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Author: Giulia Mitrugno

INTERVISTA A JANNA CARIOLI *

  1. Quando viaggi per andare nelle scuole a parlare dei tuoi libri, cosa ti colpisce di più nelle interazioni con i bimbi?

Incontrare i bambini delle scuole per uno scrittore è il vero banco di prova, la cartina di tornasole.   

Quando vado a fare incontri io chiedo sempre che ogni bambino abbia il “suo” libro. Al di là della lettura collettiva che un insegnante può fare in classe, infatti, credo che quello fra un ragazzino e un libro sia un rapporto intimo. Se un capitolo lo colpisce se lo può rileggere… se un passaggio lo annoia, perché no, lo può saltare! Avere il suo libro in mano gli permette di tuffarsi dentro l’avventura in un modo, un luogo un tempo scelti da lui.

Scrivere per ragazzi è una grande responsabilità perché si costruisce l’immaginario del futuro. Attraverso i libri si trasmette un’etica, si condividono dei valori, si prefigurano mondi. In un libro si possono trattare temi importanti, profondi, come la vita, l’amore, la morte.

I bambini, al contrario di quanto pensano gli adulti, si innamorano molto presto, e potersi identificare con i sentimenti del protagonista di un libro li fa sentire meno esposti e meno soli. In quanto al tema della morte, spesso i bambini sono tenuti fuori dal dolore, perché si pensa che ne possano essere traumatizzati.  Trovare questi passaggi all’interno di un romanzo, permette di “attraversarlo” uscendone emotivamente coinvolti, ma illesi. Attraverso un libro passano idee di solidarietà, coraggio, speranza. 

2. Cosa ti lascia questa attività?

Scrivere è il mio lavoro. Certo, serve creatività, ma serve anche e soprattutto disciplina. Non si può scrivere un libro a sfondo storico, per esempio, senza confrontare accuratamente fonti, documentarsi nei dettagli e questo richiede settimane preliminari di studio approfondito. A questo seguono lunghe giornate al computer per la stesura del romanzo. Insomma è un’attività a tempo pieno.  

Io scrivo anche per la televisione e a differenza della scrittura di un libro, che è una attività solitaria, questo è un lavoro collettivo, che non si può fare… se non si ha un buon carattere.

3. Oltre a quelle già citate, quali sono, se ci sono, secondo te, le altre possibili ricadute sul territorio? E quali misure potrebbero essere adottata per facilitare la diffusione della lettura tra i più piccoli?

Detesto la faciloneria con la quale alcuni amministratori e politici lanciano proclami di promozione della lettura chiamando a raccolta scrittori e illustratori a fare volontariato in maratone che, a mio parere, non solo lasciano il tempo che trovano, ma sono anche poco rispettose del lavoro altrui. Politici e amministratori hanno il dovere di sostenere azioni mirate alla diffusione dei libri soprattutto fra i più giovani e dunque devono anche prevedere risorse che sostengano questo impegno, nel creare eventi, biblioteche di scuola, attività sul territorio.

Non credo che a un amministratore verrebbe in mente di chiamare un idraulico a fargli gratis il bagno, in nome della libera circolazione delle acque. Non capisco perché si permetta di chiedere a uno scrittore di dare gratis il proprio lavoro, in nome della cultura. Io mi considero un “idraulico della cultura”. Poi, posso anche autonomamente decidere di partecipare volontariamente a una attività, ma non in base a una velleitaria chiamata alle armi che non prevede da parte delle istituzioni un analogo impegno.  

4. Quali azioni dovrebbero essere intraprese dalla Regione per sviluppare i temi che hai citato?

Vorrei che la Regione Emilia-Romagna promulgasse una normativa sul libro (legge regionale), sulla promozione e educazione alla lettura come impegno costante e non episodico, come uno dei nuclei fondanti. Altre regioni l’hanno già fatto (vedi Regione Puglia, vedi Sardegna). Attualmente ci sono i patti per la lettura comunali, ma mi sembrano per ora solo un censimento. Bisognerebbe promuovere un nucleo finanziato, non solo di intenti, ma anche di mezzi che non si basi solo sul volontariato.

Ridare al libro il valore di ponte, alla lettura e alla narrazione la dimensione anche della socialità, non come sguardo passatista, ma come azione rivoluzionaria (il libro ti rende meno povero). La regione Emilia-Romagna ospita la più importante fiera al mondo per l’editoria per ragazzi. Diventare la “Regione del libro” per azioni, esempi virtuosi, intrecci tra le diverse competenze, non per essere i primi della classe ma per diventare collettori, mi sembrerebbe un obiettivo da perseguire.

5. Ci sono altri temi, al di là di quelli direttamente collegati al tuo lavoro, che pensi sarà importante sviluppare nel prossimo futuro per la nostra regione?

