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Luglio 2020

L’attuale più rilevante problema del mondo, che ha la forma di un ancora molto sconosciuto virus, mette in evidenza una necessità per molti versi irrimandabile: l’urgenza di progredire. Non siamo più nelle condizioni, generali o regionali, di permetterci di stare fermi e vedere cosa ci porta il destino. Dobbiamo inventarci anche nel nostro piccolo, famiglia, impresa, borgo, città, comunità, cooperativa, società, forme di urgente progresso. Che non è solo sviluppo.

Ci riempiamo la bocca di “esigenza di sviluppo” ma non è più quello che serve davvero, perché lo sviluppo può essere anche indifferente alla società. L’obiettivo vero è il progresso ovvero un percorso generale di miglioramento che inevitabilmente investa le comunità. E non sono per nulla concetti astratti.

Qualche anno fa in un convegno a San Patrignano sull’economia positiva ho intervistato l’economista Jacques Attali. Ricordo che mi diceva, e lo diceva davanti a mille persone nella grande sala mensa della Comunità di Sanpa, che le scelte di progresso e di miglioramento cominciano in famiglia e a scuola, nel gruppo di amici e in piccole comunità.

Tanti anni fa, credo ne siamo passati almeno 34, Confindustria organizzò a Mantova, Palazzo della Ragione, un incontro nazionale di grande livello e su più giorni con interventi di industriali, economisti, sociologi e tanti nomi di spicco a cominciare dall’allora presidente di Confindustria e della Fiat Gianni Agnelli. Il titolo era: “Innovazione, Formazione, Sviluppo”. Era il 1986, presidente del Consiglio era Bettino Craxi, al Tesoro c’era Giovanni Goria, alle Finanze Bruno Visentini e al Bilancio prima Longo poi Romita. Eravamo nel bel mezzo dei mitici per molti versi davvero mitici anni Ottanta e ci si poneva il problema di innovare, di formare e di creare sviluppo.

Se ci pensate un attimo “Innovazione”, “Formazione” “Sviluppo” sono e potrebbero essere le parole chiave di un seminario nazionale o mondiale anche ora, anche dopo 34 anni. Magico o patetico, a seconda dei punti di vista.

C’è un irrefrenabile bisogno di innovazione che comporta una grande capacità di formazione e ri-formazione delle risorse e dei bisogni e quindi di programmare uno sviluppo che sia sostenibile e inclusivo. Parole di moda e sentite molte volte ma mai davvero applicate in maniera concertata organizzata. Vedo dai vari reperti in rete che quel governo Craxi aveva già un ministro dell’Ecologia: prima Alfredo Biondi e poi Valerio Zanone e vien da pensare anche e questo filone della tutela ambientale e delle politiche per il risparmio energetico e la difesa e valorizzazione della natura aveva già allora, 34 anni fa, una buona posizione nella scala dei valori dell’attività politica.

Eppure se ci pensiamo, nonostante i tanti provvedimenti le svariate leggi in materia, siamo ancora qui a porci il problema di rendere compatibile l’attività umana con la tutela dell’ambiente, le coltivazioni con il clima, mettere d’accordo le acque con il fuoco, il caldo con il freddo, l’acqua alta con la siccità.

Abbiamo sentito parlare di progetti per la modernizzazione del Paese e naturalmente tutte le idee positive vanno bene, in realtà ci sarebbe bisogno anche più modestamente di una scaletta delle urgenze di progresso, i 5 o 6 punti che ogni comunità si deve e dovrebbe dare come obiettivo a seconda dei contesti per contribuire alla modernizzazione. Non credo sia possibile pensare alla grande modernizzazione, se non per i titoli dei giornali, se non ci sono anche tante piccole società in progresso. Comunità in miglioramento, gruppi che segnano l’evoluzione, con coerenza o spaccatura, ma evoluzione di soggetti e di comunità.

