|

Quando si parla di minimalismo in letteratura, quel particolarissimo movimento che vide la rinascita, a metà anni ’80, del racconto come forma letteraria primaria, i nomi che vengono in mente sono quelli, scontati, del maestro del genere Raymond Carver (“Cattedrale”, “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, “Vuoi star zitta per favore”, ecc…), di Richard Ford (“Rock Springs”, “The Sportswriter”, ecc…) e di quelli che furono, a torto o a ragione, considerati i loro più brillanti epigoni, Jay McInernay (che esordì nel 1984 con lo sfolgorante “Le mille luci di NewYork”), Bret Easton Ellis (che tra il 1985 e il 1991 fece la fortuna dei box offices con “Less than zero” e, soprattutto, “American Psycho”) o ancora Chuck Palahniuk (autore, inspiegabilmente avvicinato alla corrente, a metà anni ’90 del fortunato “Fight club”  trasporto al cinema per l’interpretazione di Brad Pitt ed Edward Norton).

Colpevolmente, però, si tralasciano spesso e volentieri, per quel tipico e ridondante vezzo italiano di non approfondire la conoscenza di ciò di cui si parla, quelle che a tutta ragione possono essere considerate davvero come le più vicine e coeve iniziatrici del genere. Parlo di donne, di scrittrici grandi e sfortunate (editorialmente ovvio). Parlo di Ann Beattie, di Amy Hempel e Grace Paley, di Jill Eisenstaedt e Tama Janowitz. Autrici di grande importanza e significanza all’epoca (le loro opere abbracciano un arco temporale di una decina d’anni a partire da metà anni ’70), ma delle quali, forse per una sorta di refrattarietà alle sfolgoranti luci della ribalta, forse per la naturale ritrosia per ciò che concerne la visibilità vuotamente esibita, forse ancora per la consapevolezza dell’esistenza di una data di scadenza di una poetica e di una pregnanza troppo indissolubilmente legate alla contingenza culturale ed intellettuale di quel particolare periodo storico, poco rimane a testimoniarne l’importanza.

Se di Grace Paley (1922-2007, scrittrice, poetessa, attivista) esistono solo una cinquantina di racconti, riuniti nella raccolta “Tutti i racconti” . Se di Amy Hempel (la cui scrittura è tutta nelle frasi. E’ nel modo in cui le frasi si muovono nei paragrafi. E’ nel ritmo. E’ nell’ambiguità. E’ nel modo in cui l’emozione, in circostanze difficili, viene catturata nel linguaggio. E’ negli istinti di coscienza. E’ nella coscienza assediata. E’ sulle pene d’amore. E’ sulla morte. E’ sul suicidio. E’ sul corpo. E’ sullo scetticismo. E’ contro il sentimentalismo.E’ contro il sentimento facile. E’ sul rimpianto. E’ sulla sopravvivenza. E’ nelle frasi usate per rappresentare e difendere la sopravvivenza. Non a caso di lei Palahniuk dirà: “… ogni – sua – frase non è solo cesellata, è torturata. Ogni frase e battuta … è qualcosa di divertente o di così profondo che Te la ricorderai per anni … “) la scarna produzione di racconti viene compendiata nella raccolta “Ragioni per vivere. Tutti i racconti”. Se di Jill Eisenstaedt ricordiamo solo “I ragazzi di Rockaway” (un romanzo di formazione in cui iì ragazzi di Rockaway, una località di mare nel circondario di NY, finite le scuole superiori hanno davanti a sé un presente privo di stimoli e prodigo di incertezze anche se ricco di passioni e gesti a volte inconsulti o infantili o disperati raccontato dalla scrittrice con occhio al tempo stesso distante e partecipe utilizzando uno stile diretto e semplice, definito da pochi magistrali tocchi, che consente a chi legge di entrare a far parte quasi fisicamente di questo gruppo di giovani, per condividerne ricordi, delusioni, speranze). Se di Tama Janowitz possiamo trovare “Un cannibale a Manhattan”  e “Schiavi di New York”  (storie, ambientate nella Grande Mela, di formazione giovanilistica indecise tra il candismo di un cannibale inurbato per sensazionalismo e pruderie da pulsioni autodistruttive) due romanzi di grande ed immediato successo ma di fuggevole durata. È Ann Beattie, senz’altro la più prolifica delle tre (di lei si possono annoverare una decina di romanzi ed altrettante raccolte di racconti) che può invece essere presa a voce, possente, del periodo. È infatti “Gelide scene d’inverno”, non a caso il primo romanzo, è del 1976, da lei pubblicato, il simbolo, paradigmatico esempio, della poetica e dell’estetica di tutta quella generazione, il ritratto di un’America disillusa, che ha visto svanire l’ebbrezza visionaria degli anni ’60 e deve fare i conti con la propria desolata normalità.

