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Author: Stefano Righini

Potrebbe sembrare una filastrocca per bambini, di quelle che ci insegnavano quando i tempi erano diversi e i bambini passavano più tempo coi genitori (e i nonni) e meno davanti lo schermo di un tablet, ed invece tutte quelle esse iniziali sono il segno distintivo delle nuove attività di Fabio Giavedoni (curatore della guida SlowWine per SlowFood, autore di vari testi sul vino, titolare, quando ancora chi investiva nel settore poteva tranquillamente essere additato come un innovatore un po’ utopista, di locali che hanno fatto la storia, piccola d’accordo, del buon bere a Bologna: la Cava a Montedonato, l’Antica Cantina Tre Frecce di Corte Isolani). E se “Sbando”, una realtà attiva e conosciuta già da un anno in Bolognina, e più precisamente all’interno di quella fucina di nuove sperimentazioni che è il mercato di via Albani (ne abbiamo parlato nel dicembre dell’anno scorso: http://iltiromagazine.it/sbando-bere-e-mangiare-bene-nel-cuore-della-bolognina/), rappresenta ormai il passato nella dinamicità irrequieta e visionaria di Fabio, “Stappo” e “Sposto” costituiscono l’oggi, il presente, la novità di questi giorni mentre “Sforno” potrebbe essere il futuro (immediato o meno ancor non è dato sapere, dipenderà da congiunture che travalicano la volontà e le capacità imprenditoriali del nostro).

“Stappo”, quindi, e subito dopo “Sposto”. Il primo, “Stappo”, appunto, che, nato come luogo di vino in viale Oriani 19/A, è diventato ora un negozio vero e proprio aperto a tutti; un negozio dove trovare (diciamolo subito e senza voler scavalcare quanto offerto da altre realtà simili, simili ma non uguali) vini, competenze e professionalità difficilmente reperibili altrove. Un negozio, però, che mutuando l’idea primigenia del luogo rimane anche il contenitore ideale per serate di degustazione e corsi, degustazioni e corsi riservati agli Amici di Stappo. Ma come si diventa, per l’appunto, Amici di Stappo?  Nulla di più semplice: basta iscriversi all’Associazione Dalla Terra in su, iscrizione che permetterà la partecipazione alle numerose e prelibate degustazioni pensate e strutturate non solo come momento didattico tout court ma soprattutto ideate per consentire quanto più possibile agli appassionati di avvicinare bottiglie spesso altrimenti inaffrontabili offrendo altresì un ventaglio di proposte il più esaustivo possibile. Per dire, i prossimi incontri, quelli di dicembre (tutte le serate, che inizieranno invariabilmente alle 20,30 e saranno accompagnate da assaggi di salumi e formaggi, possono essere prenotate allo 3299079184) prevedono Martedì 4, per la serie “10 vini per raccontare”, il Grenache in Italia e nel mondo” (un percorso in cui, per conoscere il non troppo frequentato vitigno e a sottolinearne l’excursus che va dalla valle del Rodano al Priorat, dalla Catalogna alla Sardegna dove per tutti è Canonau, saranno proposte bottiglie provenienti dai più conosciuti territori francesi, spagnoli, australiani, californiani ed, infine, italiani: Sardegna, naturalmente, e poi i colli Berici, le rive del Trasimeno e le colline del Piceno) mentre Mercoledì 12 dicembre, sempre sarà la volta del Riesling, un vitigno considerato tra i più nobili del pianeta e che prevede una sorta di percorso obbligato tra i vini austriaci di Kamptla, quelli alsaziant e tedescht della Mosella e del Pfalz e gli italiani espressione della Val Venosta, della Valle d’Isarco, trentini,  piemontesi e dell’Oltrepò pavese ed infine Mercoledì 19, già sold-out, sarà offerta una verticale di 5 vini epocali di Emidio Pepe: saranno infatti presentate le annate 1975, 1985, 1995, 2005 e 2015 del Montepulciano d’Abruzzo del grande, geniale e precorritore vinaio.

A fianco a “Stappo”, però (davvero a fianco e tra poco saprete perché) un’altra novità, sugosa e divertente, accompagnerà ed allieterà le serate dei tanti amanti ed appassionati del buon vino, del buon bere, del buon vecchio tirar tardi.

Il food truck SPOSTO

Sto parlando di “Sposto”, il food truck che Fabio ha acquistato ed allestito insieme a Giulia Guandalini e che staziona, per ora in attesa della definizione di una programmazione e di un calendario di eventi e spostamenti, proprio davanti a “Stappo” proponendo (per ora, l’inverno imminente ed in attesa della bella stagione, solamente il venerdì) un aperitivo o una piccola cena coniugando la somministrazione di vini friulani ai cibi tipici di quel territorio come la zuppa di orzo e fagioli o il frico con polenta o gli immancabili salumi di Sauris e il formaggio Montasio. Il clou, sovvertendo la regola non scritta del venerdì, sarà il 20, 21 e 22 dicembre quando saranno proposti tortellini e bolliti serviti alla maniera dei Buffet triestini.

Il consiglio, quindi, è quello di ricordare, nelle sere fredde che ci attendono, di provare una visita a questo luogo che saprà riscaldare facendo riscoprire al contempo una convivialità antica.

L’uscita di un nuovo libro di Joe R.Lansdale rappresenta, com’è giusto che sia, un piccolo avvenimento per il popolo sempre più esiguo dei lettori più intelligenti (okay, okay, nessuno si offenda; vero è che se si legge si è sempre intelligenti, però è altrettanto vero che c’è lettura e lettura).

Se poi si tratta dell’ennesima avventura del premiato duo Hap&Leonard, la compulsione a leggerlo per vedere come va a finire diventa a dir poco spasmodica. E certo non fa eccezione a questa regola non scritta “Il sorriso di Jackrabbit”, undicesima puntata della saga. Una storia di ordinario razzismo (“… nel giorno delle nozze con Brett, mentre arrostisce hot dog per gli ospiti, Hap si vede piombare nel giardino di casa due pentecostali da manuale. Il ragazzo, tatuato, indossa un paio di jeans neri e una maglietta con lo slogan «Bianco è giusto». La donna porta i capelli raccolti in una crocchia così alta da poterci nascondere dentro un frullatore. Sono la madre e il fratello della giovane Jackie Mulhaney, detta Jackrabbit, che da cinque anni se ne è andata da casa e da mesi sembra scomparsa nel nulla. Nessuno, tantomeno la polizia, vuole cercarla. Gli unici a raccogliere la sfida sono Hap e Leonard, senza immaginare che l’indagine arriverà a condurli nelle stanze segrete di una setta capace di adorare fantomatici uomini lucertola. E di infrangere senza rimorsi il quinto comandamento …”) in cui il segno più evidente, rispetto ai tempi, al ritmo e al succedersi incalzante di avvenimenti cui eravamo abituati, sono la lentezza e la verbosità che sembrano non dover mai farlo decollare davvero; per dire, a pagina 160, sulle 250 totali, non abbiamo ancora visto il duo entrare in azione in una delle loro epocali scazzottate (sì, c’è stato un piccolo intervento di Leonard, ma durato in tutto poche righe: nemmeno un antipasto, piuttosto un’entrée e di quelle poco sugose). Si parla, dunque, tanto e ancor più del solito in questa specie di “True Detective” prima stagione che mantiene comunque inalterata la sua cifra umoristica da B-movie e che risulta comunque molto più realistico di quanto si possa pensare nel suo divenire forse il romanzo più politico dell’autore texano, quello in cui, come rilasciato a “Repubblica” dallo stesso Lansdale è l’ombra lunga di Trump e del trumpismo trionfante a imprimere forte la propria orma sulla storia: «… ho pensato a quello che accade qui oggi con chi dà retta alle sue idee conservatrici: i manifestanti razzisti di Charlottesville. Ma del resto l’antirazzismo nelle mie storie è una costante».

