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Author: Alessio Vaccaro

Intervista ad Anna Colombo*

Brexit: Anna potresti spiegarci cosa accadrà da qui al 29 marzo (termine per raggiungere un accordo tra Gran Bretagna e Unione europea sulla Brexit)? Qual è la tua opinione sulla gestione di questa complessa trattativa – sia a livello britannico che europeo – e soprattutto se in questi mesi c’è stato un qualche coordinamento/collaborazione tra il Partito Socialista europeo e i laburisti britannici?

Dopo l’ultimo voto della Camera dei Comuni che ha incaricato il governo inglese a richiedere all’UE un’estensione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, quello che probabilmente succederà è che ci sarà un rinvio di lungo periodo. Si proverà a lavorare su una Brexit molto soft negoziata con il Labour e su un accordo giuridico affinché non ci sia partecipazione inglese alle elezioni europee di maggio.

Anna Colombo

Il “No Deal” dovrebbe ormai essere scongiurato e sarebbe stato catastrofico per tutti. Si lavorerà per riuscire a salvaguardare le principali conquiste ottenute dal dopo guerra ad oggi e soprattutto evitare che si ricrei una frontiera tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Uno scenario che riporterebbe la Storia indietro di moltissimi anni oltre a riproporre e ri-acuire tensioni che si era riusciti a ridurre attraverso un lungo e complesso processo di pace. Posto che il divorzio ci è stato imposto dal referendum, un accordo è indispensabile e sarebbe meglio che salvaguardasse almeno l’unione doganale e magari anche l’appartenenza al mercato unico. I britannici infatti hanno scoperto da poco che un’uscita senza accordo dall’UE avrebbe alcuni effetti collaterali non banali come il fatto di rimanere senza alcuna tutela normativa rispetto ai prodotti alimentari statunitensi (vedi https://www.theguardian.com/politics/2019/mar/06/britain-urged-to-reject-backward-us-food-safety-standards ). Un tale accordo, però, mostrerebbe tutte le velleità del voto referendario, perché per essere tutelati i britannici resterebbero di fatto molto legati all’UE perdendo però il diritto di influenzarne le decisioni….

Per quanto riguarda la trattativa in sé, credo che l’Unione europea abbia avuto un atteggiamento estremamente responsabile e soprattutto unitario: un qualcosa di non scontato, viste anche le storiche capacità della diplomazia britannica.  I 27 Stati membri sono rimasti uniti e nel corso del negoziato è stata garantita stabilità, competenza e fermezza. Una fermezza che non va assimilata ad un sentimento di vendetta ma alla volontà di rendere l’intero “processo di uscita” estremamente trasparente (anche perché è la prima volta che viene attuato l’art.50 del Trattato di Lisbona). Direi che non si può dire altrettanto per la controparte: nel corso della campagna per la Brexit sono stati utilizzati per la prima volta dati e metodologie di falsificazione delle notizie che sono state replicate nel corso della campagna per le presidenziali americane (e che hanno portato all’elezione di Trump); i Tories – prima con Cameroon e poi con la May -hanno dato sempre più importanza agli equilibri interni al proprio partito e al proprio governo rimanendo spesso vittime di processi e discrasie da loro stessi innescati.

Il gruppo S&D e i laburisti hanno avuto contatti costanti in questi anni. Corbyn partecipa attivamente agli incontri della famiglia socialista ed ha recentemente incontrato il Presidente S&D Udo Bullmann. Corbyn ha sempre pensato che il voto del referendum andasse rispettato e che la priorità fosse intervenire nelle aree più povere e periferiche del Paese, e capire le ragioni gravissime della frattura sociale. Più passa il tempo più appare chiara però l’inadeguatezza del governo, della May e dei negoziatori UK. Questo spiega le ultime posizioni dei laburisti.

Il 13 gennaio abbiamo appreso con sgomento che il sindaco di Danzica, Pawel Adamowicz,  era stato accoltellato a morte nel corso di un concerto di beneficenza. Abbiamo assistito con commozione all’abbraccio della sua città e alla marea di cittadini scesi in strada per manifestare il proprio dolore e la propria“rabbia” e vissuto con crescente preoccupazione la deriva politica che sta coinvolgendo molti dei paesi dell’Est Europa (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) che abbiamo imparato a conoscere come il gruppo di Visegrad durante le trattative sulla riforma del Trattato di Dublino. Potresti spiegarci un po’ meglio la situazione politica in questi Paesi e darci una visione “da Bruxelles” di quello che sta accadendo? Anche in questo caso, il PSE è in contatto con le principali forze di opposizione o ci sono difficoltà a creare una rete europea?.

Ormai è Storia: l’allargamento ad Est che nel 2004 ha portato all’ingresso di 10 nuovi paesi e nel 2007 all’ingresso di Romania e Bulgaria è stato realizzato tenendo conto esclusivamente parametri di economici e di mercato, senza dare rilievo alla necessità di trovare una sintesi sociale e storico culturale da parte di tutti i Paesi membri. La stessa cosa è accaduta per sistemi di welfare, la cui differenziazione ha portato a fenomeni di dumping sociale interni all’Unione.

Per quanto riguarda il vento nazionalista, invece, direi che purtroppo non sta soffiando solo nei Paesi dell’Est. L’ascesa di Orban per molti versi ricorda quella di Salvini in Italia. Un paese vecchio, di emigrazione, sull’orlo del baratro e con diseguaglianze crescenti che si rifugia nell’uomo solo al comando la cui retorica si rivolge esclusivamente nell’identificazione di nemici esterni.

