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Alla fine ne resterà una sola

Tre a uno. E ricominciare.

Le due squadre si inseguono, si studiano, si squadrano.

Stesso percorso, all’incirca.

Entrambe sul 3 a 1, entrambe perdono una partita in casa, ma la genesi, se non proprio opposta, è davvero diversa.

Combattente, questa Virtus. Due palle così. Non vince bene, non vince facile, non lo potrà, forse, mai fare. Ma non si arrende mai. Gioca sempre, sicura di sé, delle sue idee, del suo gruppo.

Si fa violentare nella prima partita (in casa) permettendo tre-tiri-tre ad ogni azione agli avversari rosetani (tiro sbagliato, rimbalzo in attacco, tiro ancora sbagliato, altro rimbalzo, tiro e canestro: con il 30% si segna in qualunque oratorio, figurarsi in Lega2 …).

Poi, tre vittorie (due in trasferta) completamente diverse l’una dall’altra. La seconda in casa, dura, sporca, cattiva. E bruttissima. La prima a Roseto. Dopo una partenza così, da padroni, dura per chiunque rientrare anche se gli squali quasi ci riescono. La seconda sempre a Roseto, dominata dall’alto di una classe, una freschezza, una dominanza, se mi si permette il termine, imbarazzante. Tre vittorie diverse e tre protagonisti diversi. Nella prima, Gentile: palle, durezza, regia, ritmo, personalità per un sedicesimo, o forse sessantaquattresimo, del grande babbo Nando, italiano in Grecia (nel Pana) e vincitore, da capitano, di campionati e champions. Nella seconda, Lawson: tiri, percentuali, anche rimbalzi; in una parola, ed in attacco, un’arma letale, immarcabile, illeggibile per la difesa avversaria (in difesa rivedibile, ma finché il do ut des è così tanto positivo …). Nella terza, Umeh. State buoni per favore: giocasse sempre così, non sarebbe qui ma al di là dei Pirenei, al di là dell’Adriatico, al di là, semplicemente; giocasse sempre così i sardanapali greci e turchi, i caudilli spagnoli, gli avvocati della NBA, se lo sarebbero già preso (e se lo terrebbero). Conclusione: godiamocelo così, qualche partita la sbaglierà, la potrà sbagliare ancora, ma quando serve …

E poi, ci sono gli altri.

A partire da Michelori e Bruttini: servono, eccome se servono. Minuti, botte, rimbalzi, gioco sporco: ma si sa, quando il gioco si fa sporco, i duri (e sporchi) cominciano a giocare.

Eppoi Spizzichini, fisico, testa, voglia; tenerlo, farlo crescere, arriverà.

Spissu: fisico (ci fosse); perché la testa, quella, è da piano di sopra, la mano anche, tenerlo magari puntando non solo lui come regista, ma come cambio o insieme ad uno più grosso, più alto. Si potesse, rapirlo a Sassari, nasconderlo, e farlo ricomparire all’improvviso all’inizio del prossimo campionato.

Ndoja: Conan il barbarico, duro, duro, duro; e mano, mano, mano. Senza paura, senza pause; un grande acquisto.

And last but not the least, Rosselli: l’ho definito, a questi livelli, Danilovic. Sbagliavo: del serbo non ha la voracità del lupo alfa anche se ne mantiene la leadership e la credibilità. È più, però, un Rigadeau meno regista, un Kosic (attenzione, qui si toccano i miti) con tanti centimetri in meno (e tanta tanta classe in meno, ovvio). Però, davvero, fa tutto: difende, porta palla, prende rimbalzi, segna. E in campo tutti lo rispettano (e lo spot più bello dei playoff e, direi, di tutta questa annata di basket, lo riguarda. Fine di gara 3 a Roseto, la Virtus ha vinto sbattendosi e soffrendo; i giocatori, straniti, in mezzo al campo; Amoroso, per me il miglior giocatore italiano da molti anni, avesse avuto più testa, si avvicina a Rosselli, appunto, e i due, complici e avversari di cento battaglie, si abbracciano, pacche sulla schiena, sorrisi: chapeau, lacrimuccia, rispetto).

La Fortitudo, ora.

Sbaglierò, ma è in maschera. Si tiene, si defila, gioca a nascondino.

Prime due a Treviso, due a zero Aquila. È vero, 4 punti di distacco in totale, ma è 2 a 0.

Poi, terza al PalaDozza. E vince Treviso, di due, ma vince Treviso. Si dirà: ehi, 6 punti di scarto totale in 3 gare, quanto equilibrio … Non scherziamo. Dai, davvero qualcuno può credere che un trio di volonterosi giovanotti e poco più come Ancellotti, Fantinelli e Malbasa possano pasteggiare in testa ad uno come Knox, che non sarà Jabbar e nemmeno Howard ma in questo contesto sembra Dwayne “TheRock” Johnson? E Legion? Davvero qualcuno può credere che sia quello distratto e annoiato che si guarda intorno con la faccia di chi pensa “… ehi, io giocavo a NY, che cavolo ci faccio qui …”. Certo, di là, nella DeLonghi (la ex Benetton dei bei tempi andati) c’è Perry che è un ottimo americano, ma è una guardia o un’ala piccola? Peccato che qui giochi da ala grande: classico esempio di giocatore incompiuto e non determinabile. L’Europa che non conta ne è piena, poi qualcuno può esplodere e lui potenzialmente lo può. Ma è solo (Moretti, il tanto decantato figlio di Paolo, del padre non ha la classe, né la freddezza, né il fisico: sarebbe un ottimo giocatore anche in Lega1, ma partendo come numero 9 o 10, non certo titolare e nemmeno primo cambio). Zoltan Perl, poi. Sarebbe l’altro straniero, è ungherese, giovanissimo, bravino, piccolino, magrino: dalle grandi potenzialità, forse; ma non metteva piede in campo a Capo d’Orlando (no dico, Capo d’Orlando, non Milano e nemmeno Reggio o Sassari o Venezia …).

I soliti beneinformati dicono che ci fosse bisogno di un incasso cospicuo, ed eccolo qua. Gara quattro, un Piccolo Madison strapieno e si arriva in semifinale con un roboante ventello (o poco meno) in saccoccia.

E quindi, adesso, vinte le serie con il medesimo 3 a 1, la Virtus aspetta Ravenna con cui ha perso due volte e forse non è un male (come quando nuoti in mare e ti urtica una medusa; se non sei scemo non succederà più), e la Fortitudo Trieste. Trieste che, zitta zitta, sembrava, e lo ha confermato, la più forte del lotto (escluse le due bolognesi, ovvio) e si è pure rinforzata con un mulo doc come Cavaliero (altro crac per la categoria, ma vale Gentile e Cinciarini, non certo di più).

Se tutto va come dovrebbe, e tutti ci aspettiamo/speriamo, le due squadre dovranno finire di guardarsi a distanza e pesarsi. Dovranno incontrarsi. Ed allora, ne resterà una sola.

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