Attenzione, però. Il razzismo, l’indifferenza nei confronti di chi soffre e ha bisogno, l’odio per il diverso da sé e dai propri compagnucci di merende, il disprezzo per gli ultimi della terra, è un sentimento che travalica, ormai, confini e frontiere, siano pure di carta e di avventura. E qui, in questo romanzo che ad alcuni, sentendosene forse traditi, non è piaciuto proprio per questo distaccarsi in qualche maniera dal solito disincantato cliché, ne abbiamo la lampante e disarmata dimostrazione. Come non trovarci infatti qualcosa, ben più di qualcosa in realtà, della nostra vita, del nostro quotidiano e come non identificare qualcuno nelle descrizioni che Hap fa del malvagio “… aveva quell’aria da bifolco che disprezzavo da sempre, lo sguardo di chi considerava l’ignoranza l’unica forma di verità e il disinteresse nei confronti dell’istruzione una specie di medaglia …” e ancora “… sinceramente non so fino a che punto creda davvero nelle stronzate che dice, ma se ne parli e le diffondi, anche con l’unico scopo di ottenere potere e soldi, per quanto mi riguarda è come se ci credessi. In altre parole, vuole cacciare tutti i neri per rendere felice una parte della gente che vive qui anche se ultimamente parla soprattutto di immigrati (che) sono i nuovi negri …” ?

Avevo un amico (un amico di mondo con industrie nel nord-est, case a Courmayer, Toronto, Parigi e Milano e showroom in Francia, Azerbaijan e Canada), un amico che portai all’IndeLePalais, quando L’IndeLePalais era uno scrigno di voluttà alcoliche, il primo esempio in città di cosa fosse un locale davvero internazionale. Dietro il banco all’epoca operava il grande Michele Doria e il mio amico volle che glielo presentassi per complimentarsi per quello che, a suo dire, era un locale che sarebbe potuto tranquillamente essere un punto di riferimento per il buon bere nelle grandi capitali internazionali come Parigi o New York o Dubai o HongKong…

Gli anni, i lustri, sono passati, Michele adesso non è più dietro il bancone bello ma stretto per lui dell’Inde, che anzi è cambiato anch’esso come locale, ma dirige, con successo e lussuosa classe Zanarini, ed anche il mio amico, amico mio, chissà dove sei.

Qualcos’altro, o qualcun altro meglio, rimane però di quel tempo piacevole al ricordo. Girovagando per Bologna in cerca di eccitanti scoperte, mi sono infatti imbattuto nel nuovo Cuvée di via PortaNova 14. Il locale è scuro, elegante nella sua austerità (o anche austero nella sua eleganza), improntato com’è su un concetto urban chic che riconduce dritto dritto all’esperienza ambiziosa e sfortunata del Peacock di via Santo Stefano (ricordate? ne abbiamo parlato nel luglio di un paio di anni fa su http://iltiromagazine.it/un-dehors-da-non-perdere-in-pieno-centro/). Dietro il banco, infatti, ecco Marco (Pavone, da qui il nome del vecchio locale) lo stesso giovane, talentuoso barman che era il secondo, e che secondo, di Michele all’Inde: tutto quadra, quindi. Un locale elegante, di una certa classe, in cui è possibile bere seguendo le mode del momento (tra i signature cocktails potrete gustare ElChapo con premium Mezcal, lime, PinkGrapefruit, hop bitter, egg e white agave syrup, GingerRye con Bourbon whiskey, Pimm’s n.1, lime e ginger beer, SmokedNegroni’s con vecchio TorinoVermouth, Campari e BordigaGinSmoked, OnSour con StolyElite vodka, lime, sugar syrup, egg white e cardamom, Felizad con vermouth Cocchi, premium gold rum, cinnamon e chocolate bitter o Prof.Boulevardier con AnticaFormula, Campari e Premium whiskey) ma in cui è possibile avere un cocktail davvero ben fatto al posto della fuffa che così spesso capita di vedersi proposta (provare per credere un gin tonic assolutamente equilibrato e in cui il sapore dei vari elementi viene sapientemente esaltato senza confondersi in troppi astrattismi fini a se stessi).

Riprendendo la linea inaugurata in SantoStefano, il Cuvée offre anche (curata da Marco stesso ed allora al bancone ecco avvicendarsi la sorella Serena brava e fascinosa) una piccola cucina, piccola ma raffinata e pienamente rispondente alle abitudini dei gusti, e delle mode, correnti. Sarà così possibile assaggiare salmone marinato o al sesamo, tartare di tonno o anche un tonno appena scottato o ancora un classico e assai saporito polpo e patate e ancora zucchine e gamberoni o piselli e calamaro tutti piatti che possono essere declinati anche in mini porzioni come accompagnamento al cocktail scelto.

La clientela, come si conviene all’ennesimo distretto della notte che sta sorgendo nella zona PortaNova/Testoni, è spesso giovanissima ma l’ambiente induce al rispetto e alla non invandenza.

Un’ottima scelta quindi per un aperitivo diverso o anche (il locale è aperto dalle 17,30 alle 2 ogni giorno) per una predisco o  un dopo cinema o teatro … alcolici.

Settimana di risposte (o conferme) in casa Virtus e Fortitudo. E, non fosse che mancano ancora così tante giornate alla fine dei rispettivi campionati, anche di verdetti.

E se c’è poco da dire sulla Fortitudo che continua ad asfaltare gli avversari sia in casa che fuori (sono sette su sette le vittorie a volte squillanti a volte sudate fin ad ora) e che ormai ha incontrato, battendole come detto, tutte le migliori del suo girone (Montegranaro del rimpianto ex Amoroso esclusa), qualcosa in più si può argomentare su una Virtus finalmente vincente, in campionato che in Coppa il cammino, 5 su 5, è di quelli sontuosi, e che dimostra di poter fare a meno di due pedine chiave del progetto: due, sì, perché se del collante Martin se ne riparlerà tra un mesetto, il rientrante Quale non è ancora, non può esserlo, quello vero.