Il quadro politico però è in forte evoluzione: in Polonia il nuovo movimento di Robert Biedroń “Primavera” sta riscuotendo un notevole successo, in Ungheria la “Legge Schiavitù” ha “costretto” l’opposizione ad unirsi e organizzarsi, mettendo in difficoltà Orban, peraltro sempre più isolato anche nella sua famiglia politica europea. I partiti socialisti del “Gruppo di Visegrad” hanno appena licenziato un documento interessante per un nuovo sviluppo dell’Europa sociale ed ecologica.Vanno sostenuti nella transizione e forse questa può essere l’occasione di ridiscutere con loro il senso profondo dell’appartenenza a una comunità che guarda al futuro con pensieri “lunghi”.

Quello che è assolutamente da evitare è cadere nella tentazione degli stereotipi, che hanno fortemente penalizzato anche i paesi mediterranei (Italia inclusa) durante la crisi economica.

Pensiamo alla Polonia: chi avrebbe detto che il nuovo partito Wiosna, guidato da un popolarissimo ex sindaco gay e ateo potesse, ad una settimana dalla sua presentazione, arrivare al 16% dei consensi?

Elezioni europee: il prossimo 26 maggio ci saranno le elezioni europee. Per la prima volta dal ’79 le forze “euroscettiche” sembrano poter raccogliere un consenso diffuso e mettere a serio rischio i già fragili“equilibri” istituzionali e politici. Come si sta preparando a questa sfida il Gruppo dei Socialisti e Democratici? Quali saranno a tuo avviso i temi sui quali sarà fondamentale impostare la campagna elettorale?

Come Socialisti&Democratici ci stiamo preparando nell’unico modo possibile per salvare l’Europa: proponendo cioè un cambio radicale del suo modello economico verso un nuovo modello di sviluppo di profitto condiviso, che lotti contro le diseguaglianze e che rispetti i vincoli ecologici del pianeta.

Il gruppo S&D ha appena licenziato un rapporto corposo di 110 proposte molto concrete, in linea con gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Agenda 2030). Questo modello, secondo noi, deve diventare l’ambizione dell’UE come lo è stata la Pace alle fine della Seconda Guerra Mondiale. Il PSE con il suo Manifesto 2019 va nella stessa direzione: cambiamento radicale, nuovo contratto sociale per l’Europa e Patto di Sviluppo Sostenibile in senso economico, sociale ed ecologico.

Per far questo però è fondamentale avere un’Unione europea. Va cambiata, resa più forte ed ambiziosa, in grado di essere un continente politico (e non solo economico) e IL riferimento per l’agenda 2030 nel Mondo. I nazionalisti, l’estrema destra e gli anti-europeisti oggi non fanno altro che il gioco di Trump, di Putin e di coloro che vogliono un’Europa debole, divisa e totalmente irrilevante a livello internazionale. Una linea tutt’altro che patriottica e che va contro gli interessi dei Paesi membri dell’Unione. La Sinistra, i Progressisti europei oggi rappresentano l’unico argine credibile a tale scenario. Bisognerà lavorare tanto per costruire un “campo ampio” intorno al progetto politico progressista, ci dovremo essere tutti, anche i laburisti di Corbyn, da dentro o fuori l’UE; in gioco ci sono il nostro futuro e quello delle nuove generazioni che stanno scendendo in piazza per farsentire la propria voce . Non possiamo fallire. *

*Anna Colombo (Genova 1963– laurea in giurisprudenza) lavora al Parlamento Europeo dal 1987. Funzionaria attualmente distaccata presso il Gruppo Socialisti e Democratici, ha ricoperto l’incarico di Segretario Generale del Gruppo PSE – successivamente S&D –dal 2006 al 2014. E’ attualmente responsabile del Team “Progressive Society” ed è consigliere speciale del Presidente del Gruppo sullo sviluppo sostenibile e sulle alleanze politiche e nella società.

Al di là del dibattito sull’efficacia, sull’opportunità e sulle reali possibilità, di una misura come il Reddito di Cittadinanza, di riuscire a risolvere il problema della povertà e delle crescenti disuguaglianze del nostro Paese  – sul quale rimando all’analisi pubblicata da SVIMEZ lo scorso novembre: https://www.svimez.info/images/note_ricerca/2018_11_15_nota_reddito_cittadinanza.pdf – la cosa che più mi ha lasciato perplesso e disarmato è stata la presentazione stile convention della prima “Card della storia della Repubblica italiana”.

Un sempre sorridente ed entusiasta Luigi Di Maio, insieme al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha presentato ieri (4 febbraio) quella che dovrebbe essere la principale misura contro la povertà e l’esclusione sociale nel nostro Paese, esattamente come si presenterebbe un nuovo modello di smartphone o una nuova auto all’interno di un evento commerciale. L’”oggetto del desiderio” era coperto da un velo e protetto da una teca di vetro e una volta svelato i due eroi, insieme a tutto lo “stato maggiore” dei 5 Stelle hanno posato davanti a orde di fotografi e giornalisti: roba da far invidia a Cristiano Ronaldo e Leo Messi alla cerimonia di consegna del Pallone d’Oro.  

Il concentrarsi sulla “Forma” (la presentazione della prima card) potrà sembrare naif (e probabilmente lo è) ma personalmente credo sia uno di quei casi in cui la forma sia (e tradisca) la sostanza.

Presentare una misura politica – per quanto importante questa possa essere – come un “prodotto commerciale”, oltre ad essere un’ulteriore evoluzione di quella “politica-teatro” in cui tutto viene presentato in termini superlativi ed auto-celebrativi è anche quanto di più lontano ci possa essere da quella “politica vicina ai cittadini e alla gente” di cui i 5Stelle si sono auto-proclamati portatori. Cosa c’è di più “elitario” che il trattare i cittadini come dei “consumatori”? Quanto è lontana quella convention e quella platea dalla condizione materiale dei cittadini che – si spera – usufruiranno del reddito di cittadinanza?