E i capitoli di questa urgenza di progresso sono già noti: il lavoro e la sua realizzazione in tempi e contesti diversi dalla solita fabbrica e dal consueto ufficio, la mobilità e i trasporti in tempi di crisi e limitazioni, il nuovo modo di abitare e il concetto di casa borgo e città circolare, l’uso delle risorse primarie e la trasformazione, la circolarità dei beni e dei servizi, le tecnologie e le reti per le ormai indispensabili forme di collegamento e comunicazione a distanza e non a distanza, la nuova sanità tra alta specialità e servizi del territorio e di prossimità sociale, l’assistenza e la custodia delle persone fragili per età o per patologie, le storiche e nuove forme della cultura e del patrimonio da valorizzare.

Se pensiamo di fare tutto questo con schemi identici o delibere fotocopia da Bolzano a Palermo, da Imperia a a Brindisi commettiamo l’ennesimo errore di applicazione e di strategia. Ci vogliono progetti condivisi di area e di aree la cui combinazione porta alla costruzione di una sistema che può raggiungere anche il livello nazionale. Assurdo pensare che a Ravenna ci siano le stesse priorità di Alghero, antistorico ritenere che a Bari ci possano essere le stesse esigenze di Trento.

Prendiamone atto e aiutiamo la singola area a costruirsi la propria scaletta dell’urgenza di progredire. Integrabile e collegabile ma non sottomessa a burocratismi e centralismi.

A cominciare dalla riscossa della rete: non è tollerabile che i paesi di campagna non abbiano internet veloce e che per comunicare in banda larga si debba stare solo in città o paesi più fortunati con antenne vicine.

A cominciare dal riconoscimento che vi sono strade più strade di altre, autostrade più autostrade di altre e che magari le tre corsie in molti tratti non sono più sufficienti e bisogna pensare alle 4 corsie, anzi forse in alcuni punti siamo già in ritardo.

A cominciare dal mercato del lavoro che la pandemia ha rivoluzionato e che ha bisogno di linee guida generali ma sicuramente anche di attenzioni territoriali. L’urgenza del progresso come si vede ha nomi e e cognomi precisi. E’ una questione di progresso ma anche di democrazia applicata.

“… Ensenada. Luogo di pesca, trappola per turisti, nascondiglio per amanti. Hotel sulle scogliere e moli per la pesca sportiva. Moli dei bassofondi pieni di pescherecci da tonni e negozi di esche. Strade con nomi di santi e di despoti …”.

Photo Credits: Marco Grob

Un genio. Sono un genio. Dell’imbecillità. Sono anni che penso di scrivere un noir ambientato nei ’40, subito prima / subito dopo PearlHarbor, una storia di spie e inseguimenti, regolamento di conti e sparatorie liberatorie, messicani coi baffi e giapponesi infidi, poliziotti ammanicati coi nazisti e marines biondi, muscolosi e bamboccioni, vecchi sceriffi con la faccia scolpita nella roccia e bionde che fumano scolpendo nuvolette di voluttà in diner equivoci e bui.

Esistono testimonianze: pagine e pagine di documentazione, di nomi da usare, mappe e piantine di posti esotici, riferimenti per trovare su internet cataloghi di armi e mezzi e velivoli vecchi di settanta anni e più.

Giovanni Zucca, my old pard , tutto questo lo sa bene.

E adesso arriva questo James Ellroy a scrivere una storia ambientata esattamente nei ’40, subito prima / subito dopo PearlHarbor, una storia di spie e inseguimenti, regolamento di conti e sparatorie liberatorie, messicani coi baffi e giapponesi infidi, poliziotti ammanicati coi nazisti e marines biondi, muscolosi e bamboccioni, vecchi sceriffi con la faccia scolpita nella roccia e bionde che fumano scolpendo nuvolette di voluttà in diner equivoci e bui.

E lo fa dannatamente bene, molto, ma molto meglio di come l’avrei mai scritta io.

Estate ormai dirompente con il sole a farla da padrone e un paventato caldo africano in arrivo e voglia, e bisogno, di socializzare dopo i lunghi tempi del lockdown pandemico (che, occhio, passata del tutto non sarà l’emergenza, ma un po’ di sano stare insieme sempre nel rispetto della sicurezza sociale credo davvero sia doveroso regalarselo).

