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Author: Stefano Righini

Yukichi Watabe è stato il primo fotografo giapponese a ottenere, negli anni ’50, il permesso di accompagnare la polizia per documentare un’indagine criminale, rivelando (sulla falsariga di quello che WeeGee, pseudonimo di Arthur Fellig, realizzò a NewYork tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40) un universo che ha l’impronta estetica di un film noir. Nel lavoro del fotografo giapponese però, a differenza di quanto faceva il fotoreporter americano, la materia del fotoreportage (raccolto sotto il titolo di “Diario di un’indagine” ) non è l’omicidio, ma l’indagine, in cui l’ispettore, pedinato dal fotografo nelle sue indagini quotidiane, ricopre il ruolo del protagonista.

Realizzando, in questo modo, più che una semplice documentazione delle indagini, un documento di straordinario valore sulla vita quotidiana nella Tokyo di fine anni cinquanta, sulle sue periferie affollate, sui chioschi di cibo da strada, sulle bische fumose, sui terminal dei bus deserti sotto la luce asettica dei neon.

Non è strano quindi aver avuto come riferimento iconografico le sue fotografie scattate in un folgorante B/N leggendo questo “Tokyo Express” scritto nel 1958 da Matsumoto Seichō (considerato il George Simenon giapponese di cui ricalca lo stile e i ritmi narrativi: “… si era appena fatto giorno. Il mare era avvolto in una foschia lattiginosa. Shikanoshima, l’isola dei cervi, si vedeva a malapena, così come il sentiero del mare. Tirava una brezza fredda e salmastra. L’operaio, col bavero alzato e il capo chino, procedeva a passo svelto. Attraversava quella spiaggia rocciosa per arrivare prima in fabbrica, come era sua abitudine. Ma qualcosa di totalmente inatteso attirò il suo sguardo, sempre rivolto al suolo. Due corpi adagiati su una lastra di roccia scura stonavano incredibilmente con quel paesaggio a lui così familiare …”) ed ora proposto da Adelphi.

Prima di continuare, però, permettetemi, se deciderete di leggerlo, un consiglio: procuratevi un taccuino, uno di quei libriccini con la copertina nera e i fogli a righe e prendete nota. Segnatevi i nomi dei personaggi, dei protagonisti ed anche quelli dei comprimari (Mihara Kiichi, Otoki, Yaeko e Kaneko, Sasaki Kitarō, Yasuda Tatsuo, Ryokō, Sayama Ken’ichi, Torigai Jūtarō, Sugawara Yukiko, Kawanishi, Ishida Yoshio, Inamura, il commissario Kasay); e non dimenticate di annotare i nomi dei luoghi, le regioni, le città, i laghi, le spiagge (Kagoshima, Moji, Hakata, Kashii, Kanpei, Akasaka, Fukuoka, Yugawara, Haneda, Hakodate, Shinjuku); e, naturalmente, non dimenticate i nomi dei treni (Tsukushi, Asakaze, Towada, Marimo, Satsuma): eh già, in Giappone i treni, tutti i treni, da quelli locali a quelli superveloci, hanno un nome con cui sono chiamati e vengono identificati nel parlare comune. Il consiglio, fidatevi, non vi risulterà inutile per riuscire a districarvi in questo noir dal fascino ossessivo, tutto incentrato, appunto, sui nomi dei treni e sui loro orari a determinare un congegno perfetto che ruota intorno a una manciata di minuti.


E come nel miglior Maigret, l’intuito e le capacità intellettive, l’esperienza e la perspicacia si dimostrano ben presto indispensabili e determinanti a dipanare un plot narrativo che, chiaro, ruota attorno ad un delitto: “… In una cala rocciosa della baia di Hakata, i corpi di un uomo e di una donna vengono rinvenuti all’alba. Entrambi sono giovani e belli. Il colorito acceso delle guance rivela che hanno assunto del cianuro. Un suicidio d’amore, non ci sono dubbi. La polizia di Fukuoka sembra quasi delusa: niente indagini, niente colpevole. Ma, almeno agli occhi di Torigai Jutaro, vecchio investigatore dall’aria indolente e dagli abiti logori, e del suo giovane collega di Tokyo, Mihara Kiichi, entrambi diffidenti delle idee preconcette e dotati di una perseveranza e di un intuito fuori del comune, qualcosa non torna …”.

Un romanzo atipico, dal lento fluire e dalla precisa, puntuale costruzione, ma anche denso ed appassionante che fa sperare che altri, sui quasi trecento titoli di cui conta la bibliografia di Seichō, vengano tradotti per i lettori italiani.

Per chi ama il vino, la socialità che deriva dal farne un giusto e goloso uso, il ritrovarsi con amici seguendo le rotte dello star bene insieme o il tirar tardi in numerosa ed ottima compagnia, giovedì 21 marzo è la sera.

Torna, come ogni primavera da ormai cinque anni, la “Wine City Night”, la notte bianca del vino, organizzata da AMO, la mai abbastanza lodata Associazione Mescitori Organizzati che annovera tra le proprie fila alcune delle migliori e più conosciute vinerie, enoteche, pub, bistrot o come si vogliono chiamare, cittadine.

L’idea è semplice e naturalmente gustosa: una mini degustazione pensata appositamente per l’occasione composta da un calice di un vino particolarmente indicato per la serata accompagnato da una tapas o cicchetto o piattino che dir si voglia che ne sposi e ne enfatizzi al meglio l’essenza al prezzo di 5€ comprensivo di calice e, appunto, goloso stuzzichino offerto da alcuni degli esercizi aderenti ad AMO (tra gli altri, Accà Vineria di via San Giorgio che offrirà Verdicchio di Matelica  e Ciliegiolo di Maremma, Banco del Vino di via Goito, Camera a Sud di via Valdonica che farà assaggiare il garganega in purezza “L’ombra del capitano” e il Bakari 2016 dell’azienda Meteri, la Cantina Bentivoglio di via Mascarella che avrà un Lacrima di Morro d’Alba ed un verdicchio superiore della Cantina Mezzanotte accompagnati da polpette di melanzane su cremoso di burrata, Confraternita dell’Uva di via Cartoleria, Polpette e Crescentine di via San Gervasio con la Ribolla Gialla di Bortolusso accompagnata da polpette di feta e zucchine, Sarà Vino di via Belvedere che farà assaggiare la Falangina, il Barbera del sannio e il Trebbiano di Giovanni Iannucci, Sette Tavoli ancora in Cartoleria che al Riesling 2017, al nebbiolo 2016 e al Barolo 2015 di Anna Maria Abbona accompagnerà le polpette di mousse di mortadella con cialda di parmigiano, Tricheco di via Rialto, Via con me in San Gervasio e Vineria alle Erbe anche questa al Mercato delle Erbe di via San Gervasio con i vini di Giovannini, il cabernet sauvignon “Giocondo”, l’albana “Gioja” e il sangiovese “Oplà”).

Come si vede,una scelta di vini particolarmente variegata ed in grado di soddisfare ogni esigenza o curiosità. E come imperdibile atout, la possibilità di percorrere alcune tra le più belle strade del centro, strade ricche di storie e memorie e visioni che accompagneranno il lento e goloso vagabondare da un locale all’altro (lo so a nessuno può importare ma il mio personale cammino inizierà da Via con me e si concluderà, dopo alcune inevitabili tappe intermedie, a Camera a Sud, in modo da festeggiare insieme agli amici Roberta e Lorenzo, in ritardo ma sentitamente, il decimo compleanno di quello che è stato sicuramente un precursore di un certo modo di vivere il vino e la notte, appunto Camera a Sud).

Ricordando come in ognuno dei locali sarà disponibile una mappa dettagliata degli aderenti alla Notte Bianca del Vino ed invitando tutti i partecipanti a farsi timbrare ogni singola tappa a testimonianza del percorso effettuato (la sesta sosta sarà infatti offerta), non rimane che augurare a tutti un ottimo itinerario.

Valeva la pena aspettare una serata come quella di mercoledì 13 marzo per tornare a parlare del basket bolognese.

Al di là della cronaca spicciola (per la quale rimandiamo ovviamente a chi di mestiere fa quello) non si può non ricordare come la Fortitudo, questo nel weekend, abbia ormai staccato se non matematicamente almeno come autostima e imposizione della legge del più forte, il biglietto per la risalita, tanto agognata quanto normale (se per normale si intende una gestione finalmente“sana” della squadra e della società) nulla sembrando poterle impedire di non perdere 3 partite delle ultime 6 rimaste avendone perse 3 in tutto il campionato fin qui giocato.

La Virtus adesso. Che in una sera sola ha toccato il tasto del passato attingendo a piene mani alla memoria dolce e struggente e quello del futuro presentando coach, giocatore e tecnologia di altro pianeta rispetto al panorama traballante del basket nazionale.

La memoria, quindi. Che non può non personificarsi nel ricordo e nel tributo ad uno degli immortali della pallacanestro non solo italica.  A palazzo pieno (ma non strapieno: ma si sa, Bologna è la città dove lo champagne sa sempre di tappo e i milordini di gazzoniana memoria sono lì apposta a ricordarlo facendo passerella a partita già iniziata e fino a metà secondo quarto!!!) le luci si abbassano, la musica sale e partono le immagini.

Di Alberto Bucci, ovvio, l’albertone della nostra parrocchia orfana oramai della sua classe, della sua simpatia, delle sue umanità e sapienza. Da quelle in un B/N sfocato e sgranato degli anni del debutto, capelli ricci e neri, gli occhiali sempre quelli e le giacche che nel grigio appiattente già si indovinano sgargianti fino a quelle sempre più chiare più nitide e colorate; da quelle con l’imberbe Messina prima assistente e poi predecessore a quelle con l’antico sodale Cazzola a costruire quella che sarebbe stata, sarebbe potuta essere, la prima squadra europea protagonista di là, in quella NBA dove i giochi sono duri e i duri, e tanti all’epoca ce ne’erano con la V nera stampata sul petto, avrebbero potuto giocarsela. Fino alle ultime, quelle dell’addio annunciato, il viso tirato ma lo sguardo sempre quello, ironico e vivo e le frasi sempre pronte: “… quando finirà la partita, se avrò perso avrò vinto lo stesso; per ché sono vivo …”. Grazie, grande coach, grande presidente, grande uomo.