Una“nuova” (aggettivo talmente abusato da sembrare ormai vuoto di senso) classe politica di sinistra, oltre al riportare al centro del dibattito e dell’agenda politica i valori ed i principi che la contraddistinguono (uguaglianza, giustizia sociale, tutela dell’ambiente, lotta alla criminalità organizzata etc.) dovrà farsi carico di riaffermare anche uno “stile umile, serio e semplice” nel portare avanti le proprie battaglie e nel fare il proprio lavoro. L’auto-esaltazione, l’ansia da comunicato stampa e da diretta social non possono costituire un modello a cui tendere o un campo in cui competere.

Devo essere sincero, appena l’ho visto mi è scappata una risata: “che pezzo di grande giornalismo! Roba da fare invidia a Putin e Kim Jong-un” ho pensato.
Poi un dubbio: forse è una “fake news”…non può essere un titolo del Corriere. E invece è tutto vero: Conte festeggia il compleanno con i giornalisti offrendo di tasca sua tramezzini e spumante ed il Corriere ne fa un lungo ed accurato articolo  – correlato di video – in cui ci spiega che addirittura il Premier ha versato lo spumante.

Non è grande giornalismo di inchiesta ma l’articolo va comunque salvato ed archiviato per futura memoria.
Perché a pensarci bene a far ridere è la referenza ed il complesso di inferiorità che gran parte della sinistra ha sempre avuto nei confronti della “stampa” ed in particolar modo di quotidiani storici come il “Corriere”.

Quante “lettere alla redazione” in italiano forbito per “giustificare” una posizione politica.
Quanta importanza data ad un possibile editoriale critico del “CorSera” senza mai capire che per avere il rispetto del più importante quotidiano della borghesia italiana bastava avere il Potere…e qualche tramezzino.

Lo scorso 7 marzo la sezione lavoro del tribunale di Torino ha confermato il licenziamento di una dipendente della società Cidiu – che gestisce i rifiuti della zona Ovest di Torino – colpevole di aver “rubato” un monopattino tra i rifiuti per regalarlo al figlio di 8 anni.

Il giudice pur valutando il licenziamento della donna un “provvedimento eccessivo” e quindi non rientrante nella fattispecie della “giusta causa”, non ha disposto il reintegro al lavoro ma il semplice pagamento di un indennizzo di 18 mensilità applicando le disposizioni della legge Fornero in base alle quali anche se il licenziamento è senza giusta causa ma il fatto sussiste non è previsto il reintegro.

Una storia di quotidiana “ingiustizia” in un Paese dove anche il principio del “buon senso” spesso e volentieri viene interpretato alla rovescia.

Una storia difficile da capire e da digerire per diverse ragioni, ma che – a mio avviso – sintetizza in maniera esemplare e “tragica” uno dei principali motivi alla base della crisi che sta attraversando la sinistra in Italia e in Europa:  il totale scollamento con i valori, i principi, le problematiche e le persone che si ambisce a rappresentare.

Se una palese storia di ingiustizia sociale – un’intollerabile prevaricazione da parte di un’azienda nei confronti di una dipendente che dopo 11 anni di lavoro all’improvviso viene messa alla porta perché voleva regalare a suo figlio il “rifiuto” di qualcun’altro  – diventa “legale” grazie ad un provvedimento votato a stragrande maggioranza dal centro sinistra (e quello stesso scellerato principio – l’indennizzo che sostituisce il reintegro – viene ribadito e rafforzato all’interno della riforma del lavoro proposta e approvata dal governo e dalla maggioranza parlamentare del PD) allora si capisce bene che la sconfitta – oltre che politica – è prima di tutto culturale.

Si capisce che non è semplicemente una questione di “Renzi o non Renzi”, di “mucche nel corridoio” e “fagiani sul tetto”, ma si tratta di qualcosa di più profondo. Di qualcosa che, a pensarci bene, è più difficile da accettare che da capire.

Perché ci si può anche scandalizzare davanti il cinismo dei dirigenti della Cidiu, ma che credibilità si ha se quel licenziamento è reso possibile da una norma che tu hai votato? Cosa vai a dire ai lavoratori di quell’azienda?

La verità, purtroppo, è che da molto, troppo tempo, la sinistra in Italia e in Europa ha abdicato ai valori, ai principi e alle lotte politiche che da sempre ne legittimano l’esistenza e lo ha fatto in cambio della possibilità di sedere al “tavolo del governo”.

Ma che senso ha la “la Sinistra” quando smette di rappresentare “gli ultimi”, i più deboli, gli sconfitti dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale, quando smette di riflettere sul mondo che ha intorno e invece di proporre – o quanto meno provare a proporre – delle soluzioni per ridurre le crescenti diseguaglianze sociali si erge a stenua difensore dello status quo?

Prima dei nomi, prima del prossimo segretario, della prossima sterile conta interna, del prossimo movimento o partito, della prossima insensata lotta generazionale credo sia fondamentale ripartire da qui. Dal definire i “perché”. “Perché” facciamo politica? “Perché” si vuole competere per il governo del Paese, delle Regioni e dei Comuni? Per fare cosa? Per rappresentare chi? quali istanze? Quali idee?

E’ un lavoro lungo. E’ un lavoro faticoso. Ma è l’unica strada per ricostruire qualcosa di “sensato”. Di “credibile”.

