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Ottobre 2020

Alla fine magari non succederà niente. Magari prevarrà la realpolitik: primarie o caminetto. Ma la nonchalance con la quale il Pd – i dirigenti del Pd –  hanno preso la possibile candidatura di Elisabetta Gualmini come sindaco di Bologna è davvero stupefacente. L’ennesima dimostrazione del vecchio adagio che dice che gli elettori sono buoni solo il giorno delle urne. Dal giorno dopo via con i balletti, da un posto all’altro, dimissioni, nuove elezioni, senza mai rispettare gli impegni presi con gli elettori. Mi chiedo (e chiedo) è politicamente etico chiedere i voti per un incarico, per un posto, per un seggio e poi abbandonarlo a piacere ?

L’onorevole Elisabetta Gualmini si è già dimessa un anno prima della scadenza del suo incarico da vicepresidente della Regione (non uno strapuntino) per candidarsi nel maggio del 2019 al Parlamento Europeo. Adesso, dopo un anno pur sentendosi un po’ in imbarazzo è già pronta a cambiare (“Onorata che i dem pensino a me”). Si capisce che scalpita, anche se dice di avere degli scrupoli di coscienza, per diventare la prima sindaca di Bologna. Ma dal partito non c’è uno che abbia alzato un dito per ricordare gli impegni presi. Sono tutti indispensabili, sono tutti delle risorse. Uniche. Per gli elettori emiliano-romagnoli poi la storia è davvero buffa. Evidentemente lo “zoccolo duro”, quelli che hanno consentito alla sinistra di vincere tante volte e ultimamente di non soccombere al salvinismo montante, se lo merita. Dei quattro eletti a Bruxelles coi voti degli emiliano-romagnoli la situazione sarebbe questa: Calenda appena eletto grazie ai voti del Pd, è uscito dal partito e ha fondato il suo movimento. Poi la Gualmini che “se me lo chiedono non rifiuto una candidatura a sindaco di Bologna”. Terzo De Castro, l’unico che continua a fare, bene, il suo lavoro, rimane al suo posto ma non è certo il referente dell’Emilia Romagna avendo un ruolo nazionale per quanto riguarda l’agricoltura. Infine, quarta, Alessandra Moretti, la campionessa mondiale nel campionato dei candidati a tutto. Riassumo per chi avesse qualche amnesia i recenti balzi di poltrona dell’onorevole: 2013, portavoce di Bersani, si candida e viene eletta nel parlamento Italiano; nel 2014 con Renzi si candida capolista alle Europee nella nostra Circoscrizione; nel 2014 si candida e vince le primarie per la presidenza del Veneto; nel 2015 si dimette dal parlamento Europeo perde con Zaia e viene eletta consigliere regionale del Veneto dove si fa vedere raramente (25 presenze su 90); nel 2019 si candida alle elezioni europee e viene eletta. Di nuovo.

E agli elettori emiliani che per questi quattro signori si sono prodigati a suon di preferenze chi ci pensa? E’ vero che qualcuno potrebbe dire che non ne sentiremo la mancanza e che uno vale l’altro, però…Se per caso l’onorevole Gualmini decidesse di correre per palazzo d’Accursio e se fosse eletta, l’Emilia-Romagna a Bruxelles non avrebbe più nessun rappresentante: Calenda non è più nel Partito Democratico (anzi gioca contro), di De Castro abbiamo detto, la Moretti è veneta. Il primo dei non eletti, Achille Variati, è sottosegretario nel governo Conte, è vicentino e forse rimarrebbe al Viminale. La sesta è Laura Puppato, pure lei veneta. Una persona normale riassumerebbe tutto questo in una frase: cari elettori emiliani i vostri voti li abbiamo messi nel cestino. Un dirigente del Pd invece ci spiegherebbe che Elisabetta Gualmini è una risorsa, che ha grandi competenze e grande esperienza, che sarebbe il primo sindaco donna, eccetera… Tutto vero: nel 2014 aveva grandi competenze per la fare la vice in Regione; nel 2019 aveva grandi competenze per fare la parlamentare europea; nel 2021 avrà grandi competenze come sindaca. Competente in tutto. E pensare che nel dicembre del ’14, il giorno prima di essere chiamata dal presidente Bonaccini come sua vice in giunta, ai giornalisti che chiedevano delucidazioni, un po’ irritata rispondeva: “Il mio posto è all’Istituto Cattaneo”. Del resto il cambiamento non la spaventa: nel 2018 passò da Renzi a Zingaretti nel volgere di una notte. L’ha spiegato lei stessa al Foglio: “Perché mai una turborenziana come me  dovrebbe sostenere Nicola Zingaretti? Sono forse impazzita? Direi di no, in fondo mi pare di essere una personcina piuttosto razionale e poco incline a colpi di testa. Ma il 4 marzo 2018 (il giorno delle elezioni politiche, ndr) è successo qualcosa di dirompente…”.

