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Settembre 2020

Sarà stato il Covid, sarà stato che era difficile andare all’estero, sarà stato il bisogno di spiritualità, da queste parti hanno visto un incremento di visite e di turisti della devozione che da anni non si vedevano.

La signora bionda seduta sulla panchina nel prato davanti all’albergo un po’ stile Tirolo ha gli occhi vispi e curiosi. Magra, veste sobria, giacchetta sulle spalle perché in montagna fa sempre un po’ freschino, guarda i turisti che parcheggiano  l’auto e quelli che scendono coraggiosamente con le moto e vanno a fare le escursioni.  Ma non sono escursioni solo con scarponi e picchetti per scoprire natura e panorami, sono escursioni spirituali. Sono tante le persone qui alla ricerca di emozioni, di segni di sacro, per fede, cercando lembi di speranza, spinte da slanci di carità. E’ il grande parcheggio di Spiazzi Monte Baldo da dove si parte a piedi o in minibus per andare al Santuario della Madonna della Corona, il più ardito santuario d’Europa aggrappato alla roccia della montagna. Mezzoretta a piedi, cinque minuti in bus. Quest’anno un boom.

Sarà stato il Covid, sarà stato che era difficile andare all’estero, sarà stato il bisogno di spiritualità, da queste parti hanno visto un incremento di visite e di turisti della devozione che da anni non si vedevano. La signora bionda con la veste sobria e l’incedere elegante scruta e poi decide di rompere il ghiaccio: “Potete andare a piedi. Io l’ho fatta stamattina all’alba! Si fa bene, sapete. In un’oretta si arriva al Santuario e ci sono tutte le stazioni della Via Crucis per fermarsi e riflettere. E sono bellissime”. Ah, grazie signora per il suggerimento signora. “Si sta bene qui”, aggiunge. E continua: “Che volete io vengo da Mantova, c’è la corriera che porta direttamente qui, si sta bene a Mantova ma c’è caldo, qui si sta meglio, son qui da due settimane. Cosa volete i miei figli hanno da fare e allora io sto qui. Leggo, guardo e quando mi va vado al Santuario”.

E’ un continuo andirivieni di gruppi e coppie e anche di gruppi numerosi. Famiglie al completo, con nonni e nipoti piccoli che chiedono e pregano. Giovani e meno giovani, molti gruppi di anziani moderatamente tali, pronti a fare la discesa e alternare le stazioni della Via Crucis, vere e proprie opere d’arte,  con le finestre sulla Valle dell’Adige e rimanere a bocca aperta. C’è silenzio e rumore, c’è caldo e e c’è fresco: si sentono voci in lontananza e il rombo del motore dell’autobus che si alterna con il clacson per farsi strada e avvertire che arriva. “Sì dai in mezzoretta sei giù”.

14 stazioni e una grande croce che si staglia nell’azzurro del cielo del Baldo. Natura e opera d’arte, scoperta e ricerca, respiro dei polmoni e respiro del cuore. Dopo l’ultima curva si intravvede la facciata del Santuario da un lato incollato alla montagna e dall’altro a picco sulla vallata. Già un miracolo alla vista. E poi quella scalinata, ripida e nel contempo invitante, per arrivare sul sagrato sospeso della basilica che richiama pellegrini, fedeli, curiosi, turisti da tantissime parti d’Italia e del mondo. Tanti veronesi e veneti , tanti sono mantovani, poi ci sono ovviamente e dalla parlata si sentono molti toscani ed emiliani.

Un Santuario appeso.  Ultima galleria, ultimo varco, ci sono il bar e il negozio di articoli religiosi e poche panchine e pochi tavoli per rifocillarsi. Poi su al Santuario. Ingresso contingentato  tutti in mascherina, visita all’altare qualche foto, in ginocchio una preghiera, sussurri e occhiate. Qui ci venne il Papa Giovanni Paolo Secondo nell’aprile del 1988: una visita al Santuario della Madonna della Corona che in molti ricordano ancora oggi dopo tanti anni. Un anno simbolo quel 1988 anche per chi scrive.