“Ragazzo, avrai diritto di parola quando ti saranno cresciuti i peli sull’alluce”: tradotta in italiano suona più o meno così la battuta con cui mio nonno liquidava le osservazioni dei “più giovani”.

A me questa frase ha fatto sempre ridere e riflettere. Ridere perché immagino le reazioni dei possibili interlocutori e riflettere perché racconta involontariamente una realtà e una società – con i suoi valori e le sue regole – che ormai non esistono più.

In cui la parola dei più anziani era quella che contava. Difficilmente modificabile, sicuramente non discutibile una volta espressa.

Un elogio dell’anzianità che troncava sul nascere ogni pretesa “giovanile” e che poggiava sui principi di una società contadina nella quale l’esperienza e la conoscenza acquista negli anni erano il vero valore aggiunto per garantire – o quanto meno provare a garantire – il pane alla propria famiglia.

Le giovani braccia erano necessarie, anzi fondamentali per l’economia familiare (e la nascita di un figlio maschio era vissuta – da bravi proletari – quasi come una benedizione) ma la guida era saldamente nelle mani dei più “esperti”. Erano loro che decidevano i tempi della semina e del raccolto. Erano loro che trattavano l’acquisto o la vendita di bestiame. Erano loro che si facevano carico della sicurezza e del benessere della famiglia.

Chiariamoci. Nessuna nostalgia o voglia di tornare al passato e ad un modello patriarcale e assolutamente rigido e iniquo.

Quello che è accaduto negli ultimi settant’anni nel nostro Paese è storia: quel modello sociale è stato messo in crisi nelle fondamenta dal sopraggiungere dell’industrializzazione e della meccanizzazione di quasi tutti i processi produttivi, dallo sviluppo urbano e dall’aumento di importanza dei settori secondario e terziario, dalla crescita di una piccolo-media borghesia urbana con interessi e problemi differenti che si è fatta promotrice di istanze di emancipazione e affermazione dei diritti civili, politici e sociali su cui si basano gli attuali sistemi democratici liberali.

Un modello che l’attuale rivoluzione digitale ha in qualche modo definitivamente “archiviato” estremizzando al massimo l’”atomizzazione” sociale e capovolgendo in modo risolutivo l’assunto: “anziano = esperto”.

Il “vecchio” è diventato così qualcosa da cui fuggire con tutte le forze (nei casi peggiori da “rottamare”). Sinonimo di mancanza di flessibilità, di incapacità di cambiamento, di lentezza nell’utilizzo e nella comprensione delle nuove tecnologie e quindi della “realtà”. Un qualcosa di intrinsecamente noioso e “fuori dalla storia” che si contrappone alla giovinezza, che al contrario viene vissuta come un valore in sé. Un paradosso non banale per un Paese e un Continente tra i più vecchi al mondo (e che probabilmente trova giustificazione proprio da questo: solo un Paese e un Continente di anziani possono identificare nella gioventù un valore).  

Nell’epoca dei social network, dove tutto scorre veloce, dove ogni giorno è possibile trovare tutto ed il contrario di tutto, dire qualcosa di innovativo è difficile. Forse impossibile.

Si potrebbe provare partire da qui: dal chiarire che l’età oltre ad essere un dato, non può costituire né una colpa, né un valore. Dal farsi promotori di un patto sociale che trovi fondamento sulla collaborazione tra generazioni e che ponga l’accento sull’eguaglianza. Sull’assunto che abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri perché uguali. Portatori di una dignità che non può essere calpestata. Neanche in nome della libertà.

Sono le 22.19 di lunedì 6 novembre 2017. Il voto amministrativo in Sicilia si è chiuso da più di 24 ore e lo spoglio delle schede – nonostante l’affluenza si sia fermata al 46,76% degli aventi diritto – è ancora in corso.

Basterebbero questi due dati: l’astensione record e “lentezza burocratica” per fotografare lo stato di una regione amministrata negli ultimi 5 anni da un governatore e una maggioranza di centro-sinistra. Basterebbero questi due dati per capire che qualcosa proprio non va. Che abbiamo perso tutti. Che nei fatti, in troppe realtà, non siamo riusciti ad essere alternativi alla destra. Che non siamo riusciti a farci portatori di quel “mutamento” (di mentalità, di comportamento, di capacità) tanto sbandierato, né della voglia di riscatto (che pure esiste) che ha permesso – suo malgrado – una storica vittoria alle regionali di 5 anni fa.

Rosario Crocetta, il sindaco di Gela, simbolo della lotta alla mafia, governatore della Sicilia. Quanti titoli di giornale. Quante speranze. A pensarci oggi sembra passata un’era geologica.

Oggi il PD raggiunge il 13% mentre Fava (candidato MDP) il 6,1% e un solo seggio al prossimo consiglio regionale.  Anche uniti non avrebbero potuto rappresentare un’alternativa credibile a destra e M5S.

Dati che se analizzati fanno capire bene quale potrebbe essere il trend anche alle prossime tornate elettorali: il centro-destra vince mantenendo quasi inalterati i propri consensi: nel 2017 Musumeci conquista 830.821 voti, mentre se nel 2012 la somma dei voti dei candidati Musumeci e Miccichè era 833.134. Il M5S raddoppia: Cancellieri passa da 368.006 a 722.555 preferenze. La lista M5S da 285.202 a 513.539.

MDP si sostituisce in termini di peso elettorale (e molto probabilmente anche di elettorato) a quello della c.d. “sinistra radicale”: nel 2012 la Marano appoggiata da IDV, Rifondazione Comunista, SEL e Verdi, conquistò 122.633 voti. Fava oggi ne ottiene 128.157.