Per la candidatura a palazzo d’Accursio non c’è nulla di dirompente (tranne la  sua legittima ambizione), ma forse oltre alle aspirazioni personali di Elisabetta Gualmini ci sono altri conti da regolare come ultimo atto della guerra Zingaretti-Bonaccini che non è finita con la vittoria del primo nel giorno del referendum, delle regionali e della tenuta del Pd il 20 settembre scorso. Anzi, continua quasi quotidianamente con il presidente Bonaccini che punzecchia il segretario e il Governo ad ogni piè sospinto. E potrebbe continuare, con altre armi e altri campioni, proprio sotto le Due Torri. Se ci pensate le primarie Lepore-Gualmini sarebbero una nuova puntata del match Zingaretti-Bonaccini.

Auguri.

Nel mondo del calcio ci sono tanti fuoriclasse di ogni genere e specie, e ogni volta che ammiri le loro giocate ricche di estro e di sfrenata fantasia, ti rendi davvero conto che il paragone tra artista e fuoriclasse e il conseguente accostamento del calcio all’arte non è poi così azzardato.

Ma come ho detto i fuoriclasse non sono tutti uguali, nascono tutti con incredibili doti naturali, ma con il passare del tempo ognuno intraprende la sua strada di crescita: c’è il fuoriclasse a cui piace stare costantemente sotto i riflettori, in grandi club fino a fine carriera, percependo stipendi paranormali e cercando a tutti i costi di infrangere ogni tipo di record possibile, per entrare nella storia; c’è poi un altro tipo di fuoriclasse, quello più puro, al quale però la luce dei riflettori e dei grandi palcoscenici non porta tanti stimoli quanti ne può portare una fascia da capitano in una squadra provinciale, in cui ogni giorno vivi da protagonista, diventando con le tue giocate idolo della folla.

Ed è qui che troviamo un giocatore, un artista, che lontano dai riflettori ci ha vissuto una vita e si è distinto per le sue innate qualità tecniche dentro al campo e per la sua veracità e capacità di non avere nessun atteggiamento scontato fuori, cosa che non gli ha risparmiato anche qualche pena da scontare.

 Chiamato ‘’Alino’’ dai tifosi della sua città natale, Prato, Diamanti è genio e sregolatezza, talento e originalità abbinate alla discontinuità, perché come ogni artista che si rispetti ha i suoi momenti di luce e di ombra.

Calcisticamente sboccia nella sua città, per poi raggiungere la serie A con il Livorno fino ad arrivare ai grandi palcoscenici internazionali, la premier League a Londra, con il West Ham, dove viene allenato da un altro fuoriclasse, Gianfranco Zola, che lo ha voluto fortemente oltremanica.

Sui grandi palcoscenici Alino ci può stare: prima stagione, 28 presenze e 7 reti, una in particolare su punizione contro il Birmingham, che fa impazzire Upton Park.

