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Author: Fabrizio Binacchi

Avremo pure dei problemi, e grossi. Saremo pure, al momento, l’economia più critica, qualcuno dice “contagiosa” della zona Euro. Sconteremo pure errori e mancate visioni di un passato lontano e recente. Ma, diciamolo, siamo e restiamo un Paese meraviglioso.

Come dicevano i cartelloni turistici qualche anno fa sulle nostre autostrade mettendo le sagome delle bellezze e delle tipicità di quel territorio e con la scritta confortante: sei in un Paese meraviglioso. Meraviglioso significa provocare e stimolare meraviglia: per il bello e per il meno bello che potrebbe diventare splendido.

Una rinomata trasmissione televisiva ha messo insieme recentemente quattro diverse meraviglie che disegnano la magnificenza di questo Paese che si chiama Italia tra storia arte e natura: Mantova scrigno dei Gonzaga, uno degli emblemi di Roma piazza Navona con la fontana dei fiumi del Bernini, la costiera Amalfitana che solo a pronunciare il nome ti senti il sole addosso, voglia di mare e fame di frittura, e il parco archeologico marino di Bari. Abbiamo detto poco!

Storia e arte, mare e costa, archeologia e architettura, scultura e pittura, Andrea Mantegna e André Gide. Non ci vuole neanche molto a mettere in fila un giro rappresentativo delle località grandi e piccole che fanno dell’Italia un mosaico di attrazioni e di richiami: prendi una cartina e dove ti cade l’occhio e o la matita ti capita di planare su un borgo o un santuario, su una costa o su un castello, nella pizza storica o su una cima di montagna. Il vero problema è mettere a sistema tutto questo e far diventare questa offerta di bellezze e di attrazioni una rete economica valorizzabile e spendibile, esportabile e conoscibile oltre le apparenze e i luoghi comuni. Che si vada in Costiera Amalfitana per il sole e i limoni ci può stare ma forse innestare innovazioni e scoperte tradizioni e contaminazioni può sicuramente ampliare il richiamo.

Un grande museo per un piccolo paese come Mercatello sul Metauro zona Pesaro Urbino può fare più notizia di una grande mostra di una grande città e insieme le due occasioni diventare moltiplicatore turistico. Mi spiego: fare una grande rassegna al palazzo Ducale di Urbino e collegarla con una mostra a Mercatello o a Fano significa fare più rete e sistema. Questo è il bello di un Paese meraviglioso: che dove ti giri ti meravigli. A Ceresole Reale come a Vipiteno, a Cividale del Friuli come a Sauris, a Brunico come a Boccadasse di Genova, a Vinci come ai Boboli, a Fabriano come a Grottammare, a Canepina come ad Anagni, a Caserta come a Guastalla, a Taviano come a Petralia Soprana, a Tropea come a Maratea (da non confondere) a Lollove come a Golfo Aranci.  E poi ancora Verrand in Valle d’Aosta come in Valpolicella in Veneto, nelle colline dell’Oltrepo Pavese e sulle cime delle Dolomiti, nella laguna di Grado e sotto quel campanile dell’Abbazia di Pomposa.  

Direte: come ha scelto questi posti? Una successione di luoghi del cuore prima ancora che località di mercato turistico, perché è l’approccio cardio- emozionale che fa la differenza nella catalogazione della nostra meraviglia, unita all’esperienza che abbiamo fatto in quelle piazze, in quel locale davanti a quell’orizzonte sotto quel cielo, ai bordi di quel mare.

Ci ricordiamo di Cefalù Porto o di Spello per le forme e i colori che si sono impressi nella nostra memoria ma anche e soprattutto per quello che abbiamo annusato e gustato, toccato e fatto nostro con l’intelligenza emotiva, cioè imparato, appreso, conquistato. Con gli occhi e non solo con i souvenir.

Così non ti può che rimanere impressa quella piazzetta irregolare di Greve in Chianti e la via stretta di Vieste centro storico che ti sembra un corridoio di casa, quei terrazzi bianchi dell’entroterra di Nardò e quella distesa di boschi tra Corvara e La Villa. Perché abbiamo vissuto e introiettato quelle sensazioni come condivisione del nostro corpo e del nostro spirito. L’economia ci dice che abbiamo un record di ricchezza privata l’ambiente e la storia, l’arte e l’architettura ci dicono che siamo un popolo ricco e fortunato di stare in mezzo a queste bellezze.

