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Aldo Buzzi – tutte le opere

Cosa fa di un libro un bel libro, dunque, mi chiedevo prima di perdermi in considerazioni altre ma non opposte?

Qual’è il motivo per cui un libro, sia esso romanzo, saggio, fumetto, reportage, biografia, ecc… cattura l’attenzione del lettore e rimane nella sua memoria e nel suo bisogno?

E se pure ognuno, dicevo, potrebbe dare risposte diverse a seconda del proprio sentire, per quanto mi riguarda, c’è una frase, un pensiero, un esporsi, che può indirizzare l’assunto: “L’uomo politico, eletto democraticamente dalla maggioranza, presenta pericolose analogie con i bestsellers, i libri più venduti (più votati) che non sono quasi mai di grande valore letterario.”

Una frase, un pensiero, un esporsi, di Aldo Buzzi.

Bel tipo questo Aldo Buzzi. Laureato in architettura, suoi compagni di studi furono Bruno Munari, Leonardo Sinisgalli, Alberto Comencini e Alberto Lattuada (la cui sorella, Bianca, sarà la sua compagna per più di cinquant’anni), fraterno sodale (la loro amicizia e complicità durerà tutta una vita) di Saul  Sternberg (il grande pittore e cartoonista ebreo rumeno/americano), costumista, scenografo ed aiuto dello stesso Lattuada e di Federico Fellini (al quale “… ho insegnato a mettersi calze nere invece dei corti calzini fantasia …”), nemesi di Ennio Flaiano e compagno di scorribande di Antonio Delfini e Nantas Salvalaggio, fu scrittore e gastronomo, viaggiatore e, prendendo a prestito la definizione che di lui regala Antonio Gnoli, maestro nascosto della letteratura italiana.

Di lui, Buzzi, colpevolmente ammetto, conoscevo solo “L’uovo alla kok”, delizioso, piccolo, imperdibile esempio di letteratura gastronomica. Adesso, a colmare una lacuna ben più colpevole della mia, è arrivato questo “Aldo Buzzi – tutte le opere” a cura di Gabriele Gimmelli nella collana LeIsole de La nave di Teseo che, basandosi sulle carte dell’archivio personale di Buzzi stesso, comprende un’ampia scelta di scritti rari e inediti e una cronologia della vita e delle opere.

Si va dal “Taccuino dell’aiuto-regista” impaginato da Bruno Munari a “Parliamo d’altro” (“… gli spekulatis sono biscotti da appendere, con un filo d’oro, all’albero di Natale; che non è un oggetto di plastica ma un piccolo abete profumato di abete. Gli alberi che ci vengono venduti a Natale sono generalmente di una qualità senza odore, inutili come rose senza profumo.E’ l’odore dell’albero, infatti, che sommato a quelli delle cose appese – mele, mandarini, biscotti, torroncini, cioccolatini – ed elle candeline di cera forma lo squisito odore di Natale, indimenticabile per chi lo ha respirato bambino … le candeline, oltre a dare la loro magica luce dorata, riscaldano gli aghi di pino dei rami più vicini, contribuendo alla formazione del profumo del Natale. Oggi sono quasi sempre sostituite da impianti di lampadine elettriche multicolori, che si accendono e spengono col ritmo ossessivo della pubblicità luminosa che entra dalle tapparelle socchiuse nelle stanze d’albergo dei film gialli …”) passando per il “Piccolo diario americano” (in cui con brevi, a volte un paio di righe appena, illuminanti note descrive un intero paese “Nicaragua: notte a Managua. Hotel Lido Palace a Las Orillas del Lago de Managua, con piscina verde illuminata, tè freddo e grapefruit. Direttore il colonnello H.J.Perron. Dappertutto militari in uniformi di modello tedesco, stivali lucidi, ufficiali rigidi intorno ai bigliardi, tenendo la stecca come un’arma.”) e “Cechov a Sondrio e altri viaggi”, per il già citato “L’uovo alla kok” (“…questa diminuzione di sensibilità va diffondendosi dappertutto. Quelli che fanno andare a tutto volume la radio ed il televisore e si portano la radio portatile in spiaggia, che mangiano solo i formaggini più reclamizzati, usano la vaniglina invece dei baccelli di vaniglia, buttano le cicche in strada, non sanno mettersi in coda, dedicano il loro ultimo romanzo a mia moglie che ha battuto a macchina con amore il manoscritto, si vergognano se il nonno si annoda il tovagliolo intorno al collo, hanno voluto che secondini, spazzini, pompieri, ciechi e sordi si chiamassero agenti di custodia, netturbini o, peggio, operatori ecologici, vigili del fuoco, non vedenti e non udenti, dicono zola invece di gorgonzola e sisma invece di terremoto, augurano ai colleghi di ufficio buon lavoro …”) e “Un debole per quasi tutto” (“… era una notte meravigliosa, una di quelle notti che forse esistono soltanto quando si è giovani ….”) per finire con gli “Scritti apparsi su rivista” (“… – Signora, cosa ha provato quando ha visto il suo figlio unico finire sotto il rullo compressore della macchina schiacciasassi?

Il telecronista avvicina il microfono alla bocca della madre del morto. La poveretta lo fissa inebetita.

– Signora, mi ascolti … Perdonerà il manovratore della macchina schiacciasassi? Termina qui la nostra telecronaca diretta dal posto della sciagura. A voi, studio …”).

Una varietà di scritture (taccuini, viaggi, lettere, ricette, memorie) a formare un sistema, un unicum complesso ed originale da leggere tutto d’un fiato anche se non di un unicum indivisibile si tratta quanto piuttosto di tanti singoli unicum (Buzzi amava perdersi nei frammenti e da tanti, tantissimi frammenti è composta lucidamente la sua prosa) dissonanti tra loro all’apparenza ma invece composti come un insieme organico e sinfonico.

Ed è in questa preziosità di stili e di contenuti, in questa precipuità unica che obbliga a leggere compulsivamente assecondando la necessità della lettura, necessità che si scontra con la speranza che le pagine, ed il piacere che donano, non finiscano mai temendo il senso di vuoto e di abbandono che, inevitabile, assalirà al termine della lettura, che, per me almeno, si può trovare una risposta al quesito iniziale su cosa fa di un libro un buon libro. E se infine volete un consiglio, tenetene una copia di questo “Aldo Buzzi – tutte le opere” sul comodino a portata di mano e apritelo con parsimonia, qua e là, senza seguire il susseguirsi cronologico delle pagine. Un mondo affascinante, affabulatorio e intimo vi si aprirà davanti gli occhi.

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