La sua, come d’altronde quella delle sue compagne d’avventura letteraria, è una prosa cristallina e senza fronzoli, in cui l’attenzione al dettaglio e il rifiuto di ogni appesantimento psicologico o intellettuale sono strumenti con cui narrare le storie di giovani istruiti della east-coast che vivono il riflusso della controcultura degli anni ’60 nella noia borghese dei ’70: lavori d’ufficio, carriere ristagnanti, matrimoni mal riusciti, vaga nostalgia, frustrazione, schiacciante passività. All’azione, alla trama romanzesca, si sostituiscono i puri gesti e le parole dei personaggi e l’ambiente umano e materiale in cui si muovono, specchio perfetto dei loro fallimenti e delle loro ossessioni (… quando ho iniziato a scrivere mi interessavano gli scrittori che piacevano agli altri scrittori … nel ’76 benché ci fossero tante voci originali e meravigliose che scrivevano racconti, era quasi impossibile pubblicare una raccolta di short stories …  c’entrerà qualcosa l’aver vissuto in quelli che all’epoca sembravano tempi in cui si poteva cambiare il mondo, gli anni ’60 e i primi ’70, o forse si spiega soltanto con la giovinezza, il fatto che così tante cose apparissero ironiche e buffe, intense e molto, molto, significative … c’è una maledizione cinese che consiste nell’augurare a una persona di vivere in tempi interessanti e quelli lo erano davvero, ma all’epoca tante cose erano già in via di disfacimento, sia a livello politico, che sul piano dell’attivismo individuale e delle aspettative di una giovane generazione che avrebbe potuto creare un mondo più perfetto. I giovani fortunati si nascondevano nelle università per evitare di andare nell’odiato establishment o determinati a non lavorare più nella fattoria di Maggie di Bob Dylan …”). Inevitabilmente, i protagonisti di queste storie che si possono tranquillamente definire di sospensione più che di suspense (un “Grande Freddo” senza concessioni al romanticismo, descritto con una scrittura capace di dipingere un’epoca e una situazione sociale che a distanza di tempo mantengono intatta la propria forza di suggestione; una “Tempesta di Ghiaccio”, sempre per trovare paragoni cinematografici, che è innanzitutto un luogo dell’anima) sono quelli che all’epoca per l’autrice era più frequente incontrare: ex hippyes esistenzialmente alla deriva che alla libertà preferirebbero legami stabili e significativi. Personaggi che non hanno, o non riconoscono, vincoli che li possano legare agli altri in maniera sicura e definitiva: impieghi, matrimoni, l’impegno richiesto dall’amore: persino il ruolo del genitore o del figlio, tutto è in stato di riflusso. Tutto è provvisorio, va reinventato dall’oggi al domani, nessuno può difendere nessuno.

Nichilismo? Cinismo? Disperazione? Semplicemente, credo, si possa parlare di termine, di data di scadenza, una data di scadenza raggiunta. L’amara consapevolezza che i sogni sono finiti. La luccicante Camelot vagheggiata per un breve istante ha mostrato l’esistenza di segrete e labirinti bui e desolati, e la vita non è, forse non lo è mai stata ma anche se sicuramente mai più lo sarà, mettere dei fiori nei cannoni degli altri.

Perché i cannoni, quelli degli altri, non sono solo quelli che ci si potrebbe aspettare. Sono tutto attorno a noi.

Share Post