La Fortitudo allora, per iniziare. Battuta Piacenza con una prova autorevole in una serata in cui Hasbrouck non ne mette una nemmeno nei suoi momenti, cioè quando la partita non conta più nulla (e non a caso stavolta la partita è durata, eccome se è durata), dimostra il teorema caro a coach Martino: con una squadra così, e due americani veri, uno per la categoria ed uno in assoluto, i deresponsabilizzati quattro/americani/quattro degli anni passati possono dare il meglio di sé, senza spremersi, senza esagerare e, forse, riuscendo a mantenersi fino a fine stagione. Capita così che i migliori siano ancora Rosselli e Cinciarini, il primo rinfrancato dal ruolo ormai assodato di capobranco in attesa del miglior Mancio ed il secondo sollevato dalle responsabilità del quintetto. Con un sestetto così inutili sono, anche se a volte si sono dimostrati importantissimi, i rimanenti peones della panchina. Fossimo in chi di dovere (e non per tirargliela), si potrebbe cominciare a guardarsi intorno e stringere accordi per l’annata che verrà (di tutti questi al piano di sopra se ne potranno tenere due, tre al massimo) non vedendo come possano arrivare più delle 6, 7 o addirittura 8 sconfitte (nelle ultime tre annate chi ha vinto la stagione regolare lo ha fatto, appunto patendo 6, 8 e 7 sconfitte) che potrebbero garantire la vittoria nel girone e la conseguente scalata immediata.

La Virtus ora, che mostra garra, applicazione, voglia e buone individualità. Su tutti, a questo giro, un ritrovato, o forse solo trovato, Kravic, uno strepitoso Taylor che scherza tutti gli avversari che si trova di fronte ed il solito Aradori, dimagrito (ipse dixit) di ben 7 kili e perciò tanto più a suo agio sulle tavolette amiche, fin qui solo in salsa estera, del PalaDozza (questo l’unico vero tarlo che si insinua: tagliato fuori Punter dai suoi stessi precoci falli, ecco sorgere affiatamento e produttività negli altri due destinatari dei giochi d’attacco quasi che il team non sia in grado di supportare né sopportare i tre tenori contemporaneamente alla ribalta). Il ventello rifilato alla sorpresa Cantù (voce di critica) la dice lunga comunque sulla squadra che, se gioca da squadra, ne ha poche davanti (Milano, Venezia, forse Avellino e Sassari è alla pari). Il ruolino, fin qui, è in linea con gli obbiettivi, anzi in Europa si sono di certo superate le più rosee previsioni (cinque vittorie su cinque partite, di cui due in trasferta, dicono i tabellini: e se è vero che con otto vittorie si è praticamente certi del passaggio del turno, ma ne sono bastate anche sette, arrivare a nove, e chiudere ogni discorso, non sembra un’utopia mancando ancora nove partite e non sembrando irresistibile il parterre delle contendenti).

A occhio, ci sarà più da dannare per l’ingresso alla finale light di CoppaItalia, ma fossi io Mr.Zanetti, guarderei più all’Europa e ai playoff campionato. Magari provvedendo, per le serie finali, ad un innesto mirato.

Quello che non le riesce in campo, subire dagli avversari, la Fortitudo lo deve affrontare sugli spalti, un luogo in cui la stupidità sembra farla da padrona. E’ di domenica, infatti, l’ultimo colpo di genio di quegli imbecilli che, nascondendosi dietro il paravento, del tifo pensano di poter fare quello che gli pare, soprattutto se quel qualcosa è una cosa stupida.

Succede con la partita ancora in bilico (Mantova ce la sta mettendo tutta, spremendo ogni stilla di energia possibile alla ricerca di una improbabile ed impronosticabile sorpresa e la Fortitudo sembra uno di quei cagnoni, grossi e rognosi, addormentati che ogni tanto uggiolano nel sonno ma si vede, lo si sa, che sono comunque pronti a balzare ed azzannare se solo se ne presenti l’occasione) e sulle gradinate succede il finimondo tra tifosi della stessa fede (ma sarà davvero così?). La causa è uno striscione che il gruppo de “Gli Unici” appende ad una balaustra considerata proprio territorio dalla “Fossa” (ma si può essere più cretini?). Certo, dietro c’è anche altro (gli appartenenti alla “Fossa” storici esponenti del tifo organizzato, apartitici ed apolitici e solo baskettari, gli altri, “GliUnici”, politicizzati beceramente a destra e sempre pronti allo scontro). Finisce a sganassoni e polizia prontamente allertata a fare ala alle due fazioni all’uscita dal Piccolo Madison di Piazza Azzarita.

Passa così in secondo piano la vittoria, in rimonta e sudata, di una Fortitudo forse più attenta e concentrata su ciò che succede sugli spalti che su quello che dovrebbe fare in campo. Basta però che torni a pestare le tavolette Mancinelli, l’antico capitano, ed ecco che tutto torna al suo posto, riconsegnando ai biancoblu la certezza di essere la Milano della LegaB, imbattibile ed ingiocabile da parte di praticamente tutte le squadre del suo girone (le migliori, Treviso Verona Udine la stessa Mantova le abbiamo già viste e il risultato è sempre stato lo stesso: asfaltate). Certo il campionato è lungo, ma se anche la brillante Mantova conduce a lungo ma alla fine viene sepolta nonostante una serata in cui viene certificato che quelli che sembravano buoni (i Benevelli, i Pini, i Venuto ecc…) sono quello che si sapeva e cioè nulla più che modesti comprimari e quelli che si sapevano buoni davvero (i Mancinelli, i Rosselli, i Leunen e, ma sì, anche i Cinciarini) giustificano il credito a loro assicurato nonostante gli alti e bassi (l’unico a metà del guado è Hasbrouck che continua a stampare ventelli, ma a babbo morto e non quando la partita è dura) non si vede davvero come possa fare la Fortitudo a perdere, se non suicidandosi, le fatidiche 7/8 partite che potrebbero statisticamente farle sfuggire l’unica promozione diretta.

Passando alla Virtus, è ufficialmente aperta la prima, speriamo l’ultima, crisi stagionale. Poco conta che tra le due sconfitte di campionato (due ventelli di cui il più sanguinoso sembrerebbe essere quello in casa con Cremona, ma a Venezia l’anno scorso si era perso, per sfiga e con una squadra mooolto più debole, di uno e c’era in campo la causa di tutti i mali, AG) si sia battuto Bayreuth in Champions (visto il livello delle contendenti, una vera CoppaDelNonno). Il gioco è stato lo stesso, deludente, individuale ma più ancora egoista, senza nerbo, volontà, passione. L’idea, a parte che una volta di più la squadra sembra costruita male (è piccola e corta e non c’è atletismo tra i lunghi) è che pecchi la squadra e pecchino alcuni giocatori di gelosie nemmeno tanto latenti. Per dire, il ritorno sui suoi standard di Aradori (per carità, non un fulmine di guerra nemmeno lui, ma voglia e grinta ce ne sono) sembra aver demoralizzato il duo Taylor/Punter che paiono subire il carisma e lo spazio preteso dal giocatore stesso e dagli schemi del coach (che di suo ce ne sta mettendo negli sbagli che contraddistinguono il cammino della Virtus fino ad ora). 

