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Ancora oggi “non è mai troppo tardi”

Il 15 novembre del 1960 prese il via “Non è mai troppo tardi”, il programma Rai del maestro elementare Alberto Manzi. Un esempio avanguardistico di televisione pubblica in un tempo in cui era in bianco e nero e un italiano su dieci non sapeva né leggere, né scrivere.
Di fatto una sorta di scuola serale, durata 8 anni, nei quali un milione e mezzo di adulti sono riusciti a conseguire la licenza elementare.
Un signore alto e garbato, controcorrente, che utilizzava un metodo d’insegnamento decisamente particolare, oggi lo definiremmo “multimediale”: filmati, supporti audio, una lavagna luminosa e quel blocco di carta montata su un cavalletto dove, coi gessetti, scriveva parole semplici accompagnate da un disegno.
Nel 1965, al Congresso mondiale degli organismi radio-televisivi la trasmissione ricevette, su indicazione dell’Unesco, il premio dell’Onu come uno dei programmi più significativi nella lotta contro l’analfabetismo. 
Rispettare il bambino era un fondamentale principio per il maestro Manzi, che in più di una occasione lo portò a scontrarsi con le autorità scolastiche. Infatti fu sospeso più volte dall’ insegnamento per il rifiuto di etichettare gli scolari, soprattutto i più difficili, con un voto. Tanto da consegnare le pagelle tutte con identico giudizio: “Fa quel che può, quel che non può non fa”.
Durante le sue lezioni ha cercato di aprire la mente delle persone, dando dignità a chi non aveva possibilità di studiare.
Il suo impegno è importante testimonianza che una continua ricerca pedagogica e didattica sono fondamentali per migliorare la qualità dell’istruzione a partire dai soggetti più deboli, più fragili. Ed è proprio così…..non è mai troppo tardi per provarci, per imparare qualcosa di nuovo.
“Educazione, ma che cos’è? Potrei rispondere con le parole dei saggi, con le parole dei pedagogisti, Io, chiedendovi scusa, risponderò con parole mie. Educazione potrebbe semplicemente significare: abitudine a osservare, riflettere, discutere, ascoltare, capire […]. Detto più semplicemente, prendere l’abitudine a pensare.”

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