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Novembre 2020

Nell’assordante vuotità di dilagante oscurantismo intellettuale, Carlo Rovelli offre una sua, intelligente, osservazione.

A una data domanda, la Scienza dà una o più risposte. Sarà poi compito dello scienziato formularle in maniera intellegibile al pubblico incolto.

Al tempo del Covid, però, non può essere questa la risposta all’insanabile dicotomia economia/salute. Non può esserla perché ogni uomo o donna di scienze rimane pur sempre un essere umano con le proprie convinzioni, le proprie idiosincrasie, la propria storia. Accadimento personali diversi che porteranno inevitabilmente a privilegiare l’uno o l’altro degli eterni contendenti.

Toccherà quindi alla politica trovare tempi e modi di coniugare una risposta che dovrebbe, DEVE, necessariamente por fine al risibile balletto dei tanti, troppi, pseudo scienziati cui ormai sembra demandata la res publica.

Detto questo, che mi sembrava doveroso sottolineare, torniamo a parlare di libri.

L’aver cominciata questa riflessione citando Carlo Rovelli è doveroso non fosse altro per la curiosa coincidenza che vede apparire in libreria praticamente in contemporanea due, diversissimi, testi dedicati ad un argomento abbastanza ostico che, di sicuro, non riscuote un interesse precipuo da parte del pubblico: la fisica quantistica.

Maggiore è dunque il merito e la lungimiranza, direi la felice follia, delle due case editrici nell’aver editato “Ucciderò il gatto di Schrödinger” di Gabriella Greison (Mondadori) ed “Helgoland” di, appunto Carlo Rovelli (Adelphi).

Naturalmente, forse non così naturalmente, l’approccio dei due è assai dissimile.

Se per la Greison, infatti, “…la fisica quantistica racconti perfettamente l’inquietudine, l’irrequietezza … la fisica quantistica non è ancora finita, per ora la teoria che la racconta è provvisoria, esattamente come la vita di una persona («Quando capisci che tutto è basato sulla probabilità e non su Newton, il mondo ti si sfalda in mano. E io l’ho appena capito. Ho 28 anni, ma non so che farmene. Sono confusa e arrabbiata. Le mie giornate sono uno strazio. Mi sveglio, mi lavo, mi vesto. Indosso sempre la stessa cosa. Giubbetto giallo, pantaloni gialli, entrambi con una lunga banda laterale nera. È la tuta di Kill Bill . Ne ho diversi tipi, estate o inverno non fa differenza. Mi vesto così, punto. Non so lottare, sia chiaro. Nella vita, intendo. Mi vesto così quando vado a fare la spesa, quando vado a prendere un tè, quando ho un incontro di lavoro, quando vado a correre. Sì, corro, faccio jogging. Nei cimiteri. È l’unico posto che mi fa sentire viva. Parlo con i morti, e loro mi rispondono»…”) l’approccio di Rovelli è più documentaristico/filosofico/storico (la teoria dei quanti si è rivelata sempre più gremita di idee sconcertanti e inquietanti, fantasmatiche onde di probabilità, oggetti lontani che sembrano magicamente connessi fra loro, ecc., ma al tempo stesso capace di innumerevoli conferme sperimentali, che hanno portato a ogni sorta di applicazioni tecnologiche).

Una lettura altra ma anche alta, dunque, che non può non spingere il lettore avvertito, ma anche quello meno smaliziato ne son certo, ad esplorare, in una prospettiva stupefacente, questioni fondamentali ancora irrisolte, dalla costituzione della natura a quella di noi stessi, che della natura siamo parte.

Ingredienti:

  • Mele verdi 1 kg ( più 2 per il decoro )
  • Zucchero semolato 100 + 150 g
  • Limone spremuto 1
  • Farina 00 300g
  • Uova 4
  • Burro 150 g
  • 1 bustina lievito x dolci
  • Vanilline 1 bustina
  • Limone grattugiato
  • Sale un pizzico
  • 2 cucchiai di marmellata albicocca x la lucidatura ( a piacere )

Per prima cosa lavare e pelare le mele, tagliarle a pezzetti poi metterle a marinare con il limone spremuto  e i 100 g di zucchero per qualche ora.

Dopo questo tempo montare il burro con lo zucchero, aggiungere le uova una alla volta, le mele marinate, il limone grattugiato e dopo aver miscelato la farina, il lievito e un pizzico di sale amalgamare lentamente con una spatola.
Se l’impasto dovesse essere troppo duro, si può aggiungere un bicchierino di latte.


Versare in una tortiera a cerniera con carta forno  (da 26 cm). Decorare con le restanti mele tagliate a fettine sottili ma con la buccia e versarvi un cucchiaio di zucchero.
Preriscaldare il forno a 180 gradi e cuocere per 45 / 50 min .. gli ultimi 5 minuti versarvi sopra la confettura per lucidare la torta.
Fare sempre la prova stecchino.
Ed ecco la  buonissima torta di mele !!!

Buona colazione o merenda da G&G

Nel parco delle foreste casentinesi, ai piedi della Campigna e della cima dei monti Falco e Falterona, si trova a 1030 mt s.l.m. , San Paolo in Alpe.

Un luogo sospeso, tra la zona submontana e montana di questo scorcio di appennino romagnolo.

Meta di trekking ed escursioni, questo altopiano verde, è il punto centrale di un insieme di valli, gole, speroni di roccia, pendii e creste, caratteristiche di quest’area della nostra Regione.

Uno spazio magico, quasi perso nel tempo.

Un tempo più lento e riflessivo, dove fermarsi a scoprire i boschi, i sentieri, i fiumi, dove ascoltare senza sentire rumori penetranti e violenti.