Poi, quando i cinque o seimila del palazzo, tutti in piedi e tutti plaudenti, si sono riaccomodati, è stato il momento del futuro. Il grande cubo mutuato da quelli dell’NBA con vista a 360° (che bello sarebbe se funzionasse correttamente o se si sapesse farlo funzionare correttamente; nella serata problemi col punteggio, coi falli e con l’impostazione generale che, a tratti, azzerava il conteggio dei falli per riproporli subito dopo corretti o cancellava il punteggio sostituendolo con una sfilza di 123 456 che tanto ricordava il pronto prova delle trasmissioni radiofoniche d’antan), il nuovo coach e il nuovo capobranco, o quello che dovrà o dovrebbe esserlo, quel Mario Chalmers che di là ha giocato, e da califfo, smazzando assist e distribuendo normalità per LeBron, Wade e Bosch, se non il Gotha della palla a spicchi, qualcosa che ci va molto vicino.

Parlando del futuro, dunque, del cubo abbiamo detto. Di coach Djordjevic è presto anche se un paio di accorgimenti tecnico/tattici già si intravedono; tra i lunghi, settore nel quale si rivede un vivissimo Baldi Rossi che forse aveva qualche sassolino da togliersi ma soprattutto un Kravic (già panchinaro di lusso nella Serbia guarda caso allenata da lui stesso e dal quale evidentemente sa cosa potersi aspettare) che pare aver sbaragliato la concorrenza di un ancora fuori forma Qvale e di un desaparecido Moreira e poi nel gioco, un gioco più veloce, fatto di tagli ed assist, poco controllato e molto istintivo, un gioco alla serba appunto. Il giocatore, adesso, e cioè Chalmers, il crack annunciato che mostra ruggini spesse ma anche, e questo è una gran bella promessa per chi tiene bianco/nero, classe cristallina (si presenta con due punti, un assist e una tripla e poi rimbalzi, ancora assist, perfino uno da urlo con tunnel al malcapitato francese e schiaccione del solito Kravic, leadership e anche, è normale, tanti errori di supponenza ma anche di prova ed è confortante la voglia di tentare e la faccia tosta di continuare a farlo tipica di chi sa che tanto manca poco a che le prove diventino conferme).

La sensazione vera, ma è passata una sola partita, è che la squadra, adesso, si senta protetta o forse solo guidata da una mano di cui si fida o banalmente che sente forte e coperta (anche dalla società, chiaro). Spiace dirlo perché personalmente fui tra quelli contenti, e molto, della scelta estiva di coach Sacripanti ritenendolo, visti i trascorsi, uno dei migliori allenatori italiani, ma alla prova del campo, invece, ha mostrato di patire l’approccio alla realtà bolognese, una realtà prodiga di risorse ma anche di richieste ed aspettative; un po’ ciò che condizionò coach Ramagli l’anno passato e che conferma quanto da sempre affermato da allenatori vincenti come Messina e Scariolo e cioè che per allenare una squadra di big serve un big, di fatto, risultati, emolumenti e personalità.

In ultimo, una considerazione sulla partita, una partita mai nata (e visto il potenziale della squadra francese che pur ha vinto il campionato transalpino lo scorso anno, in netto debito di classe, fisico, grinta, aver pareggiato a LeMans rischiando anche di perderla, lascia adito a molte dietrologie) e conseguentemente sull’Europa dei canestri. Se questa è la coppa più importante organizzata dalla Fiba, l’Italia, questa italietta del basket così in crisi, è davvero in ottima (o pessima) compagnia in Europa.

Nemo propheta in patria, a volte è davvero vero.

Prendi“Gusto piano”di via Fratelli Rosselli 10, ad esempio. è giusto dietro casa mia, cento metri nemmeno dal MAMbo, il Museo d’Arte Moderna di Bologna di via Don Minzoni che sorge sulle ceneri virtuali dell’antico forno del pane (la struttura creata nel 1917 per volontà del sindaco Zanardi, ricordato anche come il sindaco del pane, per cercare di sopperire al fabbisogno alimentare delle fasce economicamente più deboli della popolazione bolognese che al suo interno ospitava dieci forni a vapore di 12 metri quadri ciascuno che rifornivano gli spacci comunali ove la merce veniva venduta a prezzi agevolati) e che nel corso degli anni, vista esaurita la propria funzione primigenia, ha ospitato via via realtà sempre diverse (nel 1930, per iniziativa del podestà Arpinati, venne ristrutturato per permettere la produzione anche di vino, ghiaccio e salumi ed ingrandito tanto che al suo interno trovarono spazio 35 spacci di generi alimentari, macellerie, calzolerie, magazzini vari; dopo la guerra, l’edificio, fu sede dell’Ente autonomo dei Consumi ed in seguito, dalla fine degli anni ’50, di scuole medie, delle officine dell’Istituto Professionale Fioravanti e, successivamente ancora, del magazzino dei servizi cimiteriali del comune, di una palestra di boxe e lotta greco-romana, del RossBros, il Centro Giovanile Fratelli Rosselli, con la sala di posa professionale per i corsi di fotografia ed il teatrino che tenne a battesimo il Teatrino Clandestino di Pietro Babina e Fiorenza Menni, della Sala Prove del Teatro Comunale, di un centro di accoglienza e tanto altro).

Una zona, come si evince, vivace, viva, propositiva, e che mi vide, ci vide me egli altri allora ragazzi del RossBros, protagonisti di una breve ma intensa e vibrante stagione ancor prima dell’arrivo del MAMbo, della sua bella e frequentata cafeteria, l’Ex-Forno, e del contiguo complesso della manifattura delle Arti che hanno reso il distretto uno dei più interessanti e frequentati di tutta la città.

Ed è proprio e solo perché, come spesso accade, si è portati a snobbare ciò che si ha a portata di mano per preferire, anche se ingiustificatamente alle volte, altro più difficile da raggiungere, che finora (a mia discolpa il fatto che è aperto solo dal 2015) mi era sfuggito questo piccolo ma elegante, discreto ed accogliente “Gusto piano”.

Dentro il quale due giovani, entusiasti e competenti fratelli, Raffaele e Stefano, accolgono e coccolano (già basterebbe ad ottenere un bonus importante il sottofondo musicale suadente e mai invadente) la loro eterogenea clientela (frequentatori del vicino museo, studenti, professionisti ed impiegati in pausa pranzo, gourmet in cerca di eccellenze) proponendo una cucina veloce ma ricercata caratterizzata da un accattivante impatto estetico e da un gusto che non è certo piano ma anzi sa raggiungere vette inaspettate.

Merito,soprattutto, della continua e capillare ricerca di materie prime eccellenti e non banali, una ricerca che nasce in quello scrigno di tesori di sapori e profumi che è il centro Italia (Emilia naturalmente e poi Umbria, Toscana e, soprattutto, Abruzzo e Molise) prodigo anche di vini (in realtà “Gusto piano”non è un vero ristorante quanto, piuttosto, una cantina con cucina) a volte poco conosciuti ma mai banali (tra i tanti, imperdibile per me che amo le bolle, il rosè brut metodo classico dell’azienda Scacciadiavoli di Montefalco in provincia di Perugia).

Oltre ai classici taglieri (attenzione però: formaggi e salumi provengono, come detto, da piccole realtà, caseifici e salumieri di nicchia) si potranno, ad esempio, assaggiare seguendo la stagionalità delle materie prime le friselle molisane o la zuppa di cicerchie, lo spezzatino di cinghiale o la vellutata di fagiolina del Trasimeno, la tartare di Chianina con scaglie di tartufo molisano o il fiadone con erbe e stracciata di Agnone e, tra i dolci, i mostaccioli sempre di Agnone o i veri babà al rum. Di che sbizzarrirsi, come si vede, rimanendo comunque sempre appagati e togliendosi curiosità, culinarie, difficilmente soddisfabili altrove.

Per questo, una golosità soddisfatta e compiaciuta, ci piace consigliare “Gusto piano”ai tiratardi che ci seguono non senza ricordare che il locale è aperto per pranzo (indicativamente fino alle 15,00) e per aperitivo e cena (dalle 18,00 alle 23,30) tutti i giorni tranne la domenica e il lunedì sera.

Chissà se Ray Bradbury nel 1953 quando fu editato “Fahrenheit 451” (considerato insieme ai precedenti “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley del 1932 e “1984” di George Orwell del 1948  e al successivo “La svastica sul sole” di Philip K.Dick del 1962 il più importante esempio di quelle fortunate branchie della letteratura fantascientifica conosciute come distopica e ucronica) avrebbe mai pensato che adesso, sessantasei anni dopo, la sua visione del mondo, una visione così fortemente caratterizzata da quanto successo durante la seconda guerra mondiale (i pogrom, certo, ma soprattutto i Bűcherverbrennungen, i falò con i quali nel 1933 i nazisti bruciarono in varie piazze del Reich tutti i libri non rispondenti alla loro ideologia) e dall’oscurante maccartismo imperante a partire dall’inizio degli anni ‘50 (la cosiddetta caccia alle streghe che il Senatore repubblicano, e Presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Joseph McCarthy, scatenò negli U.S.A. nella prima metà degli anni ’50), avrebbe trovato una sua distorta ed incompleta, seppur quasi pedissequa, realizzazione in questa Europa così dissennatamente affascinata dalle destre arroganti ed ignoranti  (si pensi al revanscismo nouveau francoise di Marine LePen e all’isolazionismo del Primo Ministro ungherese  Viktor Orbán, al negazionismo del Cancelliere austriaco Sebastian Kurz e al sovranismo del leader minimo Matteo Salvini, Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio, e della sua sodale Lucia Borgonzoni, Senatrice,  Consigliera Comunale e, non male per una che si vanta di non aver letto un libro negli ultimi tre anni, Sottosegretaria di Stato ai Beni e Attività Culturali e al Turismo).