Aradori, Virtis

In più, i continui infortuni (Qvale prima e Martin ora, il cui guaio al flessore si spera lo tenga lontano dai campi per un paio solo di settimane), non facilitano certo la coesione negli allenamenti, quella stessa coesione che dovrebbe tradursi in fame in campo.

Nulla è compromesso, ci mancherebbe, il miniciclo terribile in campionato è passato ed il probante quattro su quattro in coppa garantisce con ottime probabilità (ne basteranno altre quattro nelle prossime dieci partite che ancora mancano) il passaggio del turno.

Sono il gioco e la squadra che fino ad ora latitano, ma il tempo è dalla parte del progetto.

M’Baye, Virtus

Due vittorie in trasferta per Fortitudo e Virtus (la Fortitudo a mezzogiorno, la Virtus in serata), due vittorie, entrambe, dal segnante peso specifico anche se assai diverse per modalità e significato.

La Fortitudo sbanca Treviso con una prova da padrona, del campo e del campionato. Nove punti, alla fine, importantissimi anche nell’ottica di future possibili parità (attenzione, però: questa Treviso non c’entra assolutamente nulla con quella passata, gloriosa ed indigesta sia alla Fortitudo stessa che alla Virtus, di tante sfide infuocate, tante finali scudetto e tante battaglie di coppa non avendo mantenuto, di quella, né il nome, né i colori, né, tanto meno, il palmares) e sparecchia, arrogantemente, il tavolo delle contendenti possibili. E lo fa con un basket da playground (non ce ne vogliano i puristi del gioco, ché qui, in questa partita, di schemi se ne sono visti davvero pochi) che , e di questo dovrebbe essere felice il coach Martino, fa ricredere i tanti stortignaccoli che lamentavano, di questa F, la mancanza di atleticità e grinta. Niente di più sbagliato, per ora almeno: questi corrono, saltano e si esaltano e chi non corre o salta, vedi Rosselli, ha talmente tanto mestiere da far correre e saltare la palla al posto suo (e forse, pensierino malizioso e cattivello, non è un caso se l’antico capitano, il Mancio sorpassato ed acciaccato, sia assente in questa cavalcata che sta trasformandosi in fuga solitaria). Parlando dei singoli, Treviso per prima: il migliore è Tessitori che è sembrato davvero inarrestabile a questi livelli, una specie di Sabonis dei poveri; degli altri, l’unico salvabile Imbrò: grinta, mestiere e, forse e finalmente, addio ai guai fisici che a lungo ne hanno tarpato le ali (altro pensierino malizioso: se Imbrò è questo, che cambio di Taylor sarebbe stato per la amata Virtus). Degli altri, due americani ingiudicabili che sembrano scelti da … Boniciolli, una masnada di giovani che, forse, ma sottolineiamo forse, si faranno e l’eterno e logoro Antonutti. Cioè, per puntare al piano superiore bisognerebbe cambiare tutto il possibile, almeno i due mori made in USA.

Il Coach di Fortitudo, Antimo Martino

La Fortitudo, ora partendo dalla figura che sembra fondante di questa squadra e cioè coach Antimo Martino. Giovane, preparato, ambizioso, con un’idea (molte idee) di basket, di come insegnarlo, di come farlo giocare; un allenatore al cui confronto scompaiono le caricature di coach che lo hanno preceduto, un allenatore, soprattutto, che ha avuto le … palle, sia perdonato il francesismo, di rinunciare senza lamentarsi al Mancinelli inutile e forse controproducente di questo inizio stagione e traslocare un altro degli intoccabili, Cinciarini (ricordate i 4 veri americani di boniciolliana memoria, e a come è andata a finire), nello s/comodo ruolo di sesto uomo che sposta dando contemporaneamente spazio, fiducia e responsabilità a un insospettabile Pini, roccioso e utilissimo, a un Venuto che non ha fatto rimpiangere, nei due tempi giocati senza Fantinelli, il titolare e trovando minuti e giocate di qualità sia da Sgorbati sia da Benevelli. Discorso a parte per i due americani, veri, di questa stagione. Hasbrouck rimane quello che è sempre stato, un giocatore di striscia, mortifero o indisponente, che in questa squadra già strapiena di veri o pseudo califfi, potrebbe risultare perfetto con il suo understatement, mentre Leunen, anche lui rimane quello che è sempre stato, e cioè Mr.Basket, giocatore dall’intelligenza superiore e dalla visione del gioco lungimirante, addirittura sprecato in questa categoria. Rimane Rosselli, insofferente, antipatico, individualista, ma a questo piano, uno dei migliori di tutta la lega. Mantenessero la forma fino alla fine del campionato …

Stefano Sacripanti – Virtus – Bologna
Foto L.Canu / Ciamillo-Castoria

Parlando di allenatori, ma passando alla Virtus, non si può non citare coach Sacripanti. Da molti ritenuto un ripiego dopo i nomi altisonanti, ma impropri, circolati in estate (da Trinchieri a Djordjevic, da Banchi a …) si sta rivelando (ma lo staff virtussino lo sapeva avendolo seguito a lungo in sottotraccia e firmato non appena possibile) quello che ci voleva per una squadra che dovrà diventare grande ma grande ancora non lo è. Ma la grinta, la determinazione, il non sentirsi mai morti, queste sì, sono tutte caratteristiche che questa squadra già ha inserito nel proprio DNA. Vincere ad Avellino, contro questa Avellino imbottita di ottimi giocatori (Cole e Nichols, Costello e Caleb Green, Filloy e Ndiaye sono da massimo livello nei rispettivi ruoli) dopo aver condotto praticamente tutta la gara vincendo tre quarti su quattro e senza il centro titolare, è impresa da formazione di grande spessore e potenzialità. Merito dell’esperienza europea di giocatori come Punter (ancora 23 punti con buone percentuali), Taylor (forse stimolato dal confronto col crack, in NBA, Cole) e Kravic (che ha mostrato quello che potrà dare alla squadra in futuro, un futuro non lontano) qualità dei singoli che, unite al solito contributo di un Aradori ancora farraginoso in alcune situazioni (ha saltato gran parte della preparazione per motivi “nazionali” e questo, un fisico come il suo, lo patisce particolarmente), di un Martin che si sta mostrando esattamente quello che ci si aspettava da lui (presenza, fisico, personalità) e ai buoni minutaggi che, dalla panca garantiscono i vari BaldiRossi, Pajola e Cournooh, lasciano intravedere una futuribilità ancora tutta da esplorare ed induce a rosee aspettative per il prosieguo dell’annata.

