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Author: Sabina Borgatti

Quando nasce un padre? Può esserci una sveglia puntata tra un prima e un dopo a un orario imprecisato, perché se la maternità è incarnata come dono del corpo, la paternità è lavoro raffinato, legato a un’attesa che ha, – e sembra un controsenso dirlo -, pause, improvvisi balzi e rincorse interne.

E’ un travaglio allungato. “Tu non puoi capire, perché è una cosa che si sente dentro”: lacerante frattura tra yin e yang imperfetti, che rende la questione ancor più cerebrale. Esistono scudi messi a disposizione della natura, altri che vanno forgiati con la pazienza.Partorire resta una cosa da donne, qualcosa di legato alla terra. Diventare padre è la conquista di quella terra. A volte si aspettano anni, a volte non ci si arriva mai o ci si arriva in un déjà vu, quando si diventa nonni.

Nella stanza c’è il solo sottofondo dei suoi battiti fruscianti rimandati dall’eco del tracciato. I calci non li ha dati a te, ma al mondo protetto da quello scudo. Ore e ore attaccati a quel fruscio, sopraffatto infine da un urlo di guerra, che tu combatterai inghiottendo lacrime, maltrattando l’ostetrica, sospirando, perdendo i sensi. In quel momento i sanitari si accorgeranno di come sei e non esiteranno un istante a impartirti crudelmente le prime nozioni di puericultura.

Sempre che tu, saggiamente, non decida di aspettare fuori. Un tempo, caffè su sigarette; ora a rispondere a messaggi sul “come va”, “quanto manca”, “come procede”, “a che ora ha rotto le acque”,“tienimi aggiornato”, “vi pensiamo”, “vogliamo essere i primi a saperlo”, “la zia la informo io”, “da domani cambia tutto”.

Se invece entri, ti chiederanno di tagliare il cordone; non spetterebbe a te farlo e andrebbe rispettata la tua reticenza. Ci sarà da prenderlo in braccio e dargli un bacio facendogli il solletico con la barba ruvida. L’avevi visto dalle ecografie. Avevate chiesto di non saperne il sesso, vi eravati girati dall’altra parte e forse avevate anche firmato una liberatoria all’anacronismo – per la difesa della sorpresa. Che poi è già avvenuto di avere comprato stock di body e tutine rosa, e che la scienza si sia sbagliata di grosso.

Comunque vada, il compito non è iniziato oggi, non per te almeno; è iniziato quando tuo padre ti teneva sulle ginocchia (per poco eh), dopo essersi fatto aspettare per ore o giorni perché era impegnato al lavoro. Un padre a singhiozzo, che spesso ci si chiedeva a cosa servisse. Hai anche tu tutto il tempo. Non hai alcun legame fisico legato alla lattazione indotta dal pianto di un neonato; non hai orologi interni, ataviche empatie uterine che lasciano alla madre l’autorità e il primato di ogni decisione pratica. Una vera rendita da posizione. Prenditela comoda, riposati come una puerpera dovrebbe e non può fare. Non fare nulla, non leggere manuali, non studiare, non credere alla fandonia del tempo di qualità, ma stai con lui più che puoi. Non fartelo amico, lascia scorrere tutto indefinitamente. In un battibaleno sarà più alto di te. Parola di madre.

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.

“I peggiori nemici delle belle arti sono le gambe stracche” (Giovanni Rajberti)

Si è appena conclusa la settimana dei musei. L’ingresso è gratuito ma l’impegno democratico per far avvicinare tutti all’arte si paga con una fila egualitaria. Sospese momentaneamente le prenotazioni degli ingressi, si dovrà calcolare un limite matematico a variabili spazio temporali: se la coda per entrare a Palazzo Pitti inizia a Ponte Vecchio, quanto si dovrà aspettare per vedere la Madonna della Seggiola? Per consentire il flusso della cultura e lasciare sempre sgombre le vie di esodo, ricordarsi che nelle sale non vi sono strapuntini e canapé per far accomodare i malati cronici di sindrome di Stendhal. I globetrotters dell’arte avevano una specie di seggiolino legato alla cintura, che apriva le gambette ai prodromi del collasso. Ma anche ora, il distributore degli energy drinks è ad almeno quattro piani normali di distanza. In fondo all’enfilade del piano nobile, circa otto metri al netto nei cassettoni e interpiani di servizio occultati alla vista, – ma percepiti dalle ginocchia -; variante: cordonata per cavalli, passeggino gemellare e tacco dodici. Tre gambette euclidee efficientissime: poiché si sa, per tre punti non allineati passa uno e un sol piano, per quattro non è detto, e non sempre si ha una zeppa a portata di trolley.