Certo, e mi sia perdonata la commistione letteratura/politica (come se, d’altronde, parlare di cultura non fosse già di per sé un atto politico), non si può dire che si stia vivendo davvero in una società come quella che fa da sfondo alla vita di Guy Montag, il pompiere protagonista di “Farheneit”, un pompiere che,anziché prevenire gli incendi, brucia libri in ossequio alla legge che proibisce la lettura o il possesso di materiale cartaceo mentre gran parte della popolazione è succube della televisione i cui schermi occupano le pareti delle case e dell’apparecchio radio che ciascuno porta all’orecchio e che costituisce l’organo con cui la dittatura totalitaria diffonde la propria ideologia (ricorda qualcosa, magari contemporaneamente virato sull’invadenza programmata dei social?).

E certo siamo molto lontani dal momento in cui un qualunque dipendente di una qualsiasi organizzazione statale potrà dichiarare “… è una gioia appiccare il fuoco. E’ una gioia speciale vedere le cose divorate, veder le annerite, diverse … il cherosene è ormai per me il miglior profumo che esiste al mondo … è un bel lavoro: il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale …”.

Certo, tutto va bene, fino adesso.

Ma continuando a seguire i falsi profeti di questi anni ignoranti, per quanto tempo ancora?

In un’intervista di qualche tempo fa, Joakim Noah, il cestista franco/svedese/americano (figlio del grande campione di tennis Yannick tra le cui imprese, che però non testimoniano a fondo la sua grandeur, ricordiamo il raggiungimento con la sua nazionale di una finale di coppa Davis, la vittoria di un Roland Garros in singolo nel 1983 e in doppio nel 1984 e il trionfo a Roma nel 1985) perno della nazionale di basket francese con la quale ha vinto l’EUROPEO giocato in Lituania nel 2011 e centro dominante in NBA per quasi un decennio, commentando il proprio passaggio alla squadra dei Memphis Grizzlies dopo le stagioni fallimentari ai Knick’s di New York si giustificava confessando la difficoltà di mantenere sempre costante la concentrazione indispensabile a garantire un livello di gioco adeguato all’entità dell’ultimo contratto strappato (52 milioni di dollari per tre anni …) in una città come The Big Apple “aperta” 24h su 24 e in cui tutto (e con tutto intendiamo davvero tutto) è possibile e disponibile e che , specie se sei giovane ricco e famoso, non devi nemmeno cercare perché è il tutto che viene a cercare te.

Queste frasi di Noah mi sono tornate in mente ascoltando un paio di settimane fa Gianni De Biasi, l’ex allenatore della nazionale albanese agli scorsi europei quando, in predicato di raccogliere l’eredità di Pippo Inzaghi alla guida del Bologna prima dell’avvento di Sinisa Mihailovic, definì Bologna una città in cui, dal punto di vista sportivo, si sta fin “troppo bene”. In effetti, paragonando Bologna a qualunque altra piazza in cui si faccia sport a livello professionistico (ma anche non professionistico, tutto sommato) l’atmosfera è sicuramente rilassata. Non si registrano contestazioni violente nei confronti di squadre che, ammettiamolo,da troppi anni non regalano soddisfazioni, gli stipendi richiesti, e concessi con forse troppa magnanimità, sono alti e sicuramente superiori a realtà similari, la città è bellissima e, proprio come New York anche se con le debite proporzioni, è sempre “aperta” e disponibile (e siamo poi sicuri che le prelibatezze offerte siano poi così inferiori a quelle della metropoli conosciuta come sin city?) specie se, esattamente come accadeva al cestista francese, si è giovani ricchi e famosi. In più, a certificare la piacevolezza del fare sport in città, quello bolognese è un pubblico del tutto particolare. Conosciuto ed autocelebrato come competente, in realtà vanta una caratteristica unica nel panorama a volte becero del tifo sportivo. Ci si innamora, infatti, più che del campione, o presunto tale,sempre e comunque del giocatore sfigato.Certo se è bravo va bene, ma se è anche sfortunato o perdente, è meglio. Più che del campione celebrato e riconosciuto, cioè (e questo anche negli anni in cui nomi ne sono arrivati convinti dai progetti sportivi o semplicemente dalle irrinunciabili offerte economiche), qui, a Bologna, ci si innamora del personaggio, meglio se folkloristico. Non importa tanto il palmares passato e nemmeno, volendo, le possibilità che il nuovo arrivo promette  (le eccezioni ci sono, ovvio: un nome su tutti, anzi due: Danilovic e Ginobili, un Ginobili però che arrivò da Reggio Calabria piccolo e scuro e da cui forse nessuno si aspettava quello che avrebbe dato), quanto la simpatia, meglio ancora se accompagnata dalla sfortuna che perseguita una carriera che invece che brillante si rivela mediocre. Tutte condizioni che rendono improbabile un abbandono volontario della città e della squadra (chi ricorda Acquafresca, l’attaccante che, dotato del doppio passaporto, rifiutò la convocazione della nazionale polacca convinto di raggiungere, grazie all’approdo a Bologna, quella italiana e che invece finì qui mestamente la carriera preferendo non giocare mai piuttosto che andare a cercare, e forse trovare, un rilancio altrove; e si potrebbe citare, per stare all’oggi, Destro che continua a rinunciare a qualunque destinazione che potrebbe rilanciare una carriera in netto debito di credibilità pur di restare nella città che tutto concede, tutto promette, tutto perdona; e sulla stessa lunghezza d’onda, d’altronde, si può ascrivere l’acquisto di questi ultimi giorni di Delfino che giocò qui un paio d’anni ad inizio millennio prima del grande balzo, un balzo da gambero a dir il vero, in NBA e che nulla vinse allora e nulla sembra garantire con il suo ritorno a 38 anni suonati, e dopo le ripetute operazioni che ne hanno minato il rendimento e reso problematico l’atletismo e reduce dallo strano divorzio a Torino dopo qualche inutile e insignificante partita disputata, ad una Fortitudo all’inseguimento della promozione diretta ed in cerca di certezze ormai incrinate).

Masi sa, a Bologna, trovano gloria più i giocatori che avrebbero potuto che quelli che realmente hanno fatto.

In questo contesto, quello di un giocatore che poco o nulla ha dato ma che tanto è rimasto nei cuori e nei ricordi, si iscrive a pieno titolo la storia sportiva di Eneas De Camargo, il primo giocatore di colore della storia del Bologna F.C.che calcò il palcoscenico in verità un po’ ammaccato del Dallara nella stagione 1980/81 (quella che iniziò con il famoso e famigerato -5 in classifica per i refoli del calcio scommesse), una stagione che vide nonostante tutto nella squadra guidata dal mai abbastanza rimpianto Gigi Radice il miglior Bologna degli ultimi …anta anni.

Una storia, quella di Eneas (come veniva classicamente chiamato seguendo la consuetudine carioca di usare il nome di battesimo) ottimamente ed esaurientemente raccontata nel bel libro di Carlo Alberto Cenacchi “Eneas– una storia di saudade tra Bologna e il Brasile” (edizioni La Mandragora, 2018), libro molto documentato, molto completo, molto amato.

Una storia quella di Eneas che prende il via con la maglia rossoverde della Portuguesa (estensivamente AssociaçáoPortuguesa de Desportos), quarta squadra per importanza della città di SãoPaulo vincitrice di alcuni campionati paulista (in Brasile esistono infatti vari campionati statali che preludono a quello nazionale) , e che viene considerato uno dei talenti più limpidi e cristallini del panorama brasiliano(e c’è chi ne paragona lo stile e le capacità a quelle dell’imparagonabile, il divino Pelè). Una storia che continua con le ripetute occasioni perdute per pigrizia, indolenza, sfortuna o mancanza di garracharrua (che sarebbe uruguagia, e vabbè, ma rende l’idea). Una storia che continua, ancora, con l’arrivo a Bologna, una città, un paese, un continente così diverso da quello di partenza: cibo, clima, temperature, sistemi di allenamento, intensità delle partite, tattica: tutto differente, tutto troppo,troppo lontano dalle abitudini sportive di quello che sarebbe potuto essere un vero crac e che invece nella sua breve carriera italiana si segnalò per i soli tre goal segnati e per la tuta indossata, coi guanti, sotto la maglietta durante le partite. Una storia, infine, che termina con il ritorno in patria e lo stanco trascinarsi da una squadra di secondo piano all’altra senza mai trovare il guizzo che ne avrebbe potuto certificare lo status di grande campione.

Un perdente, quindi o perlomeno un non-vincente, ma un perdente con un buonumore di fondo che induceva il sorriso in chi guardava. E che per questo, e che in questo si trova in ottima compagnia, risulta tra i giocatori più amati e indimenticati nell’immaginario collettivo della tifoseria rossoblu.

Allora esistono ancora.

Quelle che una volta, alla metà degli anni ’70 (ma anche prima, solo che allora ero troppo giovane per conoscerle e frequentarle) pullulavano in tutta Bologna, individuabili dalla musica che sembrava uscire dal nulla, dal sottosuolo stesso della città, e dalle luci che filtravano, soffuse, oltre le pesanti tende nere che, quasi sudari d’ingresso ad un  mondo altrimenti celato, occludevano le porte d’accesso e le grate d’aereazione delle cantine, degli scantinati, dei sotterranei.

Parlo delle cave, alla francese, quelle che, in un delizioso, breve racconto (lo si trova nella raccolta “Racconti parigini” a cura di Corrado Augias, Super Coralli Einaudi, 2018) Boris Vian, intento a costruire la leggenda degli esistenzialisti, racconta illustrando il quartiere, l’isola la chiama, di Saint-Germain-De-Prés prendendo in rassegna le varie tribù urbane che lo abitano o lo frequentano. In questa sua recherche antropologica, o quantomeno geografica, l’enclave che più lo affascina e gli pare identificare il quartiere di allora, è quella di coloro che chiama cavernicoli, sorta di strani personaggi disabituati alla luce del sole ed ai normali rapporti interumani che abitano le caverne, le cave, appunto, luoghi perennemente circonfusi da una nuvola di fumo pesante e stantio di tabacco nero, galoises e gitanes prevalentemente, dove si svolgeva una vita notturna accompagnata da musica, una musica sincopata e ritmata, una musica che da allora è conosciuta come jazz.