Cosa meglio, allora, che permettersi una serata al fresco dei colli, magari assaggiando golose preparazioni e rinfrescandosi con cocktail sfiziosi o una buona bottiglia di vino?

Ecco quindi una mappa, incompleta of course ma sentitamente ragionata, di quello che ci si può aspettare da una notte in collina sotto le stelle.

Il fienile Fluò

Il luogo del cuore: per me, e per tanti, tantissimi altri, “La Collina delle Meraviglie” – foto copertina – (prenotazione, sempre consigliabile, al 349.1717883) di via di Sabbiuno proprio di fianco alla vecchia Lumiera e che, rispetto alla scorsa estate, presenta solo pochi, piccoli ma significativi aggiustamenti (il bancone del bar, ad esempio, molto più professionale e spazioso) perché il progetto di Fabio Giavedoni, Giulia Guandalini e Giovanni Villa continua a non mostrare crepe od incertezze. Alla circoscritta ma gustosa scelta del menù al solito cucinato nel foodtruck che caratterizza la Collina, si abbinano bottiglie eccellenti (e questo è l’atout davvero importante e vincente) e, novità di quest’anno, una serie di concerti che, iniziata con la  presentazione del nuovo disco e del tour estivo di Federico Poggipollini (lo scorso 30 giugno), vedrà esibirsi sullo sfondo del più bel tramonto che sia possibile vedere il 16 luglio i JusBrothers ed il 30 i LimboTree.

Il fienile Fluò

Il luogo romantico: senza dubbio, “Il fienile Fluò” (prenotazioni allo 051.589636) a Monte Paderno. Romantico, anzi romanticissimo. Sempre che si riesca ad accaparrarsi per l’aperitivo o la cena (ma dal giovedì alla domenica anche per il pranzo) uno dei tavoli sotto il filare di alberelli che nascondono mille piccole suggestive luci bianche sulla scarpata vista calanchi che, davvero, da sola, la vista, vale il viaggio. E per chi non dovesse lasciarsi rapire dalla suggestione, ecco la possibilità di partecipare a “La voce degli alberi” (passeggiata nei boschi circostanti con voce narrante e musica ambiente) o a “Scena natura” una rassegna di cinema, teatro e musica.

The place to be: naturalmente “Ca’ Shin” (anche in questo caso si consiglia prenotare allo 051.589419) a Parco Cavaioni. Che di spazio per ospitare al meglio i visitatori nel pieno rispetto delle regole di distanziazione ne ha davvero tanto (ed infatti lo slogan recita “lo spazio non ci manca e lo useremo al meglio per accogliervi al meglio”). In questo caso la novità corposa e sostanziale, quest’anno è la cucina dello chef Ivan Poletti, un grande delle cucine bolognesi ben conosciuto in città e non solo. Per il resto, lo spazioso spazio disponibile è stato suddiviso in quattro zone: la veranda, l’orto-teatro, il forno e La Casetta dove è possibile, tutti i giorni da mezzogiorno all’una, consumare un picnic composti da panini e centrifugati a km 0.

Dal Nonno

Il luogo storico: storico, ed infatti, non c’è persona che abbia orbitato per Bologna in estate anche solo per pochi giorni che non sia stato portato o sia capitato per caso dal “Nonno” (prenotazioni allo 051.589093) in via di Casaglia a poche centinaia di metri da San Luca. Crescentine, salumi, tigelle, sottaceti: il menù è quello classico dei colli bolognesi e l’ambiente è il più vario e trasversale che si possa desiderare.

Il posto trendy: senza dubbio “Adeguati” di quel gran camaleonte della cucina che è Cesare Marretti. Per il terzo anno su per Roncrio, in quello che era il dehor della storica “Taverna della scimmia” (ma si va a scavare nella preistoria dei ricordi dei biassanot bolognesi) si va, dopo aver rigorosamente prenotato al 348.8402559, per inusuali piatti alla brace e pizze gourmet nel forno a legna.

Un recente studio di Deloitte evidenzia aspetti legati alla Generazione Z e ai millennial interessanti.