Le date, gli anni, sono importanti quando non fondamentali. Se ci si riporta alle date, infatti, difficilmente si può sbagliare. Nel definire una scansione, una successione di avvenimenti, così come nel fornire un’interpretazione che, non si tenesse conto della cronologia degli avvenimenti che si vogliono narrare o elencare o semplicemente suggerire, si rischierebbe di confondere.

In quegli anni, quindi, era la seconda metà degli indimenticabili seventies ed era una delle molte vite passate, vissute e poi dimenticate, mi piccavo di conoscere bene, se non benissimo (convinzione, questa, che mi costò, anni dopo, un’avventuretta, tale sarebbe stata, per colpa dell’infausta affermazione di aver letto, si parlava appunto della Mitteleuropa, tutti gli autori e tutto ciò che avevano scritto. Lo riconosco: un’affermazione che potrebbe sembrare presuntuosa e che fece imbufalire la signora in questione convincendola che non ci si potesse fidare di chi millantasse al solo scopo di stupire, ma giustificata dalla brevità del periodo storico, dal numero oggettivamente basso degli autori che criticamente vi vengono fatti confluire, e dalla esiguità di ciò che allora si trovava tradotto) la letteratura tedesca (più che tedesca imperiale) della fine del secolo diciannovesimo. Merito sicuramente di Adelphi (allora prestigiosissima casa editrice di cui tutti indistintamente, almeno tutti quelli interessati ovvio, collezionavamo compulsivamente i preziosi libriccini dalle copertine in cartoncino bugnettato, monocolori, sobri, raffinati e molto, mooolto snob) che proprio in quel periodo iniziò a ri/stampare autori come Joseph Roth, Franz Wedekind, Arthur Schnitzler e Hermann Hesse dischiudendo, a noi affamati cercatori di chicche letterarie che si discostassero dal piattume editoriale di idee e qualità del momento (ricorda forse l’oggi?), il mondo degli scrittori mitteleuropei e contribuendo (con la riproposizione di romanzi come “La tela di ragno”, “Fuga senza fine”, “La cripta dei Cappuccini”, “La leggenda del santo bevitore” e “La marcia di Radetzky” di Roth o come “Risveglio di primavera”, “Lulù” e “Mine-Haha” di Wedekind o ancora “Il principe di Homburg” di Heinrich von Kleist , “Storie del bosco viennese” e “Gioventù senza Dio” di Ödön von Horváth, “I quaranta giorni del Mussa Dagh” di Franz Werfel, “Elettra”, “Andrea o i ricongiunti” e “L’uomo difficile” di Hugo von Hofmannsthal, “Amok” e “Bruciante segreto” di Stefan Zweig, “Sebastian im Traum” di Georg Trakl o infine “Girotondo”, “Fuga nelle tenebre”, “Il ritorno di Casanova”, “Gioco all’alba” e “Doppio sogno” di Arthur Schnitzler) a dar vita a quella breve ma intensa stagione da vero e proprio parnaso letterario che durò una decina d’anni giusto a cavallo tra i due decenni.

Questa lunga premessa, vorrebbe inquadrare una nuova edizione di quello che viene ritenuto un piccolo classico di quella corrente letteraria. Sto parlando di “Le braci” di Sándor Márai, longevo scrittore magiaro dalla vita avventurosa e dall’opera letteraria tardivamente fortunata (i misteri dell’editoria commerciale) che viene, probabilmente per convenienza di botteghino, fatto rientrare “… a pieno titolo …” nel novero degli scrittori  mitteleuropei. Intendiamoci. Naturalmente nessuno vuole disconoscere l’importanza dell’autore, della sua opera, soprattutto della sua vita da apolide consapevole, da esiliato volontario, da liberista progressista in fuga da nazismo prima e stalinismo poi, vero figlio di una terra, la Slovacchia poi Ceco/Slovacchia ed ora nuovamente e solo Slovacchia, sfortunata e trasformata nel tempo a seconda delle convenienze e dei capricci di chi decideva confini e destini tracciando linee rette su una inespressiva cartina  geografica.

Ma è la definizione di scrittore mitteleuropeo che, al tempo medesimo, falsa la realtà e in qualche modo diminuisce, stringendolo nel genere, il valore universale dei suoi scritti.

Si parlava all’inizio di date. E son proprio le date che avvalorano questa disamina. Márai nasce sì in pieno periodo (è del ‘900) e luogo (a Košice in Slovacchia) e indubbi sono i suoi studi a Budapest (il terzo vertice del triangolo cultural/politico dell’allora impero gli altri essendo Vienna e Praga). Ed è pur vero che i suoi primi lavori, soprattutto teatrali, gli conferiscono da subito la patente di affermato librettista. Ma se invece ci si riferisce alla sua produzione romanzesca, la prospettiva deve cambiare. “Le braci”, conosciuto ed accettato come il suo capolavoro, è del ’40 (e in Italia viene pubblicato solo a fine anni ’90 in una revanche tardiva che tanto sa di operazione editorial/commerciale). Una data in cui tutti gli altri grandi esponenti della corrente sono  già morti (Roth nel ’39, Horváth un anno prima, Hoffmansthal nel ’29, Wedekind addirittura nel ’18 e Schnitzler nel ’31 mentre il solo Zweig morirà un paio d’anni dopo nel ’42; fa eccezione il solo Hesse che morirà quasi novantenne ad inizio anni ’60, ma lui è davvero ed in tutto un’altra storia). La stagione produttiva dei mitteleuropei, quindi è già scaduta da un pezzo quando Márai scrive questa storia di amicizia ed onore, amore e morte, famiglia e guerra, estrazione sociale e ambizioni personali. E la scrittura, inevitabilmente, ne risente. Perde della freschezza e della malinconia così tipiche, nonostante gli argomenti fossero simili ed anzi a volte persino più scabrosi, della scrittura di uno Schnitzler o di un Roth. Manca l’ironia acuta, non c’è traccia dell’orgoglio dell’appartenenza né della toccante allegria che nasce solo dalla consapevolezza della fine incipiente. Ci sono tristezza e cupezza. Non c’è il rimpianto, non c’è il ricordo se non quello che giustifica rancore e accidia. Si sente, e si vive con i suoi personaggi, il clima di oppressione che, indubbiamente (e che per questo mi faceva parlare di costrizione impropria della sua letteratura entro confini che non le appartengono) lo scrittore viveva in quegli anni ma non c’è vita nei due vecchi che si incontrano per il redde rationem che non ci sarà (e si intuisce che vita, ben poca, dovette esserci anche ai tempi della loro passata amicizia). Non c’è Weimar ma c’è la futura BerlinoEst. Non c’è Emcee/JoelGrey che canta “Money” nel cabaret di SallyBowles/LolaLola (Liza Minelli). E’ una parabola, la storia del nobile, ricco, noncurante, fedele alla classe Heinrich e del volubile, povero, sensibile, invidioso Konrad. Una parabola che, seppur illuminante per la storia dei suoi tempi, avvicina più la scrittura, e la statura di scrittore di Márai, ad esperienze successive (pur sempre improntate a quel periodo e in qualche modo imparentate agli scrittori mitteleuropei) come quelle di Alexander Lernet Holenia  (“Lo stendardo” e “Marte in Ariete”, “Il barone Bagge” e “La resurrezione di Maltravers”, “Ero Jack Mortimer” e “Due Sicilie”) o del nostro italianissimo e colpevolmente dimenticato Carolus Cergoly e del suo “Il complesso dell’imperatore”. Storie ed esperienze nobilissime, ma chem davvero, sono altro da quello.