Allora,alla metà dei fantasmagorici seventies, le cave costellavano la notte di Bologna; da quelle più famose (tra tutte la più celebre, e glamorousa, frequentata com’era da donne bellissime e inarrivabili, era quella di Nardo Giardina di via Cesare Battisti dove la sua Doctor Dixie Jazz Band ospitava in jam session improvvisate artisti di fama (e non raramente un giovanissimo Lucio Dalla) a quelle fighette (ce n’era una in via De’Pepoli che poi chiuse ed adesso a aria aperto), da quelle spontanee (ce n’era una bellissima e popolare in Brocca indosso) a quelle periferiche (una affascinante e assai in anticipo sui tempi sotto il pontelungo in via Emilia Ponente) a quelle che … Ce n’erano davvero millanta e più.

Intendiamoci. Le cave, locali dove poter suonare, o ascoltare ovvio, jazz o musica dal vivo, specie in una città come Bologna che è per l’Unesco “Città creativa della musica”, hanno continuato a vivere e lottare (contro il degrado del gusto) anche dopo: alcune celebri e riconosciute (tra tutte il Chez Baker,stupidamente costretto a diventare Chez Baker,della famiglia Baroni in via Polese o la Cantina Bentivoglio nell’omonimo palazzo storico di via Mascarella, alcuni diventati col tempo indirizzi imprescindibili (e in questo caso non si può dimenticare il Bravo Café sempre in Mascarella).

Ultimamente però, l’offerta si era come standardizzata ed impigrita, quasi qualsiasi falso pub o parvenza di bistrot dovesse offrire, per affermare la propria altrimenti ingiustificabile essenza, un accompagnamento musicale il più delle volte inutile e fastidioso nella sua povertà di espressione.

Trovare quindi, grazie alla preziosa dritta di amiche sempre informate (vero Francesca, vero Sophie?), enclavi di resistenza intelligente, luoghi ove suonare e ascoltare e vivere la musica, regala ancora il sapore di verità che si respirava nelle vecchie cave parigine dell’ultimo trentennio del secolo scorso, luoghi magici per certi versi, antri oscuri, musicali, luoghi che mantengono intatte le prerogative capaci di far rivivere le sensazioni di un tempo, è una festa, per la mente, le orecchie, il cuore.

Parlo del “Binario 69”in via Carracci 69, per l’appunto. Luogo di contaminazioni (con l’arredo che varia dall’avvolgenza bohemienne da salotto buono di zia Felicita allo strutturalismo quasi bauhaus del piccolo palco sul quale si alternano le band), un po’ pub (buoni i cocktails), un po’ bistrot (qualcosa da accompagnare alla scelta di birre lo si trova di sicuro), molto jazz e music club (specie dal giovedì al sabato), in una parola, espressione moderna di una cave d’antan (manca giusto la caratteristica nuvola di fumo da tabacco esistenzialista).

E locale, anche e soprattutto, giovane, molto giovane aperto (l’accesso è riservato ai soci con tessera che può essere sottoscritta al momento) dal martedì alla domenica dalle 19 in poi, un poi che può diventare piacevolmente davvero molto, molto tardi.

A FinalEight di CoppaItalia archiviate (a proposito, complimenti alla magnificaCremona che ha vinto meritatamente senza mai, dico mai, rischiare di perderla, e al suo immaginifico allenatore, quel Meo Sacchetti che dopo esser stato un immenso giocatore, in tutti i sensi, sta dimostrando di non essere inferiore come coach, e all’altra finalista, la splendida e forse inaspettata Brindisi tradita dalla stanchezza derivata dalle due durissime partite giocate prima di giungere all’atto finale, allenata, non a caso, da Frank Vitucci, altro ottimo coach colpevolmente sempre troppo sottovalutato) è ora possibile cercare di tirare il punto sulla situazione del basket bolognese e non solo.

Certo è facile pontificare dopo che le cose sono accadute, ma chi ci conosce sa che le considerazioni che faremo rimangono le stesse praticamente da inizio campionato.

Iniziamo, e finiamo velocemente, parlando della Fortitudo che non ha potuto ovviamente partecipare alla kermesse fiorentina, ma ha approfittato del proprio turno di campionato per ribadire il primato solitario schiantando Piacenza in attesa del big match contro Montegranaro che potrebbe (potrà?) chiudere definitivamente la questione promozione diretta. Ad avvalorare questa tesi, il ritorno in gran forma di capitan Mancinelli che si prospetta davvero, al di là delle solite fantasie e suggestioni di fantamercato ineludibili nel variegato mondo biancoblu (vero Delfino?), come il miglior acquisto possibile in vista dello scatto finale.

La Virtus adesso. Che anche nel corso della esaltante vittoria sulla magna Milano, ha evidenziato i soliti endemici problemi enfatizzati da una inspiegabilmente acclarata incapacità di porvi rimedio. Per capirsi, la squadra è stata pensata e costruita male: piccola, corta, poco atletica. Se vuoi giocare il campionato italiano (attenzione, giocare ho detto, non vincere) non puoi pensare di farlo con solo sette/otto giocatori in rotazione. Vogliamo fare nomi? Eccoli. Taylore Punter, ottimi giocatori sulla carta o nei video dei procuratori, sono troppo piccoli fisicamente per reggere il confronto con esterni che sono sempre più alti e grossi di loro (e Punter sconta anche egoismi e ottusità di fondo che invece di sottolinearne il carattere ne certificano l’insicurezza di fondo). Aradori, l’ala piccola titolare, potrebbe forse reggere fisicamente ma mostra una preoccupante deficienza atletica nei confronti dei pari ruolo avversari.Problemi che si ripropongono con M’Baye, il 4 titolare che alterna grandi giocate figlie di una tecnica sopraffina a enormi difficoltà a doversi contrapporre a giocatori anche in questo caso più atletici e rocciosi di lui.Se poi consideriamo che il centro titolare, ed inspiegabilmente capitano, Qvale non ha mai giocato per quello che ci si aspettava (bisognava proprio prendere un lungo rotto?) e che i primi cambi non stanno, per vari motivi, offrendo quanto auspicato (Martin si è infortunato nel suo miglior momento, Kravic da scommessa che era sta imparando suo malgrado a inventarsi titolare, BaldiRossi e Pajola si confermano quello che erano anche prima di iniziare, cioè discreti cambi per una stagione non vincente in Lega2) e che l’addendo Moreira, discreto ma non decisivo, non può certo risolvere d’incanto tutti i problemi, si capisce il perché di una stagione caratterizzata da alti e bassi non sempre felici: quando tutti girano al meglio, potrà anche succedere di vincere partite clamorose, ma il più delle volte …

John Brown III, miglior giocatore della finale

I correttivi? Prescindendo che c’è chi, pagato per questo, dovrebbe riuscire a risolvere i problemi (non che il tanto decantato Marco Martelli stia facendo questo gran lavoro), sembra chiaro che si debba intervenire su quegli aspetti che visibilmente deficitano: leadership e atletismo. Per il primo aspetto, fosforo e personalità, davvero basterebbe attingere alle disgrazie altrui (tra le vergognose situazioni di Torino, Avellino e Cantù si dovrebbe riuscire tranquillamente a trovare un play d’esperienza in grado di portare tranquillità e carisma in una squadra che ne difetta: i primi nomi sarebbero quelli di Poetao Filloy, non certo impossibili da avvicinare e graditi, crediamo, anche alla piazza scontenta); per il secondo (defense, defense, defense direbbero in NBA) non dovrebbe essere impossibile attingere alle risoluzioni dei team che usciranno dalle competizioni europee (pagando però in maniera vistosa l’insipienza della dichiarazione di inizio campionato di Baraldi quando disse che se Milano avesse voluto Punter, ci sarebbero stati i soldi per trattenerlo:io, personalmente, l’avrei scambiato volentierissimamente da subito con uno dei due 4, americani naturalizzati, Brooks o Burns l’assioma essendo che una guardietta tiratrice ce ne sono quante vuoi, vedi Crawford e Saunders diCremona o Chappell e Banks di Brindisi, mentre un omone di fisico e tecnica, oltretutto italiano, non è altrettanto scontato trovarlo).

Il MandelaForum di Firenze sede della CoppaItalia 2019

Infine, qualche nota sulla situazione del basket italiano. Abbiamo accennato a Torino, Avellino e Cantù. Potremmo aggiungervi Reggio Emila, Pistoia e Pesaro. Tutte squadre che per un motivo o l’altro (Reggio che ha cambiato in corsa praticamente tutto il quintetto, Cantù in vendita a 1 € e con l’allenatore scappato di notte tra un allenamento e l’altro, Avellino che non può intervenire sul mercato per debiti pregressi, Torino, in vendita da inizio stagione, che cambia allenatori con la velocità di un kleenex quando si è raffreddati mentre Pistoia e la solita Pesaro presentano l’endemica carenza economica che fa già presagire il rilascio dei propri migliori giocatori appena certi della permanenza nella massima serie) testimoniano amaramente il momento di difficoltà del movimento. Un movimento che sconta scelte sbagliate, decisioni incomprensibili (la Nazionale affidata in anni recenti ad allenatori farlocchi come le vittorie che hanno collezionato rubandole), disaffezione dei giocatori (domenica la Nazionale di coach Sacchetti si giocherà l’accesso ai mondiali senza poter contare su nessuno dei presunti big, Gallinari e Belinelli, Datome e Melli, che giocano all’estero, NBA o Europa che dir si voglia). Ebbene, in questa situazione, il nocciolo del dibattito in Lega e Federazione non è però una seria disamina per evitare il ripetersi in futuro di queste debacle, bensì l’allargamento del massimo campionato con altre due squadre…

Una propensione all’incapacità gestionale che certifica in maniera inequivocabile la necessità di un cambio deciso e reale nella gestione di quello che rimane il più bel gioco del mondo.