Ancora una volta la maxi fascia anagrafica che va dagli 11 ai 39 anni disegna un futuro green per il nostro pianeta. L’80% chiede a governi e imprese investimenti massicci per la salvaguardia ambientale, collocando l’attenzione e le politiche verdi come punto qualificante di rinascita post lockdown. Certo, ciò che balza agli occhi è al contempo la forte preoccupazione per il futuro, mai così incerto, mai così precario e nebuloso.
In Italia, i millennial per il 45/47 % e la Generazione Z per il 47/48 % si dichiarano ansiosi. Al centro di questo stato ansiogeno le preoccupazioni per il lavoro, per la salute mentale e fisica.
Proprio le generazioni alle quali affidare le sorti del mondo, vedono questa fase incerta e opaca. La visione strategica di un pianeta più sostenibile, viene increspata dalle nebbie della paura e delle insicurezze.
Ora, lungi dal proporre una retorica giovanilistica, che non ha mai prodotto nulla di buono, rimane tuttavia un vuoto, una questione ancora irrisolta.
Chi ha ora in mano le sorti del Paese e dell’Europa, ha in mente una prospettiva? Proprio quella prospettiva della quale i giovani europei e non sono i più diretti interpreti. O meglio, ciò che si mette in campo oggi, è strettamente connesso ad un progetto per il futuro?
Recovery fund, Mes, Piano di Rilancio, politiche attive per il lavoro, Next Generation EU, hanno l’ambizione oltre che di “salvare” l’oggi anche di costruire il ponte verso il domani, oppure tutto si esaurirà nello spazio di un Consiglio Europeo?
Presto cominceremo a capire se alle domande seguiranno le risposte.

( x due teglie di ferro 30 x 45 )


Ingredienti
Farina 0 – 1 kg (forza elevata. Se non trovate sulla confezione la W, controllare il contenuto di proteine – più è elevato, più la farina ha forza)
Lievito di birra fresco g 6
Sale g 22
Zucchero, un pizzico
Olio evo, 1 cucchiaino
Acqua 750g + 50 g+ 50 g
Suddivisa in tre step …
Farina di semola grano duro per la stesura

Per il condimento
Pomodoro pelato a pezzettoni
Mozzarella fior di latte
Farciture, a piacere
Origano

Procedimento
Dopo avere setacciato la farina metterla in una ciotola e versarvi il primo step di acqua dove al interno va stemperato il lievito con il pizzico di zucchero .. mescolare con la forchetta ( il composto rimane a straccioni, si chiama idrolisi per ottenere un impasto bello elastico), coprire con la pellicola e far riposare una mezz’ora .. a questo punto unire il sale e il secondo step di acqua , mescolando con le mani dal basso verso l’alto energicamente  (creando voi una sorta di braccio impastatore).

Far riposare coperta ancora 20 min e passare ad aggiungere l’altra acqua e impastare nello stesso modo senza toglierla mai dalla ciotola. Far riposare ancora 20 min e iniziate a dare le pieghe .. alzando, tirando verso l’alto e facendo ricadere su se stesso  e piegando a fagotto l’impasto fino a che non riuscirete più. Coprire ancora e far riposare 20 min, ripetere l’operazione un altra volta e poi riporre in frigorifero per almeno 24 ore.

Passato il tempo troverete l’impasto lievitato e pieno di belle bolle, dividere in due l’impasto chiudendolo a fagotto senza reimpastare e fatelo lievitare coperto in i recipiente cosparso di farina di semola. Dopo circa un oretta, sul tavolo cosparso di semola, capovolgere l’impasto e stenderlo con i polpastrelli partendo dal esterno e passando dopo al centro creando delle montagnette. Capovolgerlo nella teglia di ferro, lavorarlo bene con i polpastrelli nella parte superiore, cospargere con il pomodoro già condito con olio, sale e un po’ di origano.

Cuocere in forno statico già caldo a 250 gradi per 10/12 min, poi unite la mozzarella e la farcitura che preferite e cuocere altri 3/4 min. Il cotto noi l’abbiamo messo in uscita, ma potete sbizzarrirvi con le varie farciture in uscita o in cottura.

