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“A ferro e fuoco”, il primo romanzo di Brian Van Reet

 

“Una volta ucciso un prigioniero di guerra bisogna farli fuori tutti”.

Riprendendo un’antica tradizione della giovane letteratura statunitense, anche la guerra in Iraq ha trovato il proprio cantore in Brian Van Reet (nato a Houston, dopo l’attentato dell’11 settembre ha lasciato la University of Virginia e si è arruolato come carrista prestando servizio in Iraq e ricevendo la medaglia di bronzo al valore. Tornato in patria, ha vinto due volte il premio del Texas Institute of Letters per il miglior racconto).

La particolarità di questo “A ferro e fuoco”, suo primo romanzo, è la prospettiva ambivalente con la quale il conflitto mediorientale viene visto e vissuto da tre diversi protagonisti. A Cassandra Wigheard, giovanissima donna soldato arrivata in Iraq per sfuggire alla desolazione della provincia americana, fanno infatti da contraltare il giovane carrista Sleed, il cui pensiero può riassumersi nella massima “… ogni scelta è così cruciale che diventa inutile preoccuparsene …” e l’emiro egiziano Abual-Hool, mujaheddin tormentato dal dubbio e dal disincanto. Le storie si intrecciano quando Cassandra, fatta prigioniera dalla cellula terroristica già comandata da Abu al-Hool e viene rinchiusa in una cella buia e lurida dove ogni sforzo è volto a sopravvivere ad abusi e atrocità, e dove la prossimità fisica con il nemico riesce a creare relazioni umane molto più complesse di quanto lei avrebbe mai pensato prima di partire mentre la compagnia di Sleed viene incaricata delle ricerche. Un libro per certi versi illuminante, ancorché scritto, ovviamente, privilegiando il punto di vista americano. E che piacerà, e molto, a chi ha amato i film “The hurt locker” e ”Zero dark Thirty” di Kathryn Bigelow.

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