Io sono un’abituale utilizzatrice di treni. Vorrei che la Regione incentivasse e ammodernasse il più possibile il materiale rotabile di propria competenza, con particolare riguardo alle tratte più utilizzate dai pendolari. Chi usa il treno e ha davanti una giornata di lavoro ha diritto ad avere tutto il sostegno e il confort possibile e non ritrovarsi su carrozze dismesse, sgangherate, sporche, residuati bellici delle Ferrovie dello Stato. Ormai non possiamo più pensare alle nostre città come feudi separati, dobbiamo pensarci sempre più in una di metropoli allargata, come cittadini di una regione all’interno della quale sia possibile spostarsi agevolmente con mezzi pubblici adeguati.


* JANNA CARIOLI Scrittrice, autrice di teatro e trasmissioni televisive fra le quali “La Melevisione”, “Trebisonda”, “Bumbi”. Insegna sceneggiatura televisiva a “Bottega Finzioni” di Carlo Lucarelli. Scrive libri per ragazzi (una cinquantina quelli usciti fino a oggi). I suoi romanzi, e i suoi libri di poesie hanno ricevuto numerosissimi premi letterari e sono stati più volte inseriti in “White Ravens” l’honour list che ogni anno segnala buoni libri per ragazzi scelti in un panorama internazionale. Vive fra Bologna e l’Isola d’Elba.

www.jannacarioli.it

Lo scorso week-end è stato ricchissimo di eventi, come sempre succede a Bologna in primavera. Tra feste di carnevale, reading e spettacoli teatrali, c’era anche una concomitanza di più eventi che, nel linguaggio corrente, molti definirebbero “buonisti”.

A Palazzo Re Enzo, dal 28 febbraio a sabato 2 marzo, “Bologna si prende cura” ha raccontato un secolo di welfare bolognese e presentato le iniziative a sostegno della cittadinanza, oggi presenti in città, offerte sia dal servizio pubblico, sia dal mondo dell’associazionismo: dalle attività nelle Case Residenza per Anziani, alle campagne dell’AUSL per la prevenzione e la promozione della salute; dallo Sportello per il Lavoro, alle misure a sostegno della genitorialità; fino ai percorsi di cittadinanza attiva e alle attività di accoglienza diffusa.

Saloni frequentatissimi e stand pieni di materiali e informazioni con tanto di fila per l’attivazione dello SPID (Sistema Pubblico per la gestione dell’Identità Digitale), per l’accesso online ai servizi della pubblica amministrazione. Tantissimi anche gli eventi collegati, con esempi e confronti di buone pratiche, ospitati in diversi spazi pubblici della città e già sold out qualche giorno prima dell’inizio della tre giorni. 
Impressionante dispiegamento di forze e di interesse. 
Percezione soggettiva? Mica tanto se il Mulino ha dedicato finora a Bologna 66 articoli della sua rivista “Autonomie locali e servizi sociali” nata nel 1977.
Impressionante anche leggere la parola “welfare” accostata più volte a“giustizia sociale”, “collaborazione civica” e “integrazione”, visti i tempi che corrono.

Un altro “evento anomalo” si è tenuto sabato pomeriggio inPiazza Maggiore, in concomitanza con la manifestazione di Milano “People2march”: la rete Bologna Accoglie e il Portico della Pace hanno organizzato un’iniziativa analoga a quella milanese, “L’Italia che R-esiste”, presidio a sostegno di diritti umani e accoglienza, per combattere xenofobia e climate change. In piazza qualche centinaio di partecipanti e parecchi volti noti, tra cui il professore emerito dell’Alma Mater Vincenzo Balzani e l’attivista Bergonzoni: “L’odio non sta più nella pelle, vuole cambiare. Amor cutaneo, così a pelle direi che non ci siamo, non sembra che capiamo. Lancio un’Opa: ho paura. La paura fa novanta, ma noi oggi siamo molti di più qui”.
Finale con un flashmob fatto di mani unite in un girotondo che ha abbracciato il crescentone.

Ma è ancora in corso la più provocatoria di tutte le iniziative: “School of Integration”, una scuola di integrazione organizzata al DamsLab in occasione della biennale di cultura e cittadinanze “Atlas of Transitions”. Performance artistiche, seminari, laboratori e concerti che per 10 giorni (1-10 marzo) animeranno la zona intorno a Piazzetta Pasolini, inc ollaborazione con le comunità straniere residenti a Bologna. Anche in questo caso, grande affluenza e curiosità e molti i giovani coinvolti, con tanto di domanda posta ad hoc nel quiz televisivo più seguito d’Italia “L’Eredità” andato in onda domenica sera suRai 1.

Insomma, lo scorso fine settimana Bologna è stata invasa, travolta da un turbillon di eventi riguardanti argomenti oggi mediaticamente esposti, ma capaci invece di suscitare interesse e attenzione in città. Sicuramente ci sarà anche chi si è sentito circondato, forse oppresso da questo “insano”multiculturalismo.
Ma oggi non ci importa: possiamo finalmente respirare a pieni polmoni e sentirci parte di quel meraviglioso melting pot culturale, tanto mitizzato negli anni ’90 e totalmente, irrevocabilmente e indiscutibilmente inevitabile.

E se non vi è bastato, fino al 10 marzo potete ancora votare al “Referendum”, la performance che chiama in causa noi cittadini sottoponendoci un quesito fondamentale: “I confini uccidono. Dovremmo abolire i confini?