Buona pizza casalinga da G&G!

Se non si è letto Louis L’Amour, Emilio Salgari, Edgar Rice Burroughs o Robin Ervin Howard non si conosce l’avventura.

Certo esistono altri scrittori, più importanti, famosi ed affermati che del romanzo di avventura hanno fatto il loro marchio di fabbrica (il Jack London di “Zanna bianca” o il Robert Louis Stevenson de “L’isola del tesoro”, il James Fenimore Cooper de “L’ultimo dei mohicani” o ancora il Mark Twain di “Huckleberry Finn”) ma i loro romanzi, e di conseguenza i protagonisti delle loro avventure, utilizzano i meccanismi dell’avventura per perorare cause e sentimenti ben più alti (il mito romantico e selvaggio della frontiera e del grande Nord archetipo di antitesi tra civiltà e natura nei romanzi di London o il processo di formazione del ragazzo Jim Hawkins in quello di Stevenson, il canto perduto sulla nativity americana ormai al collasso nel romanzo di Cooper o il passaggio dalla cultura coloniale della Nuova Inghilterra a una nuova, autonoma cultura americana definita con estrema forza e chiarezza attraverso la logorrea gergale di Hucleberry che ha influenzato intere generazioni di scrittori nel romanzo di Twain) personaggi come l’Hoopalong Cassidy di Lamoore (vero nome di Louis L’Amour) e Sandokan di Salgari, Tarzan di Burroughs o Conan il Cimmero di Howard sono la quintessenza pura e semplice dell’avventura fine a se stessa. Essi vivono, lottano, affrontano la morte sempre con il sorriso guascone (il guascone D’Artagnan di Alexandre Dumas, ecco un altro bell’esemplare di eroe fine a se stesso) stampato in viso incuranti se le loro azioni possano avere riscontri nella vita, e nella vita del mondo che li circonda privilegiando la sopravvivenza pura e semplice, il ritrovare un amico perduto, il salvare una fanciulla rapita, appianare una disputa, riparare un torto, punire i malvagi muovendosi ed agendo in una dimensione astratta in cui, parafrasando il titolo di un film degli anni ’70 di Claude Lelouch con Lino Ventura, Jacques Brel, Aldo Maccione e Johnny Hallyday, “L’avventura è l’avventura”.

Trovare i Fenimore Cooper, i Salgari, i Burroughs o gli Howard in libreria non è così semplice: la maggior parte dei loro romanzi sono fuori catalogo, più facile trovarli nei remainder o in piccole librerie specializzate (o in qualche biblioteca che non abbia alienato le vecchie edizioni per seguire le mode del momento).

Un modo, semplice, per avvicinarsi alla loro idea di avventura però esiste. Basta affidarsi a quell’affabulatore compulsivo di Joe R.Lansdale.

Famoso, almeno in Italia, per la serie su Hap&Leonard, la rutilante, improbabile, riuscitissima coppia di detective cialtroni (wasp e “povero bianco” Hap, nero e gay Leonard) che opera nel Sud del Texas, le sue opere migliori sono quelle che raccontano l’America dei tempi che furono, indecise tra romanzo di formazione ed elegiaca e nostalgica chanson de geste (“Tramonto e polvere”, “La sottile linea scura”, “In fondo alla palude”, “L’anno dell’uragano”, “Cielo di sabbia”, “Acqua buia”) ambientate tra l’inizio degli anni ’30 e la fine dei ’50, l’età d’oro del sogno americano così spesso però, e mai come nei romanzi di Lansdale, malridotto, corrotto, interrotto.