Proprio nello stesso anno per l’8 dicembre, Immacolata Concezione, fui mandato dall’allora direttore a seguire il Papa Giovanni Paolo Secondo durante la cerimonia dell’omaggio alla Madonna di Piazza di Spagna. Coincidenze. Il Papa venne in visita al Santuario vicino casa e poi per lavoro incontrai il Papa pochi mesi dopo nella piazza dove la Vergine Immacolata domina Roma.

E’ così la vita da queste parti. I pellegrini continuano ad arrivare con suore e sacerdoti, con missionari e gruppi di  preghiera.  Pellegrinaggi che si mescolano al turismo, il turismo che diventa ricerca di senso e di spiritualità. Ceri, candele, ricordino, rosario e poi di nuovo alla curva dove passa il pulmino per tornare su al piazzale dove tutto è cominciato. Torniamo anche noi. Cerchiamo lo sguardo della signora che ci aveva fatto da guida ma non c’è.  Il tempo di assaggiare una polenta con funghi e  formaggi perché il posto aiuta e un goccio di rosso veronese in abbinamento e l’atmosfera è proprio quella del pellegrinaggio diffuso. Dove tutti si sentono parte di una grande comunità anche se non si conoscono anche se si incrociano per la prima e ultima volta.

Passa  un’oretta e ricompare la signora dalla veste sobria e dallo sguardo lieto. “Avete fatto la camminata”, ci dice felice, “vero che è bello? Anche io la faccio alla mattina. Eh sono qui da settimane” Prendo coraggio e un po’ sfrontato chiedo Signora posso domandarle quanti anni ha? “Certo. Ne ho 92”.  “Eh sa com’è i figli lavorano, il caldo, la città. Qui si sta bene”.

Ci sono momenti in cui improvvisamente la vita è più poesia di una poesia.

Voterò NO e lo farò per un semplice motivo: sono allergico e nauseato dalla retorica qualunquista e anti-politica che pervade – fino a farla diventare quasi un elemento antropologico – il nostro Paese.

Questa riforma è stata portata avanti e promossa partendo da una logica punitiva nei confronti di una categoria – quella politica – che a detta dei sostenitori “merita di essere tagliata”.

La Costituzione usata – ancora una volta – come oggetto di propaganda elettorale; come strumento di promozione del giudizio del “tribunale popolare” contro la “casta”.

Una riforma nata con questa premessa, costruita su queste basi, non può e non potrà mai essere utile al Paese, né servirà a “sfamare” la voglia di vendetta della “società civile” nei confronti di quella “incivile”.

Voterò NO nonostante la posizione favorevole dell’intera compagine governativa e delle forze di centro-sinistra che la sostengono. Forze che in nome della realpolitik – o perché convinte di poter sfruttare a proprio favore il vento populista – negli ultimi 25 anni hanno promosso e/o appoggiato riforme devastanti per la qualità della nostra democrazia, mal celando una subalternità culturale e politica disarmante:

  • l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che ha aperto la strada ad una stagione in cui le lobby e i facoltosi avranno molte più capacità di influenzare i processi decisionali;
  • la riforma/abolizione delle province che in nome dell’efficientamento e del taglio alle poltrone ha dato vita ad un periodo – in molti territori non ben precisato – di riorganizzazione delle responsabilità amministrative e di giochi di potere per le nomine a cariche politiche di secondo livello dai risultati enigmatici;
  • La riforma del Titolo Quinto che strizzava l’occhio alla voglia di federalismo delle regioni del nord e che ci ha consegnato 20 anni di conflitti di competenze tra regioni e Stato centrale senza tra l’altro placare la voglia di indipendenza delle “regioni virtuose”.
  • La riforma del lavoro e l’abolizione dell’articolo 18, riuscendo in quello in cui non era riuscito neanche Berlusconi all’apice del suo potere;

Senza contare lo schianto clamoroso sulla riforma costituzionale “renziana”, anche in quel caso promossa e propagandata all’esterno come la riforma del “taglio”: di poltrone, di costi, di competenze ed istituti inutili.