E’ la notte dell’ultimo dell’anno. Siamo in un castelletto che una volta era una cascina fortificata nella ricca, industriosa, materna piana lombarda che sta attorno a Cremona. Buona e solida borghesia, opulentemente benestante e laboriosamente imprenditoriale. I mobili sono antichi e odorano di cera, i tappeti antichi soffici e preziosi, i pochi quadri alle pareti, moderni, vengono da gallerie milanesi e parigine. La cristalleria è di rigore, il tovagliato candido, l’argenteria lucidata. Gli abiti degli uomini, di ottima sartoria, eleganti e inappuntabili, quelli delle signore, di grandi firme conosciute, eleganti e vaporosi. La musica, un sottofondo discreto che potrebbe essere Kind of Blue di Miles Davis, diventerà, con il trascorrere delle ore e il procedere delle portate, un quartetto d’archi di Bach.

L’atmosfera è calda, piacevole, anch’io, che non c’entro, è come se fossi un vecchio amico, uno di sempre. C’è qualcosa però che manca e si sente. E’ una presenza, anzi, un’assenza che marca la serata. E’ l’enfant du pays che tutti aspettano e intanto brindano e le chiacchiere si fanno sottofondo soffuso e affettuoso. Il ragazzo del paese, il figlio un po’ scapestrato che è andato a cercare la gloria nella lontana Genova e che quella suerte l’ha poi trovata e ancor più grande la troverà, ma questo ancora non si sa, tra Torino e ancor dopo aLondra.

Quando arriva, alla fine nemmeno in ritardo ma solo troppo atteso, Gianluca Vialli è quello che si vede anche in TV, solo più esile di quello che ti aspetteresti (sono ancora lontani i tempi della Juventus), con una gran massa di riccioli neri che fanno tanto monello (ma è l’unico vezzo: saranno i tempi, ma non ci sono tatuaggi o altre stranezze ormai, ai giorni nostri, ritenute indispensabili ma sinonimo solo di banale mancanza di personalità). Il sorriso invece è timido, accattivante ma timido, e i modi sono quelli garbati e gentili di chi ha goduto di un’antica e solida educazione. Un ragazzo discreto, questo diresti, discreto nel vestire, un semplice lupetto sotto il blazer grigio, discreto nel modo di fare, di porsi, nel darti la mano sorridendo timidamente, nel parlare senza alzare la voce, nel ridere senza troppa enfasi e senza darsi importanza.

Anni sono passati, quanti, da quella notte e il ragazzo di strada ne ha fatta, direbbe Celentano. Seguito da lontano, nelle interviste rilasciate, nella mancanza del gossip che non è riuscito a raggiungerlo in tutto questo tempo, nello stile disincantato mostrato nei suoi nuovi lavori, nella riservatezza dedicata alla propria privacy, sembra aver mantenuto lo stesso riserbo, la stessa sensibilità del ragazzo che era allora.

Ritrovarsi tra le mani adesso, dopo infiniti anni, un libro di quello stesso ragazzo ormai divenuto uomo e scrittore di successo (tra le altre cose), vuol dire ritrovare tra le pagine la stessa presenza discreta, il medesimo understatement (vive a Londra, gli è dovuto) di allora. Il libro, “Goals– 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili”  (dove goals, all’inglese, sta per obbiettivi) è, contrariamente a quanto potrebbe far ritenere il titolo (ma nulla è scontato quando si parla di Gianluca Vialli),una raccolta di ritratti di grandi personaggi, grandi campioni ed eroi dimenticati, ognuno colto nel momento del trionfo o della sconfitta (“che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso” prendendo a prestito Kipling) ognuno introdotto da una frase, un aforisma, un motto, alla maniera, quasi, di quelle, famose, con cui il mago Herrera (HH, il cui ritratto naturalmente apre il libro) tappezzava lo spogliatoio dell’Inter invincibile dei suoi anni arrivando a convincere Bicicli di essere perfino più forte di Garrincha.

Volendo sceglierne una, di frasi, per suggerire il senso del libro, citerei quella dedicata a George Best, il 5° Beatles: Sei regole di vita: 1) Prima di pregare, credi; 2) Prima di parlare, ascolta; 3)prima di spendere, guadagna; 4) Prima di scrivere, pensa; 5) Prima di mollare, prova; 6) Prima di morire, vivi.

Nei 98 ritratti si trovano calciatori di oggi e di ieri (Zlatan Ibrahimović e Stanley Matthews, Gaetano Scirea e Valeri Lobanovski e la Dinamo Kiev, il Chelsea che vinse la Champions del 2012 e la finale Mondiale del 1974 Olanda/Germania, Enzo Bearzot e il Brasile del Maracanazo ai mondiali del 1950, Eric Cantona e Djalma Santos, Claudio Ranieri e il Leicester), ciclisti (Fiorenzo Magni e Eddy Merckx, Fausto Coppi e Roger De Vlaeminck), campioni dell’atletica (Jim Thorpe ePietro Mennea, Abebe Bikila e Jury Chechi, Jesse Owens e Harold Abrahams e Eric Liddell quelli di Momenti di Gloria, Emil Zátopek e Richard Fosbury, Stefano Baldini e Sara Simeoni, Wilma Rudolph e Sergej Bubka, Peter Norman e Tommie Smith e John Carlos quelli del guanto nero alle Olimpiadi), nuotatori (Michael Phelps), cestisti (LeBron James e Tyrone Bogues, la Nazionale Italiana campione d’Europa nel 1983 e il primo incredibile Dream Team alle Olimpiadi del 1992), hockeisti (Wayne Gretzky e la finale di hockey su ghiaccio alle Olimpiadi di Lake Placid nel 1980), pugili (Muhammad Ali e Leon Spinks, Loris Stecca e Floyd Mayweather), scalatori (Jerzy Kukuczka), fantini (Lanfranco Dettori), pattinatori (Tonia Harding e Nancy Kerrigan), piloti (Tazio Nuvolari e Gilles Villeneuve, Niki Lauda e James Hunt), tennisti (Roger Federer e Anna Kournikova, Chris Evert e Serena Williams e Martina Navratilova), rugbisti (gli All Blacks), i RedSox di baseball, canoisti e surfisti (Josefa Idem e, Duke “the big Kahuna” Kahanamoku) e poi Maria Beatrice Vio, Alex Zanardi, Walter Fagnani che a 94 anni ha corso la sua45^ 100km del Passatore, Bobby Fisher, la squadra giamaicana di Bob a quattro alle Olimpiadi di Calgary del 1988, Eugenio Monti, Pierre de Frédy barone de Coubertin, Patrick de Gayardon e tanti altri.

E poi c’è la storia +1, la novantanovesima, la sua. La storia di un vecchio ragazzo che è rimasto quello di una volta, timido e gentile, discreto ed educato e che, se si racconta e racconta la storia della sua malattia mettendosi insieme a quei grandi campioni e a quei fantastici uomini e donne, lo fa solo perché “…voglio essere di ispirazione agli altri. Voglio che qualcuno mi guardi e mi dica è anche per merito tuo se non ho mai mollato …”.

Infine, da ricordare, questo libro sostiene la Fondazione “Vialli e Mauro” per la ricerca e lo sport.

Quando chiuse il “Bar del jazz” o “Jazz Bar”, o come si chiamava, fu un dispiacere. Non che lo si frequentasse molto (anzi, e forse fu per questo che chiuse, scarse presenze almeno alla fine) ma era pur sempre, in un periodo molto diverso da questo in cui la bolla del food è esplosa in maniera fin troppo deflagrante inflazionando il mercato delle richieste e dell’offerta, uno dei pochi student-bar (luoghi molto diversi dai più classici Zanarini e Viscardi o Gamberini e Bricco d’oro dove ad accoglierti era l’eleganza opulenta un po’ provinciale della bolognabene), locali che permettevano di incontrarsi con studenti e professori per perdersi in interminabili discussioni sull’ultimo film visto o quel particolare libro o testo appena letto in una nuvola avvolgente di fumo aspettando l’ora giusta per trasferirsi in una o nell’altra osteria preferita (al Moretto o al Becco di legno, dalla Marieina o all’800, ai Poeti o alla Fatica, alleDame o al Cantinone, in Broccaindossoo alla Fondazza o al Carro).

Ma quelli erano i tempi passati, adesso dopo anni di decadenza, grandi caffé, eleganti ed esclusivi, sono rinati e bar o bistrò per studenti ormai hanno invaso la città, specie nello spicchio che, partendo dalle Torri, scende tra Borgo/Mascarella e SanVitale.

Ed è proprio all’apice di questo distretto del junkfood (le eccezioni ci sono, ovvio), in via de’ Giudei al 2, proprio dove una volta c’era il “Bar del Jazz” ed ecco il perché della chiosa iniziale, che ha aperto da qualche tempo“Pappare’”, uno dei primi locali a sposare un accattivante arredo industrial/chic, tra piastrelle candide alle pareti e alte scaffalature in profilato metallico, scansie di legno chiaro e tubature aliene che scendono dal soffitto a riempire ampolle di tè o birra, un bancone da officina industriale e sedute comode e, contrariamente a quanto fin troppo inflazionato, non di pseudo design.

Ovviamente il locale, siamo pur sempre all’inizio di Zamboni, la madre di tutte le strade universitarie, è dedicato alla clientela più giovane e modaiola. Aperto dalla colazione (all’americana o vegetariana) alla cena (trancio di salmone alla piastra marinato alle erbe aromatiche su purea di zucca e patate con tropea caramellata e mandorle o burger di angus con bacon croccante, mousse di gorgonzola e mela profumata alla cannella con humus di carote e sesamo nero o vellutata detox di tropea con zucca e patate alla curcuma, riso basmati su guazzetto di gamberi e verdure croccanti o focaccia ai cereali antichi con pomodori marinati burrata e olive liguri, sandwich con pollo panato al forno e bacon croccante o medaglioni di polenta alle erbe aromatiche su humus di zucca e rucola con pere gratinate al gorgonzola e cipolla caramellata) passando per il  brunch del pranzo e il tè del pomeriggio, offre a tutte le ore l’occasione giusta per una sosta piacevole e golosa magari godendo dell’invidiabile e affascinante location di galleria Acquaderni che ospita il dehors del locale.