La seggiola di Raffaello, il proprio caro divano, le pianelle di panno, il letto sfondato della locanda di Pratolino o il king-size del cinque stelle a Rifredi: sogni vividi da mescalina, rimpianti pagati carissimi. In coda vi potrei augurare di fare due chiacchiere con una dottoranda giapponese di storia dell’arte. Leggetele il Rajberti per far colpo. Tentate una traduzione simultanea e fatela scappare a casa, sul vostro divano, con le vostre pianelle (“quando arrivammo agli affreschi di Raffaello, il cicerone recitò che alcuni forestieri si mettono perfino in ginocchi dinanzi a quelle maraviglie. Allora io, colpito da una felice inspirazione, esclamai: ― Ah sì? ebbene, io voglio mettermi due spanne più in basso di loro ― e fra le risate degli amici sedetti sul pavimento. Lo credereste? Sedermi e trovar l’Urbinate grande, sublime, immenso, immortale e divino, fu una cosa sola”).

Non potere prenotare l’ingresso online, non avere contezza che alle 15.17 ci si potrà geolocalizzare alla Palatina, ha comunque un vantaggio: non occorre studiare l’incastro con la coincidenza del treno e si aprirà la porta al destino dei treni soppressi. Si sa che ritardi sono zen, ilt empo è un’illusione, anzi una suggestione, l’arte stessa è una suggestione. Si sono abbinati bene i colori di soprabito e scarpe per accogliere, senza vacillare, una svolta fatale. Magari con la studentessa. Davanti alla parete attrezzata, sul tavolo del soggiorno, si sarà lasciata aperta la pagina di un catalogo Electa ancora nel cellophane. Non si sa come, ma Dalì, se è esistito davvero, deve essere esistito per qualcosa.

 

L’immagine di copertina è di Lorenzo Rondali.

In attesa dal dottore non si fa più i furbi. Nessuno passa più avanti. Era una roba da anni ’80, adesso ci siamo evoluti e abbiamo capito che tanto per morire si muore lo stesso, e non c’è alcuna fretta per farsi diagnosticare una dermatite. Il solo problema rimane essere guardati per ore da persone che tengono le mani in mano o hanno le mani tenute strette da un telefono. Specie se le mie dita  sembrano un catalogo di tatuaggi tribali di seconda scelta, ed invece è solo la diagnosticanda dermatite di cui so già tutto grazie a un blog di pazienti autorevoli.

“Devo ritirare solo una ricetta che ho chiesto al telefono, entro e esco”. “Per me puoi anche passare davanti a un codice rosso, mia cara, è per tutti solo questione di tempo”. Poi c’è chi non perde l’efficientismo neanche di fronte a una cistite e ha garbo per gli altri, sicuramente meno malati di lui e quindi necessariamente più disponibili e arrendevoli: se concede il suo turno a una bella ragazza, il malato efficiente chiede a chi aspetta dopo di lui se è d’accordo. “Lo devi chiedere a dieci persone, non a me che sono l’undicesima e amo essere sempre l’ultima; quella che arriva in ritardo anche alle scadenze più importanti, fosse anche la morte, e che ha avuto gravidanze covate nella calma millimetrica di 42 + 1 settimane”.

Il mistero della vita rimane in quei rotocalchi mezzi squinternati appoggiati sul tavolino, privi sempre della copertina. Per ingannare il tempo basta fare della filologia: ricostruire la successione delle crisi di governo o l’andamento cronologico degli amorazzi di una qualche starlette. Avanti un altro.