L’area del centro sinistra, capitanata dal PD, perde oltre 200mila voti sul presidente (Crocetta ottenne 617.073 preferenze contro le 388.886 di Micari), mentre sulle liste la flessione è meno marcata ma cmq consistente: circa 100 mila voti. Si passa da 583.547 del 2012 a 488.939 di oggi. Voti che con ogni probabilità sono stati intercettati dal candidato e dalla lista M5S.

Il Dato siciliano fa male per più ragioni: perché, come già detto, era una regione amministrata dal centro-sinistra, perché – come ad Ostia – relega le forze di centro sinistra ad un ruolo di irrilevanza politica e perché arriva dopo una serie di altre sconfitte elettorali pesantissime come Torino, Genova, Venezia, Roma e la Liguria.

A questo va aggiunto che le tensioni e le divisioni nel campo del centro-sinistra sono evidenti. Macroscopiche. Non risolvibili nel breve periodo ed anzi più accentuate dopo ogni sconfitta.

Non si vince con Renzi ma nessuno nel centro sinistra al momento è in grado di sfidarne la leadership. Un bel dilemma. Un “problema”, che a mio avviso si risolve ricominciando a fare politica. A confrontarsi sui problemi e sui temi fondamentali della nostra società, della nostra democrazia, della nostra comunità. Rifiutando l’attuale impostazione plebiscitaria e unendo interessi, persone, progetti, speranze e ripartendo dai valori fondamentali che si vogliono perseguire attraverso l’azione politica. Perché, per quanto possa sembrare banale, per tornare ad essere percepiti come “utili” bisognerà ricominciare proprio qui: dai valori e dalle idee. Perché facciamo politica? Per ottenere cosa? Per “difendere” chi o cosa?

La crisi della “sinistra” non è solo italiana. In tutta Europa le forze progressiste arrancano. Alcuni partiti socialisti storici come quello francese e tedesco, versano in crisi profonde. Davanti una realtà “globale” sempre più difficile da capire, interpretare e spiegare, e a sfide enormi come la gestione dei flussi migratori, la lotta al terrorismo, le criticità di un sistema capitalista globale e “digitale”, la sinistra appare “spaesata”. Incapace di comunicare efficacemente le proprie posizioni sui grandi e piccoli problemi che condizionano la quotidianità delle persone.

È per questo motivo che è diventato prioritario e fondamentale ricominciare a confrontarci sul nostro presente e futuro. È per questo motivo che è arrivato il momento di rifiutare la banalizzazione continua dei problemi, il ridurre tutto alla scelta di un leader, ed immergersi nella complessità della realtà per cercare soluzioni ed idee innovative in grado di rilanciare sul serio un progetto progressista e di sinistra credibile e perché no, “votabile”.

Bologna da sempre – per la sua storia, la sua vitalità civica ed accademica – rappresenta un laboratorio incredibile di idee, proposte e innovazioni non solo in campo scientifico ma anche politico e sociale. Ci piacerebbe fare la nostra parte. Ripartendo da qui. Con l’ambizione di allargarci presto ad altre realtà europee in grado di darci una visione, un’energia e una prospettiva che non guardi esclusivamente a ciò che accade nel giardino di casa.

Mercoledì 17 maggio la Camera dei deputati ha approvato in maniera definitiva la proposta di legge relativa le “disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyber bullismo”.

Il provvedimento, che si compone di sette articoli, ha visto la luce dopo 2 anni di discussioni (il Senato approvò la prima formulazione il 20 maggio 2015) e quattro letture parlamentari.

Ma quali sono le novità introdotte? Cosa dice il testo del provvedimento? Cosa si intende per cyber-bullismo?

A rispondere a quest’ultima domanda è lo stesso testo di legge che definisce il cyber bullismo come “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. (art.1)

Grazie alla legge appena approvata, da oggi in poi, il minorenne (maggiore di 14 anni) vittima di cyberbullismo (o i suoi genitori) può rivolgersi al gestore del sito Internet[1] o del social media per ottenere l’oscuramento, la rimozione e/o blocco di qualsiasi altro dato personale del minore diffuso su Internet (con conservazione dei dati originali) entro 48 ore. In caso di mancata rimozione, la vittima può rivolgersi al Garante per la protezione dei dati personali che deve provvedere, in base alla normativa vigente, entro le successive 48 ore (art.2).

Il provvedimento prevede poi l’istituzione di un tavolo tecnico che dovrà provvedere alla strutturazione di un piano di azione contro il cyber bullismo, che anche avvalendosi della collaborazione della Polizia Postale e dovrà realizzare un sistema di raccolta di dati finalizzato non soltanto al monitoraggio dell’evoluzione dei fenomeni, ma anche al controllo dei contenuti per la tutela dei minori (art.3).

Parallelamente il MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) dovrà realizzare delle linee di orientamento per l’adozione di misure di contrasto in ambito scolastico che dovranno prevedere:

  • la specifica formazione del personale scolastico, con la partecipazione di un referente per ogni autonomia scolastica che dovrà collaborare con le Forze di polizia e con le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio;
  • la promozione di un ruolo attivo degli studenti (oltre che ex studenti già opportunamente formati all’interno dell’istituto scolastico) nella prevenzione e nel contrasto dei cyberbullismo;
  • la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti;
  • un sistema di governance efficace, diretto dallo stesso Ministero dell’istruzione.