Tuttavia, Diamanti torna sulla penisola, a sua detta non senza qualche rimpianto, per vestire prima la maglia del Brescia e poi del Bologna, altra squadra di provincia, altri capolavori che lo portano alla convocazione a euro 2012. Subentra nei minuti finali dei quarti di finale contro l’Inghilterra e dopo il risultato a reti bianche si decide tutto dagli 11 metri.

Nei momenti decisivi, quelli in cui bisogna lasciare il segno, è qui che i fuoriclasse hanno una marcia in più, ed è qui che il ragazzo di provincia si è caricato il paese sulle spalle, segnando a Joe Hart il rigore decisivo, regalandoci così la semifinale. Nel frattempo, a Bologna si consacra e, con la fascia al braccio, l’artista si conquista la folla, diventando idolo dei bolognesi.

Nel 2015 il ragazzo di Prato, oramai uomo, intraprende il secondo grande viaggio della sua vita, altro paese, altro continente, la Cina e il Guanghzou, allenata dall’altro toscano, Marcello Lippi.

Qui luci e ombre, gol abbinati a diti medi rivolti ai compagni, elogi e punizioni, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Dopo il periodo cinese qualche anno di silenzio, di stallo. Gli anni passano e l’età cresce, e il periodo buio di alino lo porta ad esporsi alle critiche della stampa con l’appellativo di ‘’giocatore finito’’.

Poi, all’improvviso, in un momento di smarrimento il fuoriclasse torna dove tutto è iniziato, a Livorno.

Alino rinasce, 35 anni, ma la benzina al posto del sangue lo spingono a ritornare in scena da protagonista, piazza piccola , immane entusiasmo, gli ingredienti perfetti per tornare grande. 32 partite, 10 reti, il Livorno partito sfavorito raggiunge grazie al ‘’giocatore finito’’ la salvezza diretta in serie B.

Fine carriera direte voi, invece no, la sregolatezza che è in lui lo porta ad intraprendere il terzo viaggio della sua vita, alla volta di un terzo continente, no, non l’America come tutti, ma l’Oceania, nel Western United, società per di più appena fondata; una pazzia degna del personaggio.

Eppure, a 37 anni l’estro che è in lui continua a straboccare attraverso quel sinistro che nel calcio moderno è difficile trovare. 

Di recente, al termine della sua prima stagione in Australia ha trascinato il club dei sobborghi di Melbourne alla semifinale scudetto e proprio nella terra dei canguri e delle immense distanze è entrato nella storia, venendo nominato ‘’miglior giocatore del campionato’’, primo italiano ad ottenere il premio, nemmeno Del Piero ci riuscì. 

In qualche riga la vita di un personaggio di culto, che ai giorni nostri si fa fatica a trovare, per le qualità tecniche ma soprattutto per la personalità fuori dal campo, no maschere e grande originalità.

E poi bo…

Per quel che conta, non vincerà mai il Nobel per la letteratura (se mai verrà nuovamente assegnato). Troppo sofisticata ma nel contempo vicina alla gente, troppo diretta ed insieme favolistica, troppo intransigente ma sempre empatia e dolorosamente partecipe, troppo autrice, insomma, anche se così volutamente e volgarmente pop.

Joyce Carrol Oates rimane, comunque ed indiscutibilmente, la scrittrice vivente più importante la cui voce si alza, in ogni sua opera, alta e potente a sovrastare il chiacchiericcio inutile e pigolante di tanta letteratura odierna.