E alla fine è ricominciato. Il campionato, anzi i campionati (chiamateli come volete, SerieA e SerieB, LegaA e LegaB, Lega1 e Lega2, sempre di quelli si tratta) che vedranno, è una quasi certezza, le bolognesi protagoniste. È un augurio, un pronostico, uno schiaffo alla cabala. D’altronde è tutto il movimento basket italiano che non può fare a meno della presenza delle due eterne rivali, grandi protagoniste di storie cestistiche che travalicano il mero aspetto sportivo per erigersi a fattore sociale e, in certi casi, scelta di vita.

Le storie delle due nobili decadute (una un po’ più nobile dell’altra, invero) le conosciamo tutti e non è certo questa l’occasione per rivangare l’ascendenza pretaiola e bianca della F (che curiosamente non ha impedito, anzi forse ne è stata la causa, il forte impatto che ha avuto negli anni sul tifo più giovane, scamiciato e meno fighetto) o quella presunta nera della V (una millantata appartenenza che è stata sicuramente smentita, ed ampiamente, dalla storia vissuta): che poi, per dirla con quelle che erano le parole dell’avvocato, e a Bologna di avvocato ce n’è stato solamente uno, Luigi Porelli, il pubblico bolognese fosse il più bello e figo e pagante d’Italia, ci sono le foto dell’epoca, quando il parterre di Piazza Azzarita con il suo parquet a spina di pesce era la passerella privilegiata per settimanali sfilate di moda, a dimostrarlo.

E non è il caso soffermarsi sulla grande rivalità Schull/Lombardi, né sulle galoppate in bianco&nero di Johnny Kociss Fultz (il padre dell’altro, Robert, play della discordia ma sempre, e soltanto, vestito di bianco&blu), né sulle retrocessioni evitate nonostante Dracula/Cook (la Virtus) o grazie ad Alibegovic (la Fortitudo).

E non è nemmeno il tempo, né l’occasione, per ricordare le guerre stellari degli anni in cui i grandi presidenti più che a vincere e far vincere le proprie squadre puntavano a far perdere l’altro e il rispettivo team (i ringraziamenti di una parte e le ingiurie dell’altra fischiano ancora nelle orecchie dell’Emiro a ricordargli come rubare il pulcino Meneghin a Mr.Motorshow volle dire contestualmente concedergli Ginobili e Jaric).

Bei tempi, quelli. Tempi in cui il derby bolognese definiva spesso e volentieri la più forte in Europa. Tempi in cui si fossero sommati i migliori delle due formazioni pensare di raggiungere i play off contro quelli bravi dall’altra parte dell’oceano non sarebbe stata un’utopia da isola che non c’è.

Bisogna invece, a commento di questa prima giornata se non trionfale almeno vincente su entrambi i fronti, sottolineare la sensazione di un lavoro espletato dai team al meglio per soddisfare le rispettive aspettative anche se al via le due squadre sono arrivate (e i risultati stanno lì a dimostrarlo)in maniera diversa. Al massimo della forma la Fortitudo che, dopo aver vinto la SuperCoppa di categoria asfaltando prima Tortona e battendo in finale Casale che, a sua volta aveva sconfitto Treviso dai più accreditata come l’altra candidata alla promozione diretta (e fa niente che in realtà sia stata la Coppa dei trombati dell’annata passata: in questa, d’annata, saranno le squadre più competitive), ha espugnato la fatal Verona, squadra non eccezionale vero ma si trattava pur sempre della prima trasferta della stagione con tutte le insidie che poteva comportare, di una decina di punti mettendo già in mostra quelle che saranno le caratteristiche del suo gioco: un gioco che non può prescindere dal magistero del lunatico Rosselli, dal carisma e dalla classe antica di Leunen attendendo il ritorno del capitano (Mancinelli) e potendo permettersi di accantonare il forse declinante Cinciarini (degli altri: bella scoperta quella di Pini, sembrerebbe colpevolmente dimenticato da Boniciolli prima e Pozzecco poi nelle stagioni inconcludenti appena trascorse e da aspettare a prove più impegnative Fantinelli, mentre di Hasbrouck manteniamo l’idea che di lui avevamo: un pippone da ventelli a babbo morto)

La Virtus, invece, che appariva non ancora rodata del tutto per mancanza di continuità (la nazionale di Aradori, l’infortunio di Qvale, la cattiva forma, mentale più che altro dopo il buio di Milano, di M’Baye), e perdere con Varese, sulla carta una delle deboli del lotto, l’ultimo quadrangolare, seppur in uno dei tanti tornei scapoli/ammogliati di fine estate stava lì a dimostrarlo, ha vinto alla sirena, dapprima dominando e poi dovendo faticosamente rimontare contro una Trieste mai doma (facendo felice, immaginiamo il factotum Baraldi teorico del “… vincere aiuta sempre e comunque a livello di attitudine ed autostima …”). E mostrando una felicità d’attacco (10 triple su 12 nel primo tempo sono davvero tanta roba) ma anche un’attitudine preoccupante nel momento in cui ci si debbano sporcare le mani e sbucciare i gomiti per difendere contro squadre che non sempre renderanno 2/5 del quintetto e i cambi più giocabili (nell’Alma erano infatti assenti il play Wright, l’eterno Peric e i DaRos e Janelidze che giocano da primi cambi).

A questo punto non resta che spingersi ad un pronostico che più estemporaneo ed inutile non potrebbe essere (ma si sa, quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e noi, modestamente, duri lo nascemmo …).

La Fortitudo allora. Che vincerà il suo girone ottenendo la promozione immediata grazie all’esuberanza tecnica, ma non fisica, dei gloriosi marpioni (Mancinelli, Rosselli, Leunen e, dai, mettiamoci anche Cinciarini) ma dopo dovrà rifondare la squadra. È un obbligo, più che un augurio, perché dovesse non riuscirci, la roulette degli infiniti playoff non li vincerà mai (a causa, guarda un po’, dell’imbarazzante nullezza fisica dei suoi vecchi mestieranti (Mancinelli, Rosselli, Leunen e, ma sì,anche Cinciarini) e, comunque, dovrà rifondarsi.