Accanto a questa produzione chiamiamola di qualità (anche di quantità, certo: Lansdale è un bulimico della scrittura avendo pubblicato, novello Simenon, una cinquantina di romanzi e più di duecento racconti, oltre aver scritto una serie infinita di sceneggiature per fumetti) Lansdale si è dilettato a riscrivere gli stilemi moderni di generi sottovalutati e snobbati come il western (“La foresta” o “Paradise sky”), l’horror (la “Trilogia del DriveIn”), la fantascienza (la “Trilogia Ned La Foca”), lo splatterpunk (“Il lato oscuro dell’anima”). Riservando un posto d’onore, e qui ci ricolleghiamo al tema iniziale, a due piccole chicche avventurose e assolutamente fini a se stesse, piccoli, grandi omaggi, ai topos letterari considerati più retrivi: “La lunga strada della vendetta” in cui il protagonista è uno stanco e sfiduciato Batman e “Assassini nella giungla”, riscrittura del mito dell’uomo scimmia, in cui un Tarzan particolarmente muscolare si trova ad agire in una avventura che pare uscita dal mondo barbarico di Conan il Cimmero. Da non perdere.

 “… il ragazzo rinuncia ai vecchi sistemi. Se lui non sceglie qualcuno sceglierà per lui. Guardatelo, sta camminando, decide di mettere un piede davanti all’altro; succede. Pensaci, Il gatto di Lee che ti buttava giù le matite dalla scrivania. Perché? Per ricordare a se stesso che ne era capace. Perché una parte di lui – la parte più ancestrale – sapeva che un giorno non ci sarebbe più riuscito. Impara la lezione. Svegliati ignorante ogni mattina. Ricorda a te stesso che sei ancora in vita …”

Di Philipp Meyer (cresciuto a Baltimora lascia il liceo a 16 anni. Dopo aver lavorato per diversi anni in un centro traumatologico, si è iscritto alla Cornell University, dove ha studiato letteratura inglese. Dopo la laurea, ha lavorato in banca, poi come operaio edile, e infine di nuovo in un ospedale e definito dal «The New Yorker» tra i 20 migliori scrittori sotto i 40 anni) avevamo già segnalato il suo secondo romanzo, “Il figlio”, il 3 luglio 2016 (http://iltiromagazine.it/il-figlio-di-philip-meyer-uno-dei-libri-più-forti-di-sempre).

Torniamo adesso volentieri ad occuparci di lui per questo “Ruggine americana”, suo primo lavoro, sorta di romanzo di formazione, apprendistato alla vita e disillusa presa di coscienza della realtà, una realtà (acciaierie dismesse, fabbriche abbandonate, industrie parcellizzate) così diversa, così distante dal sogno americano che pareva dovesse non finire mai (“… la Steelcor pagava bene. Ti hanno solo sfruttato e la sicurezza lasciava a desiderare. Bastava guardare le statistiche, gli incidenti erano in crescita. Ma le statistiche non dovevi guardarle. Stavi lì per farti un gruzzolo. Cercavano di spremere fino all’ultimo dollaro da quella fabbrica senza prima aver risolto tutte le magagne … la Penn Steel da quindici anni non spendeva un soldo per i suoi impianti, quasi tutte le altre grandi acciaierie nazionali erano conciate alla stesso modo, cascavano a pezzi, molti usavano enuncio processo di lavorazione mentre tedeschi e giapponesi avevano introdotto l’ossigeno puro già dagli anni Sessanta, i giapponesi ed i tedeschi spendevano sempre soldi per i loro impianti. Investivano sempre su se stessi. Invece la Penn Steel non aveva investito mai un centesimo nelle sue fabbriche, garantendosi la rovina. Mentre tutti quegli stati assistenziali, la Germania, la Svezia, producevano ancor acciaio in quantità …”).

Ed è in questo ambiente depresso e fatiscente, e reso tanto più opprimente dal paragone con la stordente sontuosità della natura rigogliosa che circonda la cittadina di Buell, che si intersecano e si inseguono le vite e i destini dei protagonisti di questa favola nera che tanto ricorda altre opere mirabili singolarmente affini (per tutte, lo struggente bianco e nero de “L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich): il timido, introverso e geniale Isaac, sua sorella Lee che ha lasciato il paese per una laurea ad Yale, l’amico di sempre Poe, ex stella della locale squadra di football, sua madre Grace, dalla bellezza sfiorita e dai rimpianti divoranti, lo sceriffo Harris il cui scopo sembra essere quello di risolvere problemi e poi tutto un ruotare di personaggi, comprimari, coprotagonisti che donano sapore e completezza al plot.