E se non basta a convincervi questo “Doppio nodo”, un thriller psicologico dalle mille sfaccettature e dagli altrettanti rimandi scritto sotto lo pseudonimo Rosamund Smith, andate a rileggervi qualcosa, qualunque cosa, della sua sterminata produzione. Potrete scegliere tra l’horror di “Zombie” e la denuncia femminista di “Stupro”, tra l’amara consapevolezza di decadenza sociale de “L’età di mezzo” e la faticosa analisi personale de “I paesaggi perduti”, tra il ritratto straziante e feroce di un mondo che della corsa alla notorietà e della sessualizzazione dell’infanzia ha fatto ormai un’ineludibile formula esistenziale di “Sorella, mio unico amore” al feroce ritratto in bianco e nero di una nazione lanciata verso il progresso democratico e fatalmente dimentica dei propri più oscuri fantasmi di “Ragazza nera ragazza bianca”, dal biophic di “Blonde” al resoconto romantico e che denota una conoscenza tecnicamente impeccabile e una sensibilità raffinata che tanto sarebbero piaciute a Gianni Mura, al grande “teatro tragico” dello spettacolo della massima “mascolinità idealizzata” di “Sulla boxe”, tra la ricostruzione di uno dei momenti più bui della democrazia americana, l’incidente di Chappaquiddick Island, di “Acqua nera” e il disvelamento di quel nucleo scuro e pulsante della società americana, una società che sotto la patina dorata di un provincialismo perbenista tenta di celare il proprio vero volto sinistro, inquietante e spettrale, de “Il collezionista di bambole”.

Potrei continuare praticamente all’infinito, ogni suo libro esplorando e unghiando e vetrificando sotto una lente da entomologo ogni umana esperienza, ogni umana debolezza, ogni umano sentimento e dolore. Non posso, tuttavia, lasciarmi sfuggire la più definitiva forma di quel SacroGral che è il G.R.A. (il Grande Romanzo Americano): l’amara tetralogia “Epopea Americana“ (“Il giardino delle delizie”, “I ricchi”, “Loro”, “Il paese delle meraviglie”).

D’altronde, come diceva quello, “provare per credere”

Ingredienti

  • Farina farro 400g
  • Lievito di birra fresco 4 grammi
  • Acqua 300 g
  • Sale 8 / 10 g
  • Zucchero un cucchiaino
  • Curcuma 1 cucchiaino
  • Olio evo un cucchiaio

Procedimento
In una ciotola unire la farina, la curcuma, i semi di chia e miscelare bene; a parte stemperare il lievito nell’acqua con lo zucchero, far sciogliere bene e versare nella farina mescolando con una forchetta.
Non creare completamente l’impasto (deve rimanere un po’ sgranato). Coprire con la pellicola è far riposare 20/30 minuti; trascorso il tempo, con una leccapiatti girare l’impasto creando delle piccole rotazioni fino al completo giro. Far riposare ancora 10 min e ripetere l’operazione aggiungendo anche il sale.
A questo punto porre in frigorifere per almeno 10 ore, al termine delle quali si sarà creato un impasto con diverse bolle in superficie. Versalo sul piano lavoro aiutandosi con un po’ di farina di semola; stenderlo a rettangolo utilizzando le dita e non il mattarello.


Fare le pieghe portando metà impasto al centro e schiacciando bene i bordi per non far uscire l’aria, l’altra metà sopra, poi passando ai lati, la prima metà, poi l’altra, creando così una palla. Ripetere tutta l’operazione una seconda volta (tutto questo serve per dare forza al pane).
A questo punto avvolgerlo in uno strofinaccio e appoggiarlo in una ciotola, farlo lievitare almeno due ore, comunque fino al raddoppio di volume (meglio in un luogo caldo: dentro al forno spento luce accesa).
A lievitazione avvenuta, mettere il tegame (noi abbiamo usato quello di terracotta diametro 22 e non troppo alto circa 15 cm , ma va bene anche ceramica) nel forno accendere alla massima temperatura lasciare scaldare per almeno 10 min,

La nostra versione integrale

A questo punto portare la temperatura del forno a 230 gradi, rovesciare il pane velocemente e coprire con il coperchio; cuocere circa 30 minuti, abbassare a 210, togliere il coperchio e cuocere ancora 20/25 minuti.
Per avere una crosta più croccante, trascorso questo tempo cuocere ancora 5 minuti il pane tolto dalla pentola e lasciato direttamente sulla griglia del forno. Farlo raffreddare capovolto e il vostro pane e pronto per ogni utilizzo.

Potete anche utilizzare altre tipologie di farina

Buon pane da G&G