La Virtus adesso. Che arriverà ai playoff (Milano, Venezia ed Avellino dichiaratamente più forti, le altre sono lì), si giocherà la CoppaItalia (Milano, spesso distratta, sarà in piena campagna europea e se l’ha vinta Torino …) e che, al giro delle osterie fuori le porte europee, questa volta non parteciperà solo in versione enogastronomica.

Si torna direttamente all’essenza stessa e più vera del MAST (la Manifattura di Arti Sperimentazione e Tecnologia) con questa mostra “PENDULUM – Merci e Persone in Movimento – Immagini dalla collezione di Fondazione Mast”(al Mast, appunto, di via Speranza 42 fino al 13 gennaio 2019 e con orari che vanno dal Martedì alla Domenica dalle 10,00 alle 19,00 con ingresso, come meritoriamente sempre, libero) che celebra i cinque anni d’apertura del Centro Culturale Multifunzionale (cinque anni nel corso dei quali sono state offerte alla città diciassette mostre fotografiche inerenti l’argomento Industria & Fotografia tra cui tre “Biennali di Fotografia dell’Industria e del Lavoro”, la prossima presumibilmente prevista per ottobre 2019, l’assegnazione di borse di studio per giovani fotografi, nonché la creazione di una collezione che spazia dagli anni cinquanta dell’800 ai giorni nostri), una mostra di oltre 250 fotografie storiche e contemporanee di 65 artisti di tutto il mondo in cui le foto di maestri indiscussi (Robert Doisneau e le immagini dedicate agli stabilimenti Renault, Gabriele Basilico e i suoi porti, Mario DeBiasi e la frenesia del traffico milanese, Ugo Mulas e le auto da corsa, Dorothea Lange e le immagini del lavoro perduto testimoniato per la FSA, Mimmo Jodice e la malinconia dei nostri meridionali immigrati al nord o la solitudine delle immagini di Tina Modotti) sono contrapposte a quelle di giovani talenti come Sonja Brass con i suoi container o Richard Mosse con la sua opera “Skaramaghas”lunga sette metri che riprende centinaia di container (quelli scuri e opprimenti, sulla sinistra, pronti a partire, quelli chiari e luminosi, sulla destra che servono da casa ai migranti che lavorano sulle banchine: bianco e nero, come ben si addice ad un’icona dei nostri tempi, ché la termocamera utilizzata è in grado di registrare differenze di calore fino ad una distanza di 30 chilometri, rendendo in bianco il calore dei corpi ed in nero la freddezza dei metalli) oppure come Ulrich Gebert e Xavier Ribas con le loro installazioni su nomadismo e migrazioni o ancora come Annica Karlsson Rixon e la ripetitività assordante dei suoi truckersimmancabilmente bianchi (questi ultimi due, Ribas e Karlsson Rixon, in prima fila alla presentazione alla stampa).

“Pendulum”, allora, il titolo di questa mostra, una mostra importante che ha nel pendolo, nel suo movimento sempre uguale, ma sempre diverso (per usare le parole di Urs Stahel, curatore della photogallery e della collezione Mast, “… il pendolo simboleggia il passare del tempo. Il suo oscillare è anche sinonimo di cambiamenti improvvisi d’opinione, di convinzioni che si ribaltano nel loro esatto contrario. Ma il pendolo è anche un simbolo valido per i traffici in genere, per quel perenne scambio di merci, a fronte di altre merci, di denaro, di promesse …”) la propria suggestione iniziale. Una mostra sul lavoro, su come è cambiato nei secoli (si parte dalla rivoluzione industriale immortalata in immagine da Munkacsi per arrivare alle asettiche atmosfere industriali da film di fantascienza di Floto + Warner) allora, ma una mostra che vuole proporsi anche come riflessione, sofferta e profonda, sul tema della velocità che caratterizza l’attuale società globale, gli improvvisi cambiamenti d’opinione e di convinzioni che caratterizzano questi convulsi decenni di globalizzazione. Ma anche, il pendolo, inteso come metafora del lavoro pendolare, del movimento delle centinaia di migliaia, milioni, di lavoratori che ogni mattina partono per un lavoro il più delle volte affaticante e insoddisfacente per compiere, a sera, il percorso inverso per tornare nei loro quartieri dormitorio. Una mostra anche “politica”, quindi, o almeno di denuncia sociale sui guasti, o almeno le incongruenze e le disparità derivanti da un sistema di produzione economica sempre più autoreferenziale e chiuso in se stesso.

Come interpretare altrimenti l’installazione del già ricordato Xavier Ribas “Nomadi”che ricopre una intera parete con immagini che riprendono solo calcinacci e rovine in quello che sembra essere nulla più di un ingiustificabile caos e che invece è un insediamento industriale di Barcellona abbandonato causa la deindustrializzazione ed occupato, abusivamente, da nomadi. Nomadi cacciati da questo altrovedal sistema che non può sopportare né comprendere il movimento senza profitto (ancora il pendulumcome, per dirla ancora con Urs Stahel, “… ciclo ininterrotto, una gara cui partecipiamo tutti, gli uni realizzando profitti o subendo perdite, gli altri percorrendo tragitti lunghi e faticosi per recarsi al lavoro. In entrambi i casi, da decenni si continua ad aumentare il ritmo e la velocità: la crescente accelerazione dei processi economici e sociali è iniziata ai primordi della rivoluzione industriale fino a toccare oggi livelli vertiginosi. Il solo fenomeno che ci spinge a rallentare il passo, a cercare persino di fermare tutto, è quello delle migrazioni. Le uniche barriere esistenti sono quelle che frenano i perdenti locali e globali della modernità …”) e che per impedirne il ritorno, ha preferito disseminare il luogo di macerie: “… la città che preferisce autodistruggersi e desertificarsi piuttosto che ospitare la vita e gli uomini che potrebbero viverla …”per dirla con le parole dello stesso autore.

Una doverosa premessa è necessaria.