Votare NO domenica e lunedì prossimi non significa essere contro una riforma del sistema politico e istituzionale del nostro Paese che anzi per molti aspetti è urgente e necessaria.

Significa sottrarsi alla logica del “Noi contro Voi”, del “Popolo contro la casta” che ha generato e continua a generare mostri in un circolo vizioso che sembra quasi impossibile da invertire: oltre a promuovere le carriere politiche di personaggi discutibili, quali mirabolanti risultati hanno portato anni di campagne denigratorie di grillini e “movimenti civici”? Le rottamazioni renziane? Gli “Occupy PD”? I Girotondi? L’anti-politica berlusconiana?

Votare NO significa sottrarsi alla logica per cui se l’attuale classe politica è in gran parte inadeguata alle esigenze e alle sfide del Paese allora significa che la Politica non serva: e non mi soffermo neanche sul fatto che quei politici sono eletti da noi.

Votare NO significa sottrarsi – ancora una volta – alla retorica della “Società Civile” che si contrappone alla Politica: la realtà è più complessa di un film della Walt Disney.

La “società civile” non è composta solo di “brava gente”: la società civile è gli assassini di Willy, è le centinaia di femminicidi commessi ogni anno, è il sistema Palamara, è i carabinieri di Piacenza, Villa Inferno, i professionisti al servizio della criminalità organizzata e così via.

Delinque e resiste a sé stessa ogni giorno.

Votare NO significa essere consapevoli che questo Paese avrà qualche possibilità di salvarsi e di crescere solo quando si avrà la forza di promuovere un progetto collettivo, che non si basa sui poteri di qualche superuomo o pifferaio magico, ma che chiama in causa tutti e le responsabilità di tutti.

Quel giorno, se mai ci sarà, si potrà costruire solo grazie alla Politica.

Tante ragioni per il “no”, una per il “sì”

Sì. No. Mah. La risposta che verrebbe più naturale è la terza, ma sulla scheda l’opzione non c’è. O meglio, il “mah”, espressione di incertezza, dubbio e anche di rassegnazione, di fatto si concretizza standosene a casa il 20 e 21 settembre. E molti lo faranno dando un altro colpetto alle istituzioni democratiche e, concretamente, contribuendo a rafforzare l’idea che “tanto sono tutti uguali”, “tanto non cambia mai nulla”, “tanto i cittadini non contano nulla”. Domenica e lunedì infatti conterà molto l’affluenza. Nelle regioni dove si rinnova anche il Consiglio regionale sarà sufficiente, nei Comuni dove si vota lo stesso, nel resto d’Italia sarà dura. Anche l’influenza, intesa come lo spettro del Covid, farà la sua parte. Ancora di più lo farà l’influenza di questo voto sullo scenario politico: Governo, maggioranza, Pd, Cinque stelle per arrivare fino al candidato/a sindaco di Bologna. Il bello del voto, di qualsiasi voto, in Italia è questo. Non si vota mai solo per l’oggetto che sta scritto sulla scheda. C’è sempre un doppio, triplo significato della nostra crocetta .

Stavolta più che mai. Col “no” si indebolisce Conte, Zingaretti, il Pd, l’alleanza giallo-rossa. E’ la lettura più semplice e più gettonata. E’ una preoccupazione vera, ma per il Governo e per il Pd i guai arriveranno dai risultati delle Regionali. Una eventuale vittoria del “no” verrà assorbita perchè in fondo sarebbe la rivincita dei cittadini praticamente contro l’indicazione di tutti i partiti. Una debacle alle Regionali, il famoso sette a zero, ma anche la sconfitta in Toscana, quelle sì che farebbero tremare l’alleanza giallo-rossa. Sgombrato il campo da secondi e terzi fini, il voto “no” è un messaggio forte e preciso: crediamo in una democrazia rappresentativa, crediamo nella Costituzione, crediamo che i partiti siano un perno fondamentale della democrazia. Crediamo che i partiti debbano cambiare dentro, non fuori. Cioè, un “no” al lifting grillino, cioè no a tagliare un po’ di posti per poi continuare come prima. Un “no” alla demagogia di un partito che ha cavalcato l’onda della delegittimazione della politica.  