Cambiamento climatico tra smog, fiumi e boschi   

Cambia il  clima e anche le piante migrano. Me lo diceva tempo fa una brava ricercatrice di Parma ad un corso sulla Comunicazione della ricerca scientifica. Ci venne anche un bel titolo, nell’ambito di una simulazione giornalistica. Come quasi sempre è la traduzione che fa la notizia. Il lavoro di analisi del testo della ricerca tra parole chiave e frasi giornalistiche possibili ci portò a questo apprezzabile risultato editoriale:Anche i boschi fanno i conti con il clima// Migrare o adattarsi, questo è il problema // Università di Parma e CNR studiano i cambiamenti della “comunità vegetale” dell’Appenino di domani. Mica poco.

Succede da una decina d’anni. O meglio lo registriamo da circa due lustri perché anche noi ci siamo accorti che qualcosa sta cambiando su di noi, attorno a noi. E’ il clima che cambia ormai più repentinamente di quanto forse ci aspettavamo? O siamo noi che percepiamo segni e segnali più veloci perché registriamo i collegamenti dei fenomeni? Belle domande. Di certo è che alterniamo secche ed alluvioni, temperature fuori stagione e bombe d’acqua  come se fossimo in un film.

L’emergenza della secca del Po di cui si è molto parlato in questi giorni non è solo un problema di pesca o di navigabilità del Grande Fiume Guareschiano ma diventa un grosso problema per l’irrigazione, per le colture, per l’agricoltura di tutta la pianura Padana. Le temperature medie cambiano. La primavera comincia (sembra) ogni anno in anticipo e fra un poco toccherà adeguare anche i calendari di lavoro agricolo e quelli di Frate Indovino. Tra qualche anno ci toccherà inventare un carnevale in costume da bagno e non solo in costume mascherato.

La prendiamo con ironia ma come tutti sappiamo il problema è assai serio. Altri segnali e altri indizi: l’olivicoltura si sposta sempre più a nord. Ecco piante d’ulivo sopra il 45° parallelo, titolava l’altro giorno un sito. Una volta era segnalata come territorio d’eccezione per l’olivicoltura la zona del Lago di Garda proprio per il suo speciale contesto ambientale e climatico. Tutto questo è bello da scrivere e da raccontare ma le cause di tutto questo sono da esaminare attentamente per fare fronte comune.

Anche perché l’emergenza climatica permanente, sotto forma di sbalzi e di tornado, di secche e di alluvioni, contiene per molte aree del mondo l’emergenza smog. L’aria è sporca a Milano come a Torino a Bologna come a Mantova a Firenze come a Piacenza e non bastano due giorni di vento o tre ore di pioggia a pulire quello che si è incrostato. Guardo con apprensione l’ingrigimento delle bandiere che sventolano dalle parti in cui lavoro.

Una volta i colori delle bandiere resistevano quasi un anno, adesso tocca cambiarle ogni sei mesi massimo perché scompaiono anche i colori più accesi, diventano tutto un grigio. Saranno contente le nostre prime vie aeree, saranno contenti i nostri polmoni. Alcuni centri di analisi ambientale hanno fatto le proiezioni sulla base dei dati in loro possesso e se già all’inizio di marzo abbiamo raggiunto in alcune aree del Paese questi livelli di concentrazione di smog per questi numeri di giorni è plausibile immaginare che il 2019 sarà l’anno dello smog. E anche qui verrebbe da dire che non sarà un anno bellissimo per i nostri polmoni e per le nostre vie sensitive.

Quanto tempo ci rimane per fare qualcosa? C’è chi dice pochi anni, qualcuno almeno due decenni, altri, ci vogliono sempre i catastrofisti, dicono che il tempo sarebbe già scaduto. Anche il tempo diventa una lotteria. Da qualche mese tra gli allarmi clima e conseguenze sui territori e sulla vita dell’uomo si ripete l’allerta aumento livello dei mari che noi qui, nel nostro piccolo, avevamo già riferito come notizia parecchio tempo fa. I numeri sono questi: Enea e Cnr calcolano che entro 80 anni, entro il 2100, il livello medio dei mari anche attorno all’Italia si alzerà di un metro. Naturalmente ci sono le cartine aggiornate sulle coste e sulle città che andranno sotto. Non  facciamo catastrofismo e neanche allarmismo ma dopo i titoli ad effetto sarà il caso di prendere consapevolezza che 80 anni non sono poi tanti e che due o tre cose dovrebbero essere fatte prima di lasciare in eredità ai nostri nipoti e pronipoti la patata bollente e la costiera allagata. Così per tornare ai concetti iniziali anche le piante se la svignano, migrano da una altitudine all’altra e da un territorio all’altro perché reagiscono anche loro, alla maniera vegetale, al cambiamento del clima. Accade sull’Appennino tosco-emiliamo e accade negli Stati Uniti dove, dicono le ricerche, le grandi foreste orientali si sarebbero spostate di 15 chilometri in 10 anni.