E’ successo a Margno, vicino Lecco. Poteva succedere in qualsiasi altra parte del mondo. Può accadere nuovamente.

Mi domando , se si possa non considerare solo un fatto di cronaca nera, l’uccisione dei due fratellini di 12 anni. Vittime dell’egoismo, della follia, della solitudine e delle scelte “dei grandi”.

Il tutto non si esaurisce nell’atto criminoso minuziosamente descritto, c’è un prima e c’è un dopo.

Il prima parla di cura, guida alla separazione, gestione della rabbia, mediazione sociale e familiare, per garantire il diritto, per chi lo vuole, a interrompere una relazione pur mantenendo alta l’attenzione per i figli, che rimangono un bene prezioso ed inviolabile.

Il dopo, è il sostegno, l’accompagnamento, il sentirsi parte di una comunità, per chi ha visto la propria vita cambiare radicalmente ed in questo caso drammaticamente.

Occorrerebbero centri pubblici specializzati e multi servizi. In un sol luogo tutte le informazioni necessarie, sociali, legali, sanitarie, per affrontare una fase complessa della propria vita e per non farlo da soli. L’alternativa è continuare a far finta di stupirci. Assuefarci all’accaduto e passare alle successive tragedie familiari.

Tra le numerose problematiche della società in cui viviamo, subiamo ancora oggi povertà e razzismo, purtroppo ambedue sempre in crescita.

Tuttavia è anche vero che, rispetto al passato, grazie al grande sviluppo tecnologico molti sport, tra cui il calcio, sono nettamente cresciuti dal punto di vista mediatico e, nonostante ciò abbia portato anche delle conseguenze negative, in certi casi ha permesso tramite le azioni dei calciatori di combattere proprio queste grandi piaghe mondiali.

Marcus Rashford – Autore: Дмитрий Голубович – soccer.ru

Difatti lo sport, pur non offrendo un vaccino o una cura, cerca di elevare uomini e donne e stimola la società in cui viviamo ad agire secondo i valori di eguaglianza e rispetto reciproco, ispirando soprattutto i più giovani a non subire in silenzio ma di prendere posizione per coltivare la speranza di vivere un mondo migliore.

Durante questo periodo di grande sconforto e dissesto sociale, è da sottolineare l’azione di Marcus Rashford, attaccante ventitreenne del Manchester United che nei giorni scorsi ha scritto una lettera a cuore aperto al Primo Ministro Boris Johnson per cercare di far cambiare idea al governo britannico, che aveva scelto di non rinnovare i buoni pasto ai bambini poveri delle scuole inglesi.

La buona notizia è che ce l’ha fatta!

Il centravanti, originario di Saint Kitts and Nevis, nella lettera ha spiegato  le sue grandi difficoltà passate dovute ad episodi di razzismo negli stadi, anche da parte dei suoi stessi tifosi, e alla grande povertà vissuta sulla sua pelle da bambino, quando proprio i buoni pasto scolastici del governo gli permisero di continuare ad andare avanti e credere nel suo sogno di vestire un giorno la maglia della nazionale inglese e dei red devils.

La risposta del ministro non si è fatta attendere e i bambini poveri inglesi hanno potuto così riottenere il sussidio alimentare grazie all’azione di cuore dell’attaccante che per via della sua grande serietà, ha ‘’sconfitto’’ il governo.

Inoltre Rashford, durante la quarantena, ha contribuito a raccogliere 20 milioni di sterline ( 22 milioni di euro) sempre per combattere gli sprechi alimentari, raggiungendo quasi 3 milioni di bambini britannici , dando così un calcio alle disuguaglianze sociali di cui purtroppo sempre più bambini soffrono.

Nonostante le 38 presenze con la nazionale dei 3 leoni e i numerosi record battuti con la maglia dello United, Marcus non ha dimenticato le sue origini, rimanendo un sognatore con un cuore d’oro.