Tra i tanti motivi per dire “no” ne aggiungiamo due molto semplici, quasi banali. Senza scomodare la Costituzione, la Democrazia, il Governo. Un “no” come una piccola-grande lezione dei cittadini ai partiti, ma soprattutto alla sinistra, quella che ci sta a cuore. Smettete di fare gli ipocriti, smettete di far finta di lisciare il pelo all’opinione pubblica senza mai affrontare il problema del vostro funzionamento, della vostra democrazia interna, smettete voi di fare la casta e non raccontateci che basta ridurla numericamente, smettete di raccontarci che il risparmio sarebbe lo stipendio di 300 parlamentari. Il secondo è un “no” d’istinto, una lezione per i Cinque Stelle. In questo anno di governo con la sinistra avete detto sempre e solo “no”. No alla cancellazione dei decreti sicurezza, no al Mes, no all’alleanza con la sinistra alle regionali quasi ovunque. No addirittura in Regioni che saranno regalate alla destra. Adesso allora beccatevi il mio “no”.

Non si può però chiudere senza lasciare il beneficio del dubbio. Anche il voto “sì” ha tante ragioni. E i sostenitori le hanno spiegate più o meno bene e in modo più o meno convincente. Anche qui, banalmente e a proposito di influenze, aggiungiamo una ragione in più. Anzi tante. Voto “sì” perché altrimenti: Calenda, Renzi, Saviano, Meloni, Sallusti, Gori e la sua giunta, Molinari, Draghi, Repubblica, Salvini, Orfini, Bonaccini…

Spiaggia libera. Quest’anno va così. Bisogna mantenere le distanze. I bagni, quelli con i lettini, sono affollati. Per cui, dopo una discussione per niente democratica in famiglia, dove non ho quasi diritto di parola, si decide che il mare si può fare ma solo in sicurezza. Ti armi di ombrellone, sedie e vaghi alla ricerca, nella spiaggia libera, di una porzione di sabbia tutta per te, ovviamente a debita distanza da tutti. Poi incomincia l’opera, manco fosse lo stretto di Messina, di innalzare l’ombrellone. Una sudataccia. Esausto corri verso il mare, non vedi l’ora di buttarti dentro l’acqua e di fare una nuotata alla Montalbano. Prima, però, dai uno sguardo al tuo ombrellone. Lo vedi è l’unico storto, sai che basta un lievissimo colpo di vento e cadrà inesorabilmente per terra. A quel punto non ti rimane che sperare che la scienza trionfi trovando un vaccino sicuro ed efficace.

Ugo Rau

Sono le passeggiate al lago.

Sono i racconti dei castelli, quelli veri e quelli immaginari.

Sono gli abbracci sopra e i sussurri sotto le coperte.

Sono le ore passate a guardarti giocare e i minuti passati a rispondere alle tue domande su come ci si trucca.

I momenti in cui ti stavamo aspettando ed i momenti a ragionare sul futuro.

Sono le chiacchierate con i nonni davanti lo schermo di uno smartphone; sono le gite in campagna, le estati al mare e gli inverni davanti al cammino.

Sono i costumi di “Mimmi” inviati dallo zio e il pianoforte rosso dell’altro zio.

Sono i gelati “giganti” di cioccolato “chiaro” e fondente; le caramelle al ‘ciuccio’; il melone che mangeresti a vagonate e che non hai mai accettato non mi piaccia.

Sono gli attimi in cui gelosa vi guardo con papà cantare tutto il ‘vostro’ repertorio Disney e quelli in cui mi chiedi di interpretare “Кога сонцето заоѓа”…

Sono i pranzi e le cene durante le quali ti addormenti in braccio e gli aperitivi il venerdì sera con aranciata e patatine.

Sono i tuoi racconti di avventure con i cugini macedoni e le giornate rubate allo zoo di Skopje.

Ogni volta che ti presenti ad una persona completamente sconosciuta e ogni volta che delicatamente ti inserisci in un gruppo di bambini senza problemi.