Vengono inoltre previsti:

  • L’obbligo da parte del dirigente responsabile dell’istituto – solo per i casi che non costituiscono reato – di informare tempestivamente i genitori (o i tutori) dei minori coinvolti e di attivare adeguate azioni educative;
  • la pubblicazione di bandi per il finanziamento di progetti di particolare interesse elaborati da reti di scuole, coinvolgendo altri soggetti come le prefetture, gli enti locali, le Forze di polizia e ogni altra istituzione, ente o associazione competente in materia;
  • la promozione dell’educazione all’uso consapevole della rete Internet e ai diritti e doveri connessi all’utilizzo delle tecnologie informatiche da parte di ogni scuola, nell’ambito della rispettiva autonomia;
  • specifici progetti personalizzati ad opera dei servizi territoriali (non solo sociali), finalizzati al sostegno dei minori vittime di atti di cyberbullismo ed alla rieducazione, anche tramite attività riparatorie, dei minori artefici di tali condotte;
  • l’ammonimento del questore, il quale – in mancanza di querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria[2], diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali – potrà convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge;
  • il rifinanziamento del Fondo per il contrasto della pedopornografia su Internet con 203.000 euro per ciascun anno del triennio 2017-2019.

Si poteva fare qualcosa di più?

Probabilmente si. Innanzitutto si poteva tenere l’ impostazione originaria del ddl che riguardava non solo i casi di cyber-bullismo, ma anche quelli di bullismo. Un impianto volto a garantire una cornice normativa unitaria che si è persa con le ultime modifiche del Senato.

Il testo inoltre appare troppo sbilanciato su un’impostazione esclusivamente “preventiva ed educativa”, senza fornire anche strumenti efficaci di sanzione e recupero dei soggetti che portano avanti atti di “cyber-bullismo”.  Anche in questo caso, le ultime modifiche del Senato hanno eliminato lart.8 del provvedimento che prevedeva anche strumenti di natura penale.

Nonostante questo la norma approvata questa settimana è senza dubbio un passo in avanti. Va a riempire un vuoto normativo importante e da una prima risposta ad un fenomeno che con i moderni strumenti di comunicazione ha trovato forme e livelli nuovi di violenza.

 

 

[1] L’articolo 1 definisce, inoltre, quale gestore del sito Internet il prestatore di servizi della società d’informazione, diverso da quello degli articoli 14, 15 e 16 del decreto legislativo n. 70/2003, che sulla rete Internet cura la gestione di un sito in cui possono manifestarsi fenomeni di cyberbullismo. Appaiono sostanzialmente esclusi dalla definizione di “gestore del sito Internet”, e quindi dall’ambito di applicazione del provvedimento, gli access provider (cioè i provider che forniscono connessione a Internet, come Vodafone o Telecom Italia), nonché i cache provider, cioè i provider che memorizzano temporaneamente siti web, e i motori di ricerca. Rientrano invece nella definizione di “gestori del sito Internet” tutti i prestatori di servizi che curano la gestione dei contenuti di un sito dove si riscontrano condotte di bullismo informatico.

[2] L’ingiuria costituisce attualmente illecito civile che obbliga, oltre che al risarcimento del danno all’offeso disposto dal giudice, anche al pagamento di una sanzione pecuniaria civile (da 100 a 8.000 euro), da versare all’entrata del bilancio dello Stato.

Foto: “© European Union 2017 – European Parliament”

Da qualche giorno sta girando sui social un simpatico siparietto di cui si è reso protagonista l’attuale presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker . Durante una conferenza stampa, alla domanda di un giornalista su chi – tra Trump e Putin – fosse  a suo parere la minaccia più seria per l’Unione europea, il nostro eroe ha risposto orgoglioso: “io”.

Non nego che dopo un breve momento di spaesata ilarità – dovuto all’oggettiva inopportunità da parte di un’alta carica europea di rispondere con una battuta ad una domanda sugli attuali equilibri internazionali (evidentemente al giorno d’oggi neanche la noiosa e grigia eurocrazia riesce più a garantire delle certezze di sobrietà) – il mio primo pensiero sia stato: “quanto ha ragione”.

Da mesi ormai – si è iniziato con la Brexit e si è continuato con l’elezione di Trump – autorevoli e stimati opinionisti ci spiegano come l’Europa sia ad un bivio. Di come sia fondamentale che l’Unione europea trovi le forze per reagire ai mutati equilibri internazionali e alla continua messa in discussione dello stesso progetto europeo da parte di molte forze politiche continentali.

Pur condividendo in linea di principio la necessità di un “colpo di reni” da parte dell’Unione, mi risulta piuttosto difficile comprendere a chi spetterebbe questo gravoso ed impegnativo compito.

Davvero c’è qualcuno che pensa che i tre presidenti delle istituzioni UE – Juncker, Tusk e Tajani  – anche volendo, avrebbero le capacità e le possibilità di far cambiare rotta all’Unione? (stendiamo un velo colmo di pietà per il Parlamento europeo che ad oggi sembra fungere esclusivamente da vetrina per le forze politiche euroscettiche).

Anche un neofita di politica europea capirebbe al volo che gli attuali vertici delle istituzioni europee sono stati scelti seguendo criteri di “fedeltà” piuttosto che di capacità. In altre parole sono stati messi lì con l’implicito e tacito accordo di restare buoni e al loro posto ed aspettare di volta in volta istruzioni.

Ma anche nel caso volessimo escludere questo dato e – ragionando per assurdo – ci trovassimo davanti ai nuovi statisti dell’Europa unita: quali possibilità avrebbero di incidere se non fossero supportati dalla maggioranza degli Stati europei ed in particolare dai tre grandi fondatori: Germania, Francia e Italia? Chiunque abbia letto qualcosa di sensato o semplicemente assistito alla storia europea degli ultimi 60 anni sa benissimo che anche grandi personaggi come Delors non avrebbero mai potuto avanzare alcuna proposta senza il via libera di questi 3 Paesi ed in particolare senza l’appoggio dell’asse franco-tedesco (durante la commissione Delors rappresentato dall’asse Kohl-Mitterand).