Naturalmente, una apertura così dilatata (il “Pappare’” è aperto sette giorni su sette fino alle 23, orario non così da tiratardi, ma per una volta ci può stare) richiede una forza lavoro importante. Che, nello specifico, assomma una ventina di addetti tra sala e cucina: ricordarli tutti è praticamente impossibile, e dovessimo sceglierne uno, il nome sarebbe quello di Pier, barman giovane e fresco di corso ma già di sicuro mestiere e simpatica presenza.

 

“Una volta ucciso un prigioniero di guerra bisogna farli fuori tutti”.

Riprendendo un’antica tradizione della giovane letteratura statunitense, anche la guerra in Iraq ha trovato il proprio cantore in Brian Van Reet (nato a Houston, dopo l’attentato dell’11 settembre ha lasciato la University of Virginia e si è arruolato come carrista prestando servizio in Iraq e ricevendo la medaglia di bronzo al valore. Tornato in patria, ha vinto due volte il premio del Texas Institute of Letters per il miglior racconto).

La particolarità di questo “A ferro e fuoco”, suo primo romanzo, è la prospettiva ambivalente con la quale il conflitto mediorientale viene visto e vissuto da tre diversi protagonisti. A Cassandra Wigheard, giovanissima donna soldato arrivata in Iraq per sfuggire alla desolazione della provincia americana, fanno infatti da contraltare il giovane carrista Sleed, il cui pensiero può riassumersi nella massima “… ogni scelta è così cruciale che diventa inutile preoccuparsene …” e l’emiro egiziano Abual-Hool, mujaheddin tormentato dal dubbio e dal disincanto. Le storie si intrecciano quando Cassandra, fatta prigioniera dalla cellula terroristica già comandata da Abu al-Hool e viene rinchiusa in una cella buia e lurida dove ogni sforzo è volto a sopravvivere ad abusi e atrocità, e dove la prossimità fisica con il nemico riesce a creare relazioni umane molto più complesse di quanto lei avrebbe mai pensato prima di partire mentre la compagnia di Sleed viene incaricata delle ricerche. Un libro per certi versi illuminante, ancorché scritto, ovviamente, privilegiando il punto di vista americano. E che piacerà, e molto, a chi ha amato i film “The hurt locker” e ”Zero dark Thirty” di Kathryn Bigelow.

L’apertura di un altro locale, l’ennesimo, nel Pratello (una strada che all’inizio del secolo scorso era famosa in tutta Italia per il susseguirsi di osterie, bordelli e chiese, “… al Pratello? C’è un’osteria poi una chiesa e poi un bordello, un’osteria, una chiesa, un bordello, …” e che adesso lo è, nota, per la teoria infinita di osterie, pub, pizzerie, bistrot, mordi-e-fuggi, ecc… che la caratterizzano, in bene sia chiaro), sia che si tratti dell’inaugurazione di un locale nuovo tout court sia che si tratti invece del restyling di uno esistente, non fa certo notizia.

La diventa, notizia, quando si tratta dell’apertura nel giro di pochissimo tempo del secondo/terzo locale di Nunzia Vannuccini e del suo compagno Jascha Blume, artista olandese affetto da sordità (attenzione a questo particolare, spiegherà l’empatia particolarmente sensibile ai problemi dell’inclusività), un’inaugurazione che mostra, oggettivamente, come la giovane e brillante coppia abbia un occhio lungo, lunghissimo, su cosa voglia dire fare ristorazione giovane, e con un’attenzione particolare riservata al dolce tirartardi, oggi a Bologna.

Poco sopra ho parlato di secondo/terzo locale e non è stato un refuso. Già fondatori del ben conosciuto ed apprezzato “Altro Spazio” (da ricordare, ecco il punto frutto della speciale attenzione ai problemi creati dalle disabilità cui accennavo poc’anzi , la lunga e meritoria battaglia per poterlo dotare di una rampa di accesso per carrozzine e sedie a rotelle che lo ha reso il primo bar inclusivo di Bologna) di via Nazario Sauro 24, la vulcanica ed intraprendente coppia, con l’indispensabile collaborazione di Santa ed Enzo, sorella e fratello di Nunzia con i quali formano un staff esecutivo di indubbia efficienza, hanno infatti inaugurato in rapida successione questo “Altro Spazio Pratello”, appunto nel Pratello al 29, e “Mamma Mia” anche questo, proprio a due passi dal primigenio, in Nazario Sauro ma al 28.

Come intuibile, si tratta di locali pensati prettamente per una clientela giovane, ma che chiunque potrà apprezzare trovando la propria dimensione preferita nell’uno o nell’AltroSpazio. I tre locali, infatti, mantengono ognuno una propria identità che li caratterizza in maniera univoca.

Se infatti l’ “Altro Spazio”con la sua ampia sala, il soppalco a vista, le tre o quattro salette separate ed indipendenti (e da non dimenticare il bellissimo biliardino, ma sì il calcio balilla o calcetto che dir si voglia, che troneggia sulla destra appena entrati) e la possibilità di ospitare sul minuscolo palco piccoli ensemble musicali, si offre a grandi numeri e ad eventi di richiamo, l’ “Altro Spazio Pratello”, uno spazio lungo e relativamente stretto arredato con gusto ed inventiva, si pone come locale da riflessione e chiacchiere rilassate accompagnati da buona musica in sottofondo e luci basse che sottolineano suggestivamente il bel soffitto coi mattoni a vista di una sala e le volte affrescate dell’altra e dai cocktail impeccabilmente preparati da Corinne (e non stupitevi troppo se dietro il bancone vi sembrerà di riconoscere Cinzia Chan, la mai abbastanza rimpianta creatrice dell’ormai scomparso Maichanal Mercato Delle Erbe: alle volte, infatti viene a dare una mano all’amica Nunzia).

Da “MammaMia”, infine, l’ officina del gusto culinario del gruppo potremmo definirlo, è invece possibile trovare preparazioni tipiche della cucina napoletana e del sud Italia (lasagna napoletana, pasta e fagioli con le cozze, gnocchi alla sorrentina, friarielli con salsiccia, parmigiana di melanzane, polipo alla Luciana e paccheri all’astice sono solo alcune delle, golose, preparazioni che è possibile ordinare per l’asporto o gustare direttamente profittando dei pochi posti disponibili e degli alti e comodi sgabelli.

Ricordando come, si tratta pur sempre di locali giovani, gli Altri Spazi siano aperti sette giorni su sette fino a tarda sera a rinverdire la cara e vecchia abitudine a tirartardi, non resta che augurare buone serate.

Elizabeth George è una scrittrice californiana di 69 anni. Con “…la sua prosa accattivante e la genialità dell’intreccio (che) non potranno che appassionare vecchi e nuovi fan …” ha rivitalizzato il genere giallo
classico d’oltreoceano. Nulla di nuovo, ovvio, una Mrs.Fletcher aggiornata ed ammodernata, ma di grande leggibilità e godibilità.

Per dar conto del suo successo veramente planetario, basti dire che in trent’anni di carriera sono ormai venti le avventure che vedono coinvolto in prima persona il suo Ispettore Lynley (si parte infatti nel 1988 con “E liberaci dal male” per arrivare a questo 2018 che vede in libreria la sua ultima fatica “Punizione” passando per i suoi titoli più conosciuti “Dicembre è un mese crudele”, “Il morso del serpente” o “Le conseguenze dell’odio” senza dimenticare “Un piccolo gesto crudele” che è del 2014 ed è ambientato, omaggio alle origini italiane della madre, in Italia, a Lucca). E per appassionarsi alle sue storie non c’è bisogno, insolita consumanza, di una cronologica lettura: si può tranquillamente iniziare da un qualunque titolo e poi lasciarsi prendere dal lento e coinvolgente ritmo che l’autrice imprime alle sue opere. Provare per
credere.

La ragazza con la Leica (Guanda 2017)

“Da quando hai visto quella foto, ti incanti a guardarli. Sembrano felici, molto felici, e sono giovani, come si dice agli eroi. Belli non potresti dirlo ma neanche negarlo, e comunque non appaiono eroici per nulla. Colpa della risata che chiude i loro occhi e mette a nudo i denti, un riso non fotogenico ma così reale da renderli stupendi …”.

Inizia così, con la descrizione di una fotografia scattata nel 1936 a Barcellona, “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek (Premio Bagutta e Premio Strega entrambi nel 2018, per quel che valgono i premi letterari così sviliti dal’ affare Nobel).

La cosa che più colpisce, nella descrizione ma ancora di più guardando la foto, è l’imperfezione della stessa. Uno scherzo, una forzatura,un qualcosa che non ti aspetti. Perché loro, i due eroi ancora inconsapevoli di se stessi, sono Robert Capa e Gerda Taro, lui il più famoso e lei la prima fotoreporter in un tempo in cui il termine non era ancora stato coniato. Il libro, però, non è la storia di un amore, o almeno non solo di un amore in tempo di guerra (la guerra civile spagnola), ma la storia di una ragazza che “…per quanto splendida e fuori dagli schemi, fu parte di relazioni in cui tutti, anche i più miti, fecero una cosa che per noi oggi è difficile concepire. Gerda e i suoi amici, ragazzi nati a cavallo della Grande Guerra, avevano chiaro il fatto che ciascuno di loro era soggetto della propria vita e della propria storia …”. Ecco perché la coppia di amanti più celebre del loro tempo lascerà Parigi, quando vivere a Parigi senza nient’altro che una Leica era l’arte di arrangiarsi giorno dopo giorno, per arrivare a vivere quella che fu la breve estate dell’anarchia di André Friedman e Gerda Pohorylle (i veri nomi di Capa e Taro), laggiù a Barcellona.

