 1995 si facevano congressi fiduciosi sul telelavoro. Diciamolo: era visto però come un fronte per pochi eletti o per un gruppo di sfigati. No, errore. Doveva essere la frontiera della modernità, ma come al solito abbiamo lasciato che tutto finisse in un congresso o su ingiallito giornale. La pandemia da Covid ci ha costretto a mettere in fila tutte le nostre fragilità operative per ripensare  gesti quotidiani e strategie annuali, e prima di tutto quali azioni possiamo fare senza far girare il nostro corpo cos’ fonte e così ricettacolo, di tutto e quindi anche di virus. Non dobbiamo perdere l’occasione di trasformare la crisi in opportunità, la difficoltà in soluzione. Che tristezza rivedere le code ai semafori, che tristezza incontrare di nuovo gli sfiduciati del pendolariato.  Li vedi: sembra triste aggrottata anche la mascherina che portano.

So che molte aziende stanno ragionando tra leggi, norme e accordi sindacali per proseguire l’esperienza del lavoro da casa per molti dipendenti che non debbono andare tutti i giorni in presenza fisica. Ci vogliono coraggio, lucidità sostegno e cambiamento di paradigma: non un lavoro misurato dal minuto e dall’orario, ma il lavoro valorizzato dal progetto, dalla relazione, dalla consultazione. Che bello il florilegio di videoconferenze anche per discutere di una fattura. Tra Bagno a Ripoli e Pistoia o tra Monzambano  e Mantova, dove le distanze e gli orari si abbattono.

Certo ci vogliono quelle cose dette prima e anche le infrastrutture: ci vuole la rete, ci vuole la connessione. Non possiamo fare video conferenze e lavorare in agilità se accendiamo l’ultimo valido pc e la rete non ci supporta e ci fa vedere a quadrettini o ci fa sentire l’audio dopo cinque minuti. Fanno prima a dialogare gli astronauti in orbita con le centrali di controllo alla Nasa che due  o tre videocollagati in una periferia non servita dalla rete come si deve. Sono magagne che vanno riparate, sono problemi che vanno risolti. Andiamo per i trent’anni di internet tra la gente, facciamo che diventi veramente uno strumento per tutti, proprio adesso che abbiamo l’occasione di trasformare pezzi della nostra vita quotidiana in frammenti di futuro. Come dice giustamente il mio amico Claudio che fa il webmaster di professione, quindi abituato ai collegamenti alle reti alle trasmissioni all’on line e all’off line, uno che è capace di trasmettere partite e messe, quadri e suggestioni, ebbene mi ripete e si ripete: perché  mai un impiegato che abita per esempio ad Anagni  deve fare due ore di viaggio al mattino e due ore di viaggio alla sera per andare a Roma entrare in una stanza accendere un computer per inserire dati di presenza assenza di personale che potrebbe e può immettere comodamente dal computer di casa sua?

E chissà quanti altri esempi ci sono. Lasciamo la strada ai medici e agli infermieri che debbono andare in ospedale e nei centro di cura, lasciamo la strada e il passo a quegli operai, artigiani, professionisti che debbono andare di persona e operare con le loro braccia e le loro gambe. Ma ci sono anche qui dei tabù da abbattere. Abbiamo visto che per i lavori edili e di manutenzione stradale dei cantieri ci sono forme di telelavoro possibile con la realtà aumentata e il tele controllo. Si può lavorare a distanza con la condivisione di schermi e documenti, ci fanno vedere che è possibile  curare un fegato a 4000 chilometri dal paziente, vedere la fibrosi polmonare di una persona ricoverata nell’altro emisfero, consolare un congiunto all’altro capo del mondo. Facciamo che il nuovo concetto di distanza ci avvicini a quel futuro che abbiamo sognato e che adesso un virus nella sua poderosa schifezza ci obbliga a considerare come un comandamento di modernità

“Capire è cambiare. Se non cambiamo vuol dire che non abbiamo capito”.