I giovani a Bruxelles per salvare il Pianeta. E quelli di Cesena fanno un giornale e a Modena lanciano un progetto  antirifiuti.

Fabrizio Binacchi

Mi ha fatto impressione vedere come Greta Thunberg, la giovane attivista svedese che attira l’attenzione dei potenti sui problemi del cambiamento climatico, fissa negli occhi i suoi interlocutori di potere: non abbassa mai lo sguardo come fa chi è sicuro delle proprie posizioni e si sente nel giusto. Mi ha fatto impressione come l’ha salutata il presidente della Commissione Europea Junker con il sorriso di chi tenta di stare al passo con i tempi, in gran parte tuttavia perduti.

E loro sono meglio di noi. Non c’è dubbio. Loro sono i giovani, le ragazze, le giovani, studentesse e i ragazzi che studiano, ricercano, partono, ritornano, si mettono in gioco per loro, per le loro famiglie per il loro Paese. E per il mondo da salvare. Come Greta Thunberg.  

Sul clima abbiamo perso e stiamo perdendo tanto tempo. Adesso cominceranno i giorni della sensibilizzazione mondiale, il primo sarà il 15 marzo. Una specie di idi di marzo della salute del mondo. Il venerdì è il giorno in cui giovani di tutto il mondo fanno sentire la loro voce e chiedono un futuroAbbiamo solo 11 anni per agire e limitare i danni da cambiamento climatico. Al seguito di Greta Thunberg che “sciopera” da scuola per parlare ai potenti del dramma del clima

Il 15 marzo è “sciopero” globale dei giovani, degli studenti, per il clima. Hashtag #climatestrike “Invece di parlare a noi, i politici dovrebbero parlare agli scienziati”, dice Greta Thunberg. “voglio diffondere il messaggio, voglio mettere pressione, così che le persone al potere possano essere spinte a fare qualcosa”.  Ecco: fare qualcosa per il clima. Loro i giovani già a Bruxelles riescono ad attirare l’attenzione da ogni parte del mondoper partecipare ad alcuni eventi ed in particolare alla marcia settimanale dei giovani belgi per la difesa dell’ambiente. E’ da sette giovedì che nella capitale belga i ragazzi scendono in strada, ed anche le severe scuole locali permettono, vista la qualità dell’impegno, ai ragazzi più grandi di andare, e ne giustificano l’assenza dai corsi. Vorrà dire qualcosa. Loro sono meglio di noi.

A testa alta e con la consapevolezza che bisogna insistere, bisogna richiamare l’attenzione non nelle cerchie ristrette ma nelle piazze. E il problema è il tempo. Avremo tempo abbastanza?

Dice Greta Thunberg: “Le persone ci dicono sempre che sperano tanto che i giovani riusciranno a salvare il mondo. Ma non possiamo, semplicemente perché non c’è abbastanza tempo per intervenire, non c’è il tempo che ci permetta di crescere e prendere in mano la situazione”. Loro sono meglio di noi anche dalle nostre parti.

Sono venuti in visita alla redazione gli studenti di Cesena che fanno un giornale on line. Articoli e titoli curati come in un giornale cosiddetto vero. Anzi alcuni di più. Il giornale si chiama “Righe dal Righi” perché il liceo è intitolato ad Augusto Righi.  Giornalisti dal cuore e con mente.

Altri ragazzi del liceo “Venturi” di Modena hanno varato il progetto “Avanza”, campagna con vaschette portare a casa il cibo che rimane nei piatti dei ristoranti. Si calcola che il piano di “Avanza” può far recuperare quintali di cibo ogni anno per ogni ristorante. Il problema del rifiuto riciclabile è da anni all’attenzione di tutti ma lo spreco è ancora altissimo. si calcola che si butti come rifiuto alimentare una quantità di valore pari all’1 per cento del prodotto interno lordo. Mica poco.

Sembra uno scherzo ma varare il progetto “Avanza” comporta anche un cambio di mentalità. Adesso sembra brutto farsi dare un vaschetta e portare a casa il cibo dal piatto della trattoria o del ristorante: invece in alcuni paesi europei ed extra europei è quasi la norma, la prassi. In un colpo solo recuperi ed eviti rifiuto da smaltire. Loro sono meglio, hanno forse pure più idee. E son più pratici. Aiutiamoli a salvarci tutti.