Chi percorresse via Altabella, si fermasse davanti al 15/b ed aprisse la porta dell’ “Enoteca Storica Faccioli” potrebbe avere l’impressione di essere entrato in una macchina del tempo. Certo, sulla sinistra non ci sarà più la vecchia signora Faccioli seduta dietro la cassa e non ci sarà nemmeno più, ad accoglierlo, il figlio (accidenti la memoria, ma mi scappa il nome) in maglioncino di cachemire rosso o giallo e cache-col in tinta. Ma gli arredi, i colori, l’atmosfera, questi sono ancora quelli del tempo, quelli che resistono immutabili dal 1924 e che hanno accompagnato in questi tanti anni gli incontri, le serate e le prime bevute importanti di tutti noi allora inconsapevoli, ma ora ben consci, della piacevolezza del tirar tardi.

Merito,questa emozionante e per certi versi sorprendente continuità storica (in una città invasa ormai da pseudo wine bar e bistrot che privilegiano il format naturale farlocco o la globalizzazione del decapato finto antico), dell’intelligente ristrutturazione conservativa (anche se non di ristrutturazione vera e propria si è trattato quanto, piuttosto, di una messa a norma e razionalizzazione degli spazi e dei servizi) voluta dai nuovi proprietari Elisa e Stefano (aiutati in sala da Alessandra che abbiamo già incontrato in una precedente puntata del nostro TiriamoTardi, precisamente quando parlammo dei “Tre Santi” di via Santo Stefano) che rinunciando, unica deviazione davvero significativa da quanto la memoria ricordi, al separé sul fondo del locale ha acquistato ariosità, luce ed eleganza.

Come è giusto che sia, qualcosa è però cambiato nell’ “Enoteca Storica Faccioli”. Sto parlando della proposta di etichette adesso molto orientata sul vino naturale e le sue declinazioni più accattivanti anche se non mancano, ovvio ,champagne delle più conosciute Cave e bottiglie di ottime cantine italiane e straniere soprattutto slovene e francesi (citarle tutte è impossibile e nominarne solo alcune sarebbe fare un torto alle altre) mentre, riprendendo la tradizione verace delle vecchie osterie, le poche ma gustose proposte culinarie variano dalla zuppa d’orzo alle classiche lasagne verdi alla bolognese, dall’insalata tonno cipolla e fagioli ai crostini gourmet (con anguilla affumicata o con terrina d’anatra o con burro e alici di Cetara) o dagli immancabili taglieri (in questo caso nobilitati da insaccati di grande qualità tra cui non posso non ricordare il Culatello di Zibello o il Jamon iberico de Bellota) a un interessante assortimento di Fois Gras.

Visto poiché siamo nel pieno centro della città, a due passi da Piazza Maggiore, subito dietro via Rizzoli e a poca distanza da via Indipendenza, non possono mancare le proposte pensate espressamente per il turista più curioso e interessato; si tratta di un paio di menù, disponibili solo a pranzo, che propongono un piccolo concentrato di bolognesità.

Certo di avervi incuriosito a fare un’esperienza da provare, e da ricordare, non resta che segnalare gli orari, invero complicati: l’ “Enoteca Storica Faccioli” è infatti aperta sette giorni su sette (tranne il martedì aperta solo la sera) dalle 12 alle 15 e dalle 17 alle 22 (la domenica dalle 17 alle 21) mentre il sabato l’orario è continuato dalle 11 alle 22.

Nuvole di pietra (Cicorivolta Edizioni 2018, disponibile su IBS)

Si sente, in questo “Nuvole di pietra” di Maurizia Torza, forte e confortante l’afflato culturale e professionale dell’autrice, storica d’arte e docente di Storia dell’Arte presso il liceo Ariosto di Ferrara, sua città d’adozione.

Una consuetudine, quella con l’arte, che pervade questi racconti brevi o anche brevissimi, cesellandone gli umori, limandone gli scarti, accompagnandone il divenire on divago tra il ricordo del tempo passato e la consapevolezza di quello che ancora verrà, tra ricordi a volte pesanti ed incombenti come pietre, altre leggeri e fluidi come nuvole (”… nel cielo azzurro di un terso mattino d’estate, solo una nuvoletta bianca, compatta, elegante, ben disegnata, si beadi sé e della sua perfezione. È Immobile, simile alle nuvole dipinte nelle tavole del Quattrocento italiano, la sente, la nuvoletta, la forza della sua bellezza ed unicità …”).

Una scrittura intimamente sofferta ma gioiosamente consapevole che induce ad una lettura lenta, pensata, cullata dal ritmo sapiente delle parole e del loro sotteso.

Beth Hamishpath”, la Corte!

Inizia così “Labanalità del male: Eichmann a Gerusalemme”, il diario di Hannah Arendt, inviata del settimanale New Yorker, sul processo ad Adolf Eichmann (Otto Adolf Eichmann,figlio di Karl Adolf e di Maria Schefferling, catturato in un sobborgo di Buenos Aires la sera dell’11 maggio 1960, trasportato in Israele nove giorni dopo in aereo e tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11 aprile 1961, doveva rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso “… in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista, in particolare durante la seconda guerra mondiale …”), un processo che suscitò polemiche (Eichmann non venne mai legalmente arrestato, ma rapito e fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell’Argentina, dai servizi segreti israeliani in territorio argentino,dove godeva dell’asilo politico; inoltre, nonostante fosse accusato di crimini contro l’umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all’epoca dei fatti contestati; infine, dal momento che i crimini contro l’umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei e che egli veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che legittime, gli israeliani, giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo).

Un processo controverso, quindi, che diede origine ad un testo che fece, e fa ancora,discutere. Un testo che, fuggendo la rassicurante certezza di un facile manicheismo, conclude la propria riflessione sulla natura del Male, banale e per ciò stesso ancor più terribile, costatando come i suoi servitori più o meno consapevoli non siano che piccoli, grigi burocrati: i macellai di quel secolo, così come i pigmei che governano in questo (i Salvini in Italia e le LePen in Francia, gli Orban inUngheria e i Kurz in Austria, personaggi che basano la propria fascinazione e il proprio successo sulla facile presa che il populismo urlato esercita sulle mancanze culturali ed intellettuali dei propri sostenitori) non hanno la grandezza dei demoni: sono dei tecnici,si somigliano e ci somigliano.

Non a caso, le conclusioni della Arendt (Eichmann tutto era fuorché anormale ed era questa la sua dote più spaventosa: sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale sarebbe stato difficile identificar visi; ma Eichmann non era altro che una persona che sarebbe potuta essere chiunque mentre chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere, come lui, senza idee, poco intelligente, non rendersi conto di quel che stava facendo, perdendosi in una lontananza dalla realtà che, insieme alla mancanza di idee, formano il presupposto fondamentale della tentazione totalitaria che tende ad allontanare l’uomo dalla responsabilità del reale, rendendolo meno di un ingranaggio in una macchina: “… azioni compiute per ordine superiore …”,queste furono le giustificazioni addotte dai nazisti al processo di Norimberga respinte perché, come disse la corte, “… alle azioni manifestamente criminali non si deve obbedire …”, principio che esiste nel diritto di ogni paese. Ma come si può distinguere il crimine quandosi vive nel crimine? Ed era questo che il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare) sono che l’unica sentenza che avrebbe avuto senso sarebbe dovuta essere basata sulle obiezioni di Karl Jaspers: “Eichmann si era reso responsabile, commettendo crimini contro gli ebrei, di attentare all’umanità stessa, al diritto di chiunque a esistere ed essere diverso dall’altro. Uccidendo più razze si negava la possibilità di esistere all’umanità, che è tale solo perché miscuglio di diversità”.

Là dove c’era … un bar qualunque, ora c’è il “Principe in Centro”. In centro, infatti, perché è proprio in via Caprarie 5 che ha aperto il terzo locale del fortunato (una fortuna assolutamente meritata,sia chiaro) brand. Tre locali,quindi, ma non certo gemelli seppur la filosofia di fondo sia la stessa(qualità delle proposte, eleganza del servizio, atmosfere urban-chic). Se infatti il “Principe” di via Toscana (il primogentio) è quello che grazie agli spazi ampi e all’altrettanto arioso dehors può ospitare anche compagnie numerose e il “Principe Lievito &Cucina” di via Mezzofanti (sorto sulle ceneri, ceneri gastronomiche in questo caso, del non dimenticato, per tutti coloro che amano tirar tardi, “PocoLoco”) è, come dice il nome, quello che può offrire un servizio completo, dalla colazione al pranzo, dagli aperitivi alla cena leggera ma di piena soddisfazione, all’appuntamento mensile del ClubMartiniCocktail, il nuovo, ha inaugurato poco prima di Natale, “Principe in Centro” ha l’ambizione di ripercorrere, facendola rivivere se possibile, l’esperienza del mai dimenticato “Mocambo”, il locale culto di fine millennio di via D’Azeglio che sdoganò, in quegli anni frenetici, la moda dell’aperitivo sulla scia delle grandi capitali europee trasformando anche Bologna in una piccola città da bere.

Lo spirito, di questo “Principe in Centro” come di quel “Mocambo”, è infatti lo stesso: ricreare le sensazioni che solo un autentico american bar può regalare: pochi tavoli ben distanziati e un lungo bancone, molto bello, con comodi sgabelli che permettono una sosta piacevole e rilassata, uno staff giovane, preparato e premuroso e una serie di piccole preparazioni come sandwiches (ad esempio con culatello, burrata e carciofini o con coppa di testa, lampascioni e puntarelle o con polipo arrosto, yogurt, iceberg, olive e capperi o ancora sgombretto in saor, misticanza e confettura di pomodoro), piatti unici (roastbeef di Zivieri, verdure agrodolci e maionese al latte o burrata, puntarelle, olio alle acciughe e confettura di pomodoro o ancora salmone affumicato norvegese con burro salato, miele di acacia, foglie di barbabietola e scorzetta di mandarino) o cicchetti di terra (tra i tanti pancetta cotta a bassa temperatura e poi laccata, humus, melograno  e spinacini o paté di fegato grasso, misticanza, pesche sciroppate e cioccolato fondente in scaglie, o ancora pan di fichi, culatello Brillat savarin Vignelait e mostarda di frutta) o di mare (tra cui polpo arrosto, aioli, sedano croccante e foglie di cappero o aringhe agrodolci, yogurt, mela verde e verdure croccanti).