Il silenzio potenzia le sinestesie, prima tra tutte, la vibrazione di una notifica. Ecco. Si è anche illuminato lo schermo da solo. Ah no, si sta scaricando, è al 7%. Mi alzo e cerco il caricabatterie lasciato a penzoloni in una presa della cucina. Il filo è corto e mi tocca lasciare il telefono appoggiato sul comodino. Cerco la prolunga mentre le coperte hanno tutto il tempo per raffreddarsi. Adesso il telefono può stare sul cuscino. Gli “attivi ora” sono come dei nei verdi intermittenti su faccine fisse postate a immagine del profilo da incuorare disperatamente. Tre e dodici. Neo verde la zia di San Diego, now posting her four puppies. Evitare di commentare per non occupare la linea. Ma quale linea, non c’è mica il duplex e il cyberspazio ha sempre accolto tutti. Sì tutti … tutti si fa per dire.
“Attivo quattro ore fa”. Scrivimi. Geolocalizzati. Taggami, ma quanto mi tagghi, ti taggo alla follia, non ho mai taggato tanto in vita mia. Ho sognato che si rompeva il telefono e tra noi si rompeva finalmente tutto. Avrai una rosa gialla e non mi aspetterai giù in strada sgranocchiando l’attesa del mio ultimo colpo di spazzola con il tuo maledetto telefono in mano. Il silenzio potenzia la vibrazione dell’incubo, e comunque non avrei niente da mettermi.

Almeno i colloqui  scolastici sono solo due volte all’anno. Perché qui occorre il dono dell’ubiquità: in uno stesso pomeriggio, una ventina di docenti e tre figli sparsi tra elementari (la primaria, pardon), le medie e le superiori. Perché voglio parlare loro personalmente e non intendo delegare nessuno. In due basta e avanza un permesso non retribuito al lavoro.  Mi metto avanti. Telefono per farmi dare da casa la password del registro elettronico. Se facessero tutti come me, due minuti, due e via. Storia dell’arte evitiamo, tanto ha già detto che farà economia e commercio. Inglese sì, quello è importante. Ha preso un sette. La summer school dal nido è servita a qualcosa. Pressione bassa, riscaldamento esagerato e odore di umanità. “Bidellaaaa! Una sedia, per piacere una sedia. Grazie per ora”. Scusate tanto. In streaming sul gruppo whatsapp, l’aggiornamento in tempo reale sul rispetto delle precedenze fissate nella chat di classe della domenica pomeriggio. Chi è quella là? Deve essere la mamma di Marco. Glielo chiedo? “Tocca a lei? Ah già, in chat ci diamo del tu”. “Fatto, ho lasciato passare il padre di Alice. Adesso scappo. Scrivilo tu sul gruppo. Ciao”.

(Foto credit: Lorenzo Rondali)

Al capolinea dell’autobus in un giorno d’agosto. In stazione il venerdì dello sciopero. Alla cassa del discount o in un negozio di telefonia. Prima di un esame all’università o di una diagnosi medica dirimente. Alla mensa dei poveri. Alla mensa aziendale. In una lavanderia automatica. La notte aspettando un messaggio, rinviando la risposta fino al mattino.

E ancora: nella sala d’aspetto di corpi destinati a incedere elegantemente, un passo alla volta, come a una sfilata di abiti vintage: nello studio del notaio, all’agenzia delle entrate, sul sagrato della chiesa, in sala travaglio o
nell’ufficio del capo del personale. Mai che sopraggiunga qualcosa nella canicola di un campo appena trebbiato, dentro a un edificio disabitato nascosto dagli alberi in un giorno che nevica, o quando si è semplicemente felici.


Benvenuti nel mondo poliedrico dei disadattati: quelli che sanno inventare verità parallele aspettando pazientemente appoggiati a un angolo della vita. Vi ci accompagno un passo alla volta; scarpe comode o tacco dodici. Sia che crediate di essere i dominatori dell’attesa o che la stiate subendo tutta, schienati dai debiti col destino. Gli attori rimarranno appiccicati come un totem di cartone alla rotella dei numeri eliminacode. Sottofondo e scenografia saranno sempre intercambiabili. L’attesa è questo. Guardare in tralice, rendersi conto che quando si è certi di avere esaurito il tempo, basta frugarsi in tasca e trovarne a disposizione un’infinità.


Foto: Lorenzo Rondali