I tuoi continui “rimproveri” da piccola perfezionista.

Il tuo spirito indipendente, la tua sincerità infantile, la vanità innata.

La fortuna di vederti crescere sempre più curiosa e dinamica nella sfortuna generale del lock down.

Di tutto questo e di tante altre cose io sono grata.

“Io purtroppo nella mia vita ho visto come si comincia a odiare qualcuno e come si insegna a farlo, mettendo prima la persona in ridicolo, poi facendo del bullismo e, dalle parole violente, si può passare ai fatti, arrivando a uccidere qualcuno” 

Sono parole di Liliana Segre che oggi compie 90 anni.

All’età di 13 anni venne deportata dal binario 21 della stazione Centrale di Milano al campo di concentramento di Auschwitz, dove fu separata dal padre che non rivide mai più.
All’ arrivo nel lager ricevette il numero di matricola 75190, che le venne tatuato sull’avambraccio e per circa un anno fu messa ai lavori forzati.
Dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati ad Auschwitz, lei fu tra i soli 25 sopravvissuti.

“Noi sopravvissuti siamo soprattutto il nostro numero. Prima del mio nome viene il mio numero: 75190. Perché non è tatuato sulla pelle, è impresso dentro di noi, vergogna per chi lo ha fatto, onore per chi lo porta non avendo mai fatto niente per prevaricare; essendo vivo per caso, come lo sono io”.

Dopo la fine della guerra, e per ben 45 anni, non parlò, nemmeno in famiglia, delle atrocità dell’Olocausto e delle dolorose vicende personali. Oggi prosegue la sua missione di testimonianza soprattutto nelle scuole e con i giovani. Le sue parole raccontano l’orrore della persecuzione degli ebrei, della deportazione e dello sterminio di milioni di persone nei campi di concentramento.

Ed è proprio nell’intervista del 30 agosto scorso rilasciata al Corriere della Sera, è proprio ai giovani che fa un appello:
“Cari ragazzi, tocca a voi. Prendete per mano i vostri genitori, i vostri professori. In questo momento d’incertezza prendete per mano l’Italia”.

In un momento in cui troppo spesso assistiamo a fenomeni che si ripropongono in forme diverse, ma con lo stesso carico di orrore, quello che non possiamo permetterci sono le amnesie.

Grazie infinite a lei, Senatrice Segre per l’esempio, per non smettere di raccontare, perché nulla vada dimenticato. Per L e parole scelte con estrema cura, per essere sentinella, punto di riferimento. 

Che il suo esempio possa arrivare a tutti.

Buon compleanno!

E chi non volesse salire sui colli per godere un po’ di aria fresca magari accompagnata da buon cibo ed ottimi vini (ce n’è di gente strana, ma c’è anche chi non può materialmente farlo).

Ed allora? Dovrebbe pensare ad un’estate tra le mura domestiche, rintanato per tentare di sfuggire l’afa incombente?

Ehi, siamo a Bologna, non scherziamo.

Trovare un’oasi di fresco e di bien etre anche senza dover per forza muovere l’auto o inforcare il sellino, arroventato, della moto, è possibile e praticamente senza neanche valicare il confine della comfort-zone dei viali.

Parliamo di due situazioni, dissimili all’apparenza ma alquanto omogenee almeno per ciò che riguarda lo spirito che le anima e che spinge i rispettivi ideatori a regalare alla cittadinanza spazi di vero e proprio relax.

La prima che ci piace segnalare è una new entry nel panorama delle offerte bolognesi.

Seguendo le orme di quel “progetto di socialità, aggregazione e cultura” che fu alla base, gli anni scorsi, del GuastoVillage, Giacomo Berti Arnoaldi Veli, Renato Lideo, Maurizio Cecconi e Giorgio Aquila hanno creato, dal nulla, BorgoMameli che sorge nell’area di quella che è l’ex birreria della caserma ottocentesca Mameli a Porta San Felice.

Un piccolo “borgo”, appunto, dove, a ricompattare il  legame con il GuastoVillage, tra i muri pastello e il fascino retrò del giardino hanno trovato posto anche alcuni dei container che caratterizzavano quella esperienza.

