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Al capolinea dell’autobus in un giorno d’agosto. In stazione il venerdì dello sciopero. Alla cassa del discount o in un negozio di telefonia. Prima di un esame all’università o di una diagnosi medica dirimente. Alla mensa dei poveri. Alla mensa aziendale. In una lavanderia automatica. La notte aspettando un messaggio, rinviando la risposta fino al mattino.

E ancora: nella sala d’aspetto di corpi destinati a incedere elegantemente, un passo alla volta, come a una sfilata di abiti vintage: nello studio del notaio, all’agenzia delle entrate, sul sagrato della chiesa, in sala travaglio o
nell’ufficio del capo del personale. Mai che sopraggiunga qualcosa nella canicola di un campo appena trebbiato, dentro a un edificio disabitato nascosto dagli alberi in un giorno che nevica, o quando si è semplicemente felici.


Benvenuti nel mondo poliedrico dei disadattati: quelli che sanno inventare verità parallele aspettando pazientemente appoggiati a un angolo della vita. Vi ci accompagno un passo alla volta; scarpe comode o tacco dodici. Sia che crediate di essere i dominatori dell’attesa o che la stiate subendo tutta, schienati dai debiti col destino. Gli attori rimarranno appiccicati come un totem di cartone alla rotella dei numeri eliminacode. Sottofondo e scenografia saranno sempre intercambiabili. L’attesa è questo. Guardare in tralice, rendersi conto che quando si è certi di avere esaurito il tempo, basta frugarsi in tasca e trovarne a disposizione un’infinità.


Foto: Lorenzo Rondali

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