Ed è proprio dagli sviluppi politici che si avranno in questi tre Paesi che – a mio avviso – si avranno le risposte sul futuro dell’UE. Non è un caso infatti se l’unica proposta credibile ed interessante avanzata in questi giorni – quella dell’Europa a due velocità – sia arrivata non dai vertici delle istituzioni comunitarie, ma dalla Cancelliera tedesca, Angela Merkel.

In questo quadro, il 2017 rappresenta un anno decisivo, per il semplice motivo che almeno 2 di questi 3 Paesi (l’Italia come da tradizione nei momenti storici decisivi tende a tenersi aperte tutte le possibilità) andranno al voto. Un voto che più di altre volte sembra fondamentale e condizionato da fattori esterni.

La Francia sarà la prima ad affrontare le urne. Il 23 aprile si terrà il primo turno delle presidenziali e dopo gli scandali che hanno coinvolto il candidato dell’ UMP, François Fillon, sembra prospettarsi una cavalcata trionfale dell’estrema destra guidata da Marie Le Pen. I socialisti, almeno per il momento, non sembrano in grado di poter ricostruire qualcosa di presentabile dalle macerie provocate da 5 anni di presidenza Hollande. La vittoria di Hamon alle primarie sembra essere più un voto di protesta verso coloro che hanno portato il Partito alla rovina, piuttosto che un vero progetto politico e la presenza di outsider a sinistra come Macron complica ancor più le cose in campo socialista.

Scenario totalmente diverso invece in Germania, la quale, dopo 12 anni di regno Merkel, si appresta ad affrontare le decisive elezioni del prossimo 24 settembre con una novità senza dubbio interessante: i socialdemocratici infatti, dopo la candidatura dell’ex Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, sembrano essere in netta ripresa.

Nonostante i sondaggi positivi sarà durissima per Schulz sconfiggere Angela Merkel, ma il fatto che l’SPD dopo un decennio di subalternità alla CDU sia quanto meno della partita è già una notizia. Ed una loro vittoria potrebbe cambiare realmente le carte in tavola anche a livello europeo.

Infine l’Italia. Probabilmente – al netto del fatto che l’attuale legge elettorale ci consegnerebbe di nuovo un Parlamento senza una maggioranza e quindi senza un vincitore – anche il solo fatto che Francia e Germania si apprestano a votare tra pochi mesi, potrebbe essere un buon motivo per aspettare la scadenza naturale della legislatura e votare nel 2018. Ma si sa, la razionalità non è una dote apprezzata dalla politica nostrana. Roba da Cassandre greche, professoroni universitari e gufi rancorosi. Non vorremmo mai perdere l’occasione di creare un quadro  politico più caotico di quello che già è. Staremo a vedere.

Per quanto riguarda Juncker invece, a prescindere da lui, a prescindere dalla piega che prenderanno gli eventi, la sua Presidenza è destinata a rimanere nella storia come “l’Europa che fu”.

L’augurio è che “il Futuro” non ci costringa a sentirne la mancanza.

Foto: © European Union 2017 – European Parliament

E così Antonio Tajani è il nuovo Presidente del Parlamento europeo.

Tajani  che nella sua biografia politica può vantare di essere stato “tra i fondatori di Forza Italia, e di essere cresciuto all’ombra di Berlusconi e Previti” ha battuto di misura un altro candidato italiano alla successione del tedesco Martin Schulz: il socialista Gianni Pittella.

Si conferma così la tradizionale alternanza tra popolari e socialisti alla Presidenza del Parlamento europeo. Una consuetudine che – tra alti e bassi – va avanti fin dalla prima elezione a suffragio universale del Parlamento UE nel 1979.

Tutto bene si dirà. Eppure c’è qualcosa che stona.

Con la nomina di Tajani infatti i conservatori si aggiudicano la terza presidenza su tre disponibili a livello europeo: Commissione (Jean-Claude Juncker), Consiglio europeo (il polacco Donald Tusk) e Parlamento (Antonio Tajani).

Niente male considerando che mai come oggi i popolari ospitano al proprio interno forze politiche (o nella migliore delle ipotesi alleati nazionali) che stanno contribuendo alla progressiva disintegrazione del progetto europeo.

A pensarci bene la situazione è a dir poco surreale: l’area politica più critica verso l’Europa e che ne sta mettendo in crisi la tenuta ed il futuro con politiche di stampo sempre più nazionalista, è la stessa che oggi esprime le principali cariche europee e che da oltre dieci anni ha una larghissima maggioranza in Parlamento.

I principali responsabili dell’attuale immobilismo istituzionale europeo sono gli stessi che a “casa loro” si scagliano contro ogni decisione presa – o non presa – da loro stessi a livello comunitario.

Un capolavoro politico. Un po’ come se coloro che negli ultimi venti anni ci hanno  venduto un futuro fatto di globalizzazione, fine dei confini politici ed economici, demolizione del welfare state e competizione senza regole all’improvviso iniziassero ad esultare per “la fine dell’utopia della globalizzazione”.

Ah no scusate.