Come si conviene ad una realtà che vuole fare della socialità diffusa il proprio marchio di fabbrica, non di solo food (anche se di ottima qualità: la ristorazione è infatti affidata, in tre distinti corner, a FuocoVivo con la carne della Macelleria Zivieri, pesce di qualità e verdure bio, a Convivio con piatti della tradizione e a Ranzani 13 con le sue pizze) vivranno le serate di BorgoMameli (aperto tutti i giorni dalle 18.00 all’1.00. Tutte le info e il calendario su www.borgomameli.it): sono infatti previste mostre di foto e mini rassegne teatrali, concerti jazz e soffusi djset, format interattivi e musicali.

Il secondo spazio caldamente consigliato è invece un classico dell’estate bolognese: “MontagnolaRepublic” si è infatti riappropriata degli spazi tradizionalmente a lei riservati all’ombra dei grandi platani monumentali fin dalla metà dello scorso mese di luglio e sino a fine settembre (quando si terrà il Festival di cinema, fotografia e arte ispirati al mondo della bicicletta “Visioni a Catena” organizzato da Dynamo – La Velostazione) ospiterà nelle due aree dedicate (la prima per gli spettacoli e i concerti dove tradizionalmente si è sempre svolta la manifestazione e la seconda dov’è il nuovo bar di fianco alla Tensostruttura del Parco) un fitto calendario che prevede (tutti i giorni dalle 16,00 alle 01,00) una programmazione musicale gratuita curata, per il terzo anno consecutivo, dal Circolo Arci Binario69 (al quale è affidata anche la parte bar e ristoro).

Saigon. Cazzo. Sono ancora soltanto a Saigon. Ogni volta penso che mi sveglierò di nuovo nella giungla …

Quand’ero qui volevo essere lì. Quand’ero là, pensavo solo a tornare nella giungla. Adesso sono qui da una settimana… in attesa di una missione, mi sto lasciando andare …

La stanza si fa sempre più piccola: più guardo la pareti più mi si stringono intorno …

A condurre la guerra era un gruppo di clown con quattro stelle che avrebbero finito per dar via tutto il circo …

Io volevo una missione, e per scontare i miei peccati, me ne assegnarono una …

Se leggendo “Dispacci” vi viene in mente li delirio (mentre in sottofondo troneggia “The End” dei Doors) di Martin “capitano Willard” Sheen nella scena iniziale di “Apocalypse Now”, non c’è  nulla di strano.

Michael Herr, infatti, autore di questo unico romanzo, un romanzo peraltro straordinario ed imperdibile, un romanzo/pamphlet che, insieme forse al solo “Il segno rosso del coraggio” di Stephen Crane, viene considerato il più alto atto d’accusa contro la guerra ed al contempo la miglior testimonianza della insensatezza della stessa (“… era un ragazzo alto e biondo del Michigan, probabilmente sulla ventina, benché non fosse mai facile indovinare l’età dei marine di Khe Sanh dal momento che nulla di simile alla gioventù si conservava a lungo sui loro visi. La colpa era degli occhi: perché erano sempre tirati o spenti o semplicemente assenti, non c’entravano mai niente con ciò che faceva il resto del viso, e questo conferiva  a tutti quanti  un’aria di estrema stanchezza oppure di balenante follia …”), fu coinvolto da Oliver Stone nell’avventura di Apocalypse Now come sceneggiatore salvo poi ritrovarsi citato in una pagina speciale dei titoli di coda come autore della “narrazione” con ciò intendendo i “fuori campo” di Martin Sheen/Willard che risale il fiume attraverso la Cambogia per andare ad eliminare il colonnello ribelle Kurtz/Brando, quella voce fuori campo senza la quale il film risulterebbe praticamente incomprensibile. Lo sceneggiatore comunque lo farà, adattando il romanzo di Gustav Hasford “Nato per uccidere” per il “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick).

Affermando una volta di più il talento dell’uomo che scrisse un unico libro, ma che libro fu quel libro.