E’ facile, per chi sale lungo i sentieri ben segnati dal CAI, imbattersi in daini, cervi, caprioli, protetti dal folto della vegetazione, dall’abbraccio dei boschi.

San Paolo in Alpe, come molte altre zone degli appennini emiliano – romagnoli, custodisce le sofferenze figlie della seconda guerra mondiale.

La lotta di Liberazione dal nazifascismo, l’impegno di ragazze/i contro la dittatura, le tragedie di una popolazione provata e martoriata dall’invasore tedesco, i soprusi subiti dai sodali del Duce.

Su queste alture, gli alleati lanciarono provviste, armi e vestiti, a sostegno della lotta dei partigiani che presidiavano i paesi della valle a cominciare da Biserno.

“Le ciliegie sono mature”.

Questo era il messaggio di Radio Londra che allertava i partigiani dell’VIII Brigata Garibaldi, nascosti sugli appennini romagnoli, pronti a raccogliere viveri e munizioni e a continuare la lotta.

Anche queste terre conobbero la barbarie nazifascista, che nel 1944 fece strage di donne e uomini, incendiando abitazioni di San Paolo in Alpe e la chiesa.

Oggi, dalle macerie della quest’ultima, sorge un bivacco/rifugio per chi attraversa questi luoghi a piedi.

Da luogo che ha visto palesarsi la violenza, sorge ora un luogo di protezione, socialità, convivialità.

Per chi sente la necessità di guardare oltre l’oggi, funestato da una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, consiglio di preparare lo zaino, magari pieno di quei valori che sono la base della nostra Costituzione, allacciarsi comodi scarponi e cominciare a camminare.

Non per “fuggire” da una realtà scomoda, ma al contrario, per leggere con più attenzione, calma e profondità ciò che sta accadendo attorno a noi.

Una realtà troppe volta sporcata da urla sguaiate, analisi sanitarie le più disparate, titoloni sensazionalistici.

Prima o poi con questa Terra, le sue contraddizioni e le sue urla di dolore dovremo fare i conti.

I messaggi, i segnali che ci manda sono chiari e tutti davanti ai nostri occhi. Sta a noi non sprecare altro tempo.  

Coraggio, zaino in spalla!

C’è molto da riflettere, c’è molto da imparare, ripensando alla frase che Fabrizio Dentice (giornalista, scrittore, critico d’arte, una delle voci più autorevoli e più a lungo ascoltate del secolo appena trascorso) soleva  ripetere parlando di se stesso e della vita, lunghissima (era nato nel 1919), da lui vissuta: “Ho avuto una vita bellissima, che non mi sono meritato”.

Dentice è morto il 27 ottobre, ed ecco (la casualità, a volte) che tra i molti libri dell’ennesimo scatolone aperto (ne ho ancora alcuni, forse pochi, forse molti, sinceramente non so) spicca un piccolo Adelphi, l’austera copertina rossa arabescata dall’inconfondibile logo nero, “Messalina” di, appunto, Fabrizio Dentice.

Un piccolo libro, la riflessione introspettiva di un uomo quando sente avvicinarsi il momento di tirare le somme di una vita vissuta intensamente, che vira al divertissement e che, contrariamente a quanto farebbe presupporre il titolo, non narra della bellissima e dissoluta imperatrice moglie di Claudio e concubina di Caligola bensì di una cavalla, la cavalla che accompagna il maturo protagonista in lunghe cavalcate riflessive e malinconiche durante le quali rivive la vita bellissima e forse non meritata, che ha vissuto.

“Non molto tempo fa, in un paese di mare il cui nome non ha importanza, un vecchio gentiluomo si preparava a morire con garbo ed allegria. Faceva correre il cane, montava a cavallo, curava le rose e il gelsomino, andava a messa tutte le domeniche. Fra una cosa e l’altra leggeva anche qualche libro: pochino in verità, perché ne aveva ormai letti tanti, e al prenderne in mano uno già credeva di sapere più o meno come sarebbe andato a finire. Non ammorbava gli amici con lettere cui bisognasse rispondere, non teneva un diario, e neppure scriveva memorie. Ma ricordava. Ricordava tante cose, belle e no, che gli tenevano compagnia. Non avendo rimorsi gravi, si sentiva in pace col mondo e con se stesso, e avrebbe potuto, come solo possono i vecchi, essere felice.”

“Messalina” – Fabrizio Dentice – Adelphi, 1991

“… una di quelle noti, amico.

Una di quelle notti di NewOrleans afose, calde, tipo pentola a pressione, col coperchio proprio ben chiuso.

Che potrebbe saltare da un momento allaltro.

Uscire fuori come un riff di tromba.

Basta uno sguardo storto o una parola sbagliata.

Quel tipo di notte in cui faresti bene a tenere gli occhi bassi, le orecchie aperte e la bocca chiusa.

Una notte che comunque può finire male …”

Il maestro è tornato. Con6-racconti-6 lunghi, duri, crudi, adrenalinici. Sei racconti, sì, perché, come diceva Tobias Wolff, “… non si potrebbe vivere in un mondo senza racconti …”.

Sei racconti che però sembrano uno. Sei racconti in cui ritrovi amici vecchi come Neal Carey, Ben & Chon & O, la Pattuglia dell’Alba quasi al completo (Boone Daniels, Dave the Love God ed High Tide) ed altri ne conosci, di amici, e come nelle belle storie che finiscono bene, sai già che non sarà l’ultima volta che li incontrerai (Ronald “Lou” Lubesnick e Davis, Chris Shea e Calvin “Cal” Strickland).

“BROKEN” di Don Winslow