Il tutto da accompagnare con un buon bicchiere di vino (Perlè Ferrari, Franciacorta “Animante”di Barone Pizzini, Burson Rosè o champagne LeBoeuf tra le bollicine oppure uno Chardonnay “PietraNera” di Lunelli, un Silvaner di Koferaop tra i bianchi o ancora, tra i rossi, un St.Magdalenerdi Turnhof o un Montepulciano d’Abruzzo di San Michele) o con uno dei molti cocktail preparati con impeccabile professionalità, e felice inventiva, da Alessandro Zilli, da uno degli altri due soci, Stefano Zimari e Alessio Ciaffio dal giovane, ma motivato Federico.

Nell’ultima visita, scegliendo tra la ventina di invenzioni illustrate e spiegate nel colorato e divertente menù, ho scelto un “Yellow Submarine” chiaro omaggio ai fabfour, un long drink a base gin lime e zafferano, dissetante, all’apparenza semplice ed invece complesso e di buona soddisfazione. Non ho poi potuto esimermi dal tastare Alessandro su un Martini Cocktail, naturalmente mescolato, non shakerato. Seguendo il suo consiglio prima con il Solo,un pure sardinia wild gin molto secco e gineproso e poi con il KiNoBi, un Kyoto dry gin morbido ed avvolgente. Entrambi davvero superbi.

Non ci potrebbe essere momento migliore di questo, con la Fortitudo saldamente intesta al suo girone di Lega 2 e la Virtus reduce da un filotto di 6 vittorie – 6 che l’hanno proiettata direttamente ad un quarto di Coppa Italia praticamente ingiocabile (la sfidante essendo la magna Milano dei 18 tesserati ognuno dei quali sarebbe titolare in qualunque altra formazione italiana) e ad un ottavodi Champions (la prima competizione per importanza gestita dalla FIBA, in realtà la terza in ordine di competitività delle partecipanti dopo le due gestite in proprio dall’Euroleague) che giocherà invece da favorita incontrando, in un florilegio di competitors da playground dei Giardini Margherita, la quarta classificata di un altro girone, per analizzare la situazione, reale, del basket cittadino senza temere di passare per il solito opinionista bolognese, uno di quelli che sentono immancabilmente odore di tappo qualunque bottiglia di champagne si stappi.

La Fortitudo per prima, allora, se non altro per noblesse temporanea visto il suo status di prima praticamente imbattibile nel suo giardinetto. Un campionato, scarso quanto si voglia, che però la F scudata sta conducendo col piglio delle grandi stagioni. Certo, come detto, la concorrenza è davvero risibile tra pseudo grandi che ciccano entrambi gli stranieri (toh, per una volta una propensione lasciata ad altri) e piccole che magari di stranieri buoni ne hanno uno se non due ma che li accompagnano con una pattuglia di italiani da partitella tra scapoli ed ammogliati. Ma il passo, e la convinzione dimostrata in questi primi mesi, sono quelli che accompagnano le grandi imprese, un’impresa che non potrà che essere la diretta promozione riservata alle due vincitrici dei rispettivi gironi senza passare dalla follia dell’interminabile playoff.

Antimo Martino

Merito, opinione personale ma vorrei conoscere chi dissente, della guida tecnica, quell’ Antimo Martino che nulla è se non un’allenatore capace, performante, con idee chiare, immediatezza di analisi e capacità di normalizzazione. Esattamente quello che mancava in una società da sempre abituata a perdersi in psicodrammi da avanspettacolo affidandosi a personaggi dall’ego smisurato e dalla inaffidabile cifra tecnica.

Ma, bando alle polemiche retroattive, quei tempi sono passati, si spera per sempre,mentre la situazione fortitudina merita invece un approfondimento futuristico. La squadra, questa squadra, dandola già per promossa, dovrà essere ripensata e riformata quasi integralmente. Del rostero dierno considerando Leunen, l’unico con reali possibilità di incidere a llivello superiore, come un ottimo sesto/settimo uomo, si possono considerare abili ed arruolati, per i posti che vanno dal decimo al dodicesimo, i vari Fantinelli (tutto da provare in Lega A), Rosselli (che, si è visto nell’anno scarso passato in Virtus, non ha la fisicità né l’autonomia per garantire più di una decina di minuti) e Pini (che, cresciuto nell’ultimo paio d’anni, potrà aiutare nelle battaglie muscolari che verranno). Tutti gli altri, i Mancinelli, gli Hasbrouck, i Cinciarini, i Venuto, i Benevelli ecc , per una Lega A tranquilla e che non regali patemi da salvezza in bilico, meglio dimenticarseli. Scelte e decisioni, dunque, dovranno essere prese in tempi veloci perché il tempo dei primi contatti ed approcci è praticamente arrivato.

La Virtus, adesso. Potrebbe sembrare fuori luogo essere critici in questo momento (ripetiamo, 6 vittorie di seguito ed un nuovo arrivato, Moreira, che sembra davvero azzeccato). Ma, sfidando il giudizio del lider maximo del giornalismo sportivo cittadino che taccia di velleità fantacestistiche chiunque non la pensi come lui, crediamo che il discorso debba essere più articolato.

Moreira, Virtus Bologna

La squadra, infatti, in sede di mercato estivo è stata pensata e chiusa male. È corta, piccola e manca di qualità (non si può pensare di giocare nel campionato italiano, e in Europa qualunque sia la competizione cui si sia invitati, consolo otto giocatori quasi tutti più piccoli e bassi dei rispettivi avversari). Supponenza o faciloneria di uno staff tecnico probabilmente sopravalutato (l’arrivo dell’ennesimo dirigente, Ronci da Roma, un altro che in carriera non è che abbia vinto molto, la dice lunga sulla fiducia riposta in esso da una governance che preferisce investire in poltrone piuttosto che in canotte).

I tifosi della Virtus

Nello specifico, se con l’arrivo di Moreira si è corretta la deficienza sotto canestro (almeno numericamente, perché qualitativamente mentre lo stesso Moreira e Kravic sono ottimi rincalzi,  Qvale, anche nelle poche partite che ha giocato da sano si è dimostrato assai diverso, e meno performante, di quella copia carbone di Fesenko che sarebbe dovuto essere. Mentre BaldiRossi, bè lui è … BaldiRossi; resta in sospeso il giudizio definitivo su M’baye che sta giocando un discreto campionato giusto a metà tra quello da miracolato disputato a Brindisi e quello da nerd giocato a Milano anche se le aspettative sul suo impatto, ammettiamolo, erano molto superiori).

Il problema vero però, un problema che non sembra ci sia l’intenzione di correggere almeno in tempi brevi come invece necessiterebbe, sta invece negli esterni. Per dire, Trieste (una neopromossa battuta sì due volte anche se a fatica) come play può alternare Wright (che potrà non piacere ma vale Taylor) Fernandez e Cavaliero: giocatori medi, ovvio, ma vuoi confrontarli con Pajola e Cappelletti? Qui, però, la giovinezza, la sfrontatezza e la voglia possono sopperire alle evidenti lacune (non bene e non sempre ovvio). Il vero buco nero può essere individuato nell’attitudine al gioco di squadra, che latita, di Punter. Per carità, preso per segnare, segna. Ma è l’incapacità, o la non volontà, di leggere le situazioni, gli schemi e le opportunità a sembrare la sua cifra distintiva. E la sensazione fastidiosa è che si tratti, se non di semplice egoismo, di gelosia nei confronti di Aradori, l’altra punta designata.Una situazione che, si noti, fa sì che segni o l’uno o l’altro, mentre il gioco di entrambi dovrebbe essere finalizzato, quando non a segnare in proprio, a liberare spazi e tiri all’altro. Situazioni, un cambio affidabile del play e/uno esterno con carisma da spendere alla bisogna, che si potrebbero correggere con minimo sforzo (per dire: sarebbe così difficile inserirsi nello sfascio di Torino e tentare di riportare a Bologna uno come Poeta?).

Ed anche se in questo caso stiamo davvero parlando di FantaBasket, teniamo presente che sono situazioni che bisognerà risolvere se si vorrà crescere e partecipare ai grandi balli di primavera da protagonisti e non da valletti della reginetta di turno.

Chicago (Ponte alle Grazie, 2018)

Chicago, a cavallo tra gli anni ’20 e ’30, era una città in guerra divisa tra il North Side controllato dagli irlandesi ed il South Side di Al Capone. Una città incapace di reagire allo strapotere delle bande, umiliata com’era dalla corruzione dei politici, dalla brutale partigianeria della polizia, dai vizi e dalle perversioni dell’alta società.

Questo “Chicago” di David Mamet, che certo è un giallo ed anzi un noire in piena regola, è però anche una dichiarazione d’amore, un atto dovuto ad una città, e d’un tempo, che seppe comunque combattere, ed alla fine vincere, questa guerra sotterranea e fratricida. Una guerra mai dichiarata in cui l’eroe eponimo è quello di tanta letteratura, e tanto cinema, sul periodo: un giornalista, in questo caso Mike Hodge veterano della Prima Guerra Mondiale e giornalista, appunto, del Tribune. Un reporter cinico, dedito alla ricerca, il più delle volte impubblicabile, della verità e dalle bevute senza fondo di alcol di contrabbando e che ama, novello Romeo, la Giulietta sbagliata.

Un romanzo duro ed ironico, romantico e spietato (penalizzato appena da una traduzione a tratti infelice) che fa tornare in mente Walter Matthau e il suo immortale “…è la stampa, bellezza …”.

Buona lettura!