© European Union 2016 – European Parliament

 

“Credevo fosse una riunione di leader di partito e non commenterò su questo. Quando i leader socialisti si incontrano, per lo più non viene fuori nulla di molto intelligente”: così il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha commentato l’incontro che si è svolto venerdì (9 settembre) tra i Presidenti e i Primi Ministri di Grecia, Italia, Francia, Portogallo, Cipro e Malta. Un incontro che si è concluso con la “Dichiarazione di Atene”: un documento che cerca di rilanciare un’idea di Europa politica, solidale e democratica e che, soprattutto, chiede di abbandonare in maniera definitiva il principio di “austerity” che ha accompagnato – e sta accompagnando – le politiche economiche dei Paesi UE dall’inizio della crisi economica.

Al di là del dubbio senso dell’umorismo e della totale mancanza di rispetto per i vertici politici ed istituzionali di “Paesi amici”, Schaeuble, con la sua dichiarazione coglie un punto nodale dell’attuale stallo politico europeo.

Il ministro delle finanze tedesco infatti, evita accuratamente la dicotomia “nord-sud” per spiegare lo scontro politico in atto – come invece hanno fatto quasi tutti i mezzi di informazione e come, tra l’altro, hanno fatto anche i leader che hanno partecipato al meeting di Atene – ma usa consapevolmente la parola “socialisti”.

Da bravo “realista”, Schaeuble, sa benissimo che il vero scontro è lì. Sa che l’attuale visione politica dell’Unione Europea non è determinata “dai paesi del nord Europa”, ma “dai governi di destra dei paesi del nord Europa”.

Ho letto diverse ed interessantissime analisi storico-sociali “weberiane” sull’influenza delle tradizioni culturali e religiose, volte a spiegare l’attuale impossibilità di una collaborazione “dei popoli europei”. Analisi che bisogna sicuramente tenere in considerazione e ben presenti quando si parla d’Europa, ma che a mio avviso hanno il grosso difetto di limitarsi a “giustificare” le attuali divisioni, riconducendo tutto, inevitabilmente, ad uno scontro culturale, religioso e nazionale, riportandoci in pieno ‘800.

Non c’è dubbio, infatti, che i principi luterani influenzino l’etica e la lettura degli eventi politici di un Paese come la Germania, così come l’enorme tradizione cattolica influenza spesso Paesi come Italia, Francia e Spagna ma tali “differenze culturali” erano presenti anche nei decenni passati, eppure non hanno impedito, dagli anni ’50 in poi, il nascere di una visione politica di Europa Unita e politiche volte ad una sempre maggiore integrazione politica, economica e sociale.

Il punto è che quello a cui assistiamo oggi – che piaccia o no – è il risultato di 20 anni di assoluto predominio culturale e politico delle destre in Europa.

Sono governi di destra che alzano nuovi muri e non vogliono affrontare in maniera coordinata l’immensa sfida dei flussi migratori. Sono governi di destra che si oppongono ad una maggiore integrazione politica. Sono governi di destra che soffiano sul vento del nazionalismo e chiedono referendum per uscire dall’Europa. E sono sempre governi di destra che si oppongono a politiche economiche espansionistiche e che criticano apertamente l’operato di Mario Draghi.

Schaeuble sa benissimo che il vero pericolo al predominio della sua parte politica è rappresentato dalla possibilità della rinascita di un’alternativa credibile di sinistra, capace di immaginare un’Europa diversa. E poco importa se le politiche degli ultimi venti anni hanno prodotto l’ascesa di movimenti e forze politiche populiste e di estrema destra.

Schaeuble lo sa. La sua grande fortuna è che a non saperlo sono le forze progressiste europee.

“Non siamo riusciti ad interpretare il cambiamento”, “non ho rottamato abbastanza”, “I 5 Stelle sono il vero cambiamento” “Roma adesso può cambiare” “Noi siamo la vera novità politica in Italia”.

Lascio il commento dei risultati, l’analisi del voto, l’individuazione delle ragioni delle sconfitte o delle vittorie a persone più competenti e navigate di me.

C’è una cosa che però a mio avviso non torna, che continua a mancare anche in questa tornata elettorale: la nostra assoluta incapacità di prenderci una quota di responsabilità dei problemi del nostro Paese e delle nostre città. Come se tutti fossimo nati ieri o vittime di un incantesimo che ci ha imposto coloro che ci governano.

La politica come unica responsabile di tutti i nostri problemi. Le elezioni – o le surrogate “primarie” – come rituale quasi sacro in cui l’unica parola d’ordine da anni è sempre la stessa: “il cambiamento”. Nessuno che specifichi mai in cosa consista la novità sbandierata, la rottamazione annunciata. Unico punto fermo è che il cambiamento riguarda sempre “gli altri”, mai il “noi”.

Un incessante ricerca di capri espiatori, di colpevoli, a cui la politica nostrana presta volentieri il fianco senza capire che così facendo delegittima costantemente se stessa. Senza immaginare che i prossimi da rottamare saranno coloro che oggi vengono esaltati e portati in trionfo.

Facciamo finta di credere a programmi ed a promesse elettorali sempre più irreali ed irrealizzabili, salvo scandalizzarci e protestare se poi chi governa fa realmente qualcosa di quello che ha promesso.

Come se per risolvere i problemi delle nostre città bastasse realmente e semplicemente rimuovere il precedente sindaco, affidandosi all’ultimo “stregone” che promette di conoscere una nuova formula magica.

La reale novità oggi sarebbe rappresentata da un progetto politico collettivo in grado di coinvolgere, valorizzare e responsabilizzare i cittadini. Un progetto decisamente più complesso e faticoso da realizzare e portare avanti, ma che poggerebbe su solide basi e che quasi sicuramente riporterebbe al voto almeno una parte di coloro che oggi scelgono l’astensione.

Ora scusate, devo andare a spostare l’auto in seconda fila. Qualche stronzo sta suonando. Sarà sicuramente un politico.