Non amo nulla o quasi gli scrittori scandinavi, specie se giallisti. Questione di sensibilità, forse (parola, sensibilità, che qui uso per sottolineare una differente empatia nei confronti del mondo), o più semplicemente il riconoscere nelle loro storie (a metà tra la complessità, è ironico chiaro, seguendone la medesima trita scaletta invariabilmente identica, del plot delle storielle di Jessica la “Signora in giallo” Fletcher  e la inverosimiglianza delle stesse che prevede, in una comunità ristretta come, ad esempio, CabotCove, località inventata del puritano e kennediano nord/ovest statunitense e covo della suddetta Signora, una densità di delitti superiore perfino a quella di Bogotà o Medellin o Tijuana al tempo delle guerre tra i cartelli della droga) una scrittura dirompente, frizzante, compulsiva, empatica, affascinante, ineludibile come le chiacchiere di quattro attempate signore, o signori, affette, o affetti, da disturbi della memoria. Allo stesso modo non mi piacciono, anche se, chiaro, i motivi sono alquanto dissimili, le giovani/i giovani scrittrici/scrittori italiani, specie se troppo giovani per scrivere ciò di cui scrivono, spesse volte perché troppo, troppo tronfi e pieni di sé da pensare che le loro giovani e per necessità vuote (di accadimenti fondanti) vite possano essere di qualunque interesse per chiunque (chi, malevolo, ci legge Scurati, LaGioia, Murgia, tra gli altri, vincerebbe, fosse questo un quiz a premi, la canonica bambolina di pezza).

Potrebbe quindi sembrare strano che, contraddicendo quanto appena sopra e troppo a lungo raccontato, i libri di oggi siano “Miraggio 1938” del finlandese Kjell Westö, e “Le assaggiatrici” della giovane (classe ’78, beata lei) calabra Rosella Postorino. Strano se non si tenesse conto della già raccontata passione che sconfina nella necessità per racconti storicamente accurati che possano o far scattare un clic di curiosità che induca ad approfondire situazioni, storie, periodi altrimenti taciuti (Il romanzo di Westö; oppure concludere da essi stessi la narrazione , lasciando, ovvio, ampi spazi ad una successiva documentazione, ma rivelandosi comunque esaustivi per una prima presa di conoscienza (conoscenza mista a coscienza, n.d.r.) che può anche ritenersi conclusiva. Due libri, quindi. Due romanzi, profondamente diversi tra loro anche se simili per molti versi.

Innanzi tutto, come anticipato, l’epoca storica in cui sono ambientati (il 1938, come da titolo) per il romanzo di Westö, gli ultimi anni del Reich, quelli della follia suprema della Wolfsschanze, la famigerata tana del lupo hitleriana, quelli dell’utopia del barone Von Stauffebbergh, quelli della grande paura dell’orco russo (e cioè il periodo che va dal giugno ’41 al novembre ’44, dunque) per il romanzo (bello, bellissimo tanto vale dirlo subito) della Postorino.

Eppoi le protagoniste, entrambe donne, entrambe segretarie, entrambe donne che si portano, o porteranno, dietro un segreto. Ma nel romanzo scandinavo la storia, a lungo preminente, della enigmatica e a suo modo affascinante Matilda Wiik segretaria dell’avvocato Klobbel Thune ancora innamorato della moglie fedifraga Gabi e diviso per questo all’affetto del libertino amico medico Robi Lindemark toglie spazio e contenuti (solo accenni che però possono appunto invogliare all’approfondimento) alla storia, terribile e sconosciuta della Finlandia moderna. Un paese che fino a metà ‘800 faceva parte del grande regno svedese per poi diventare, in seguito alla sconfitta nella guerra russo/svedese, un granducato dell’impero zarista e che a fine prima guerra mondiale fu squassato da una guerra civile violenta tra una parte bianca di popolazione ancora di lingua svedese (la minoranza che deteneva il potere) fortemente appoggiata dall’interessato vicino tedesco (per dire, Il 21 giugno ’38, nella Finlandia che si preparava a ospitare i giochi olimpici del 1940, la gara per il campionato nazionale dei 100 metri fui vinta da Abraham Tokazier. Nella classifica ufficiale fu però classificato al 4° posto: la Finlandia non voleva offendere gli amici tedeschi presenti in tribuna premiando un ebreo) ed una rossa russofila; una guerra civile che terminò con fucilazioni di massa, campi di concentramento, fosse comuni (ricorda qualcosa?) facendo più di 300.000 vittime (la maggior parte delle quali per maltrattamenti e denutrizione nei campi di detenazione/sterminio approntati dopo la fine dei combattimenti) su un popolazione di poco più di 6 milioni di abitanti.

Viceversa, nel romanzo della Postorino, la storia è presente, e quanto, ergendosi al ruolo di più importante dei protagonisti. Non fosse esistita, infatti, la Storia, quella con la “S” maiuscola, non esisterebbe la storia, questa con la “s” minuscola, di Rosa Sauer, la berlinese ed elegante impiegata sfollata nella casa di campagna del disperso, in Russia, marito Gregor, una casa di campagna vicina, troppo vicina, alla foresta incantata che ospita l’orco di tutte le leggende, un orco che  ha terrore del mondo, un orco che necessita di qualcuno che lo protegga, un orco che vuole che qualcuno assaggi le pietanze che lui, l’orco, dovrà mangiare, ma solo dopo che “le assaggiatrici” avranno rischiato, per lui, l’avvelenamento. Naturalmente, come d’uopo nelle storie che non sono solo Storia, anche qui ci sarà un risvolto, se non sentimentale, sessuale. In questa storia di resilienza (che brutto termine usato fin troppo a sproposito), infatti, Rosa incontrerà amiche inaspettate (l’altera Elfriede, La leggera Ulla, la sensuale Leni, l’ingenua Albertine) e crudeli avversarie (le invasate Theodora, Gertrude e Sabine), il cuoco generoso Krűmel e il sognatore e martire barone Claus Schenk Von Stauffenbergh, ma soprattutto incontrerà, anche se incontrare è forse un termine inappropriato, il tenebroso, spietato, gelido, affamato ed affamatore Obersturmfűhrer Albert Ziegler. La loro storia (che ricalca così tanto i malati rapporti tra carnefice e vittima, carnefici e vittime che possono scambiarsi di continuo il ruolo) ne ricorda tante, già viste o lette (solo per fermarsi ai film, la scelta, ed i ricordi, sono tanti, da “Il portiere di notte” della Cavani a “La morte e la fanciulla” di Polansky). Il nocciolo, però, della questione è se sia o no condivisibile o giustificabile accettare qualunque compromesso, assoggettarsi a qualsiasi umiliazione, annullando il se stesso più profondo, prevaricando la propria stessa essenza, scostandosi in maniera definitiva dalla propria (siamo in Germania, no?) weltanschauung (e sempre restando ai film, non può non venire in mente “La scelta di Sofia”).

La risposta, la risposta dell’autrice, come ben si conviene ad un romanzo di suspence (ne è piena, questa storia, di suspence) non può che essere disvelata nelle ultime pagine, quando Rosa … (ma non raccontiamo altro per non togliere il piacere, e lo struggimento, della scoperta).

Infine, una nota sulle copertine dei due romanzi. Se quella del “Miraggio” (“The defensor of virtue” di Jack Vettriano) rispecchia pienamente il senso del libro sia riportandoci al tempo sia ai contenuti raccontati, quella delle “Assaggiatrici” riporta inquietantemente a quelle della saga delle sfumature sulla falsariga di quelle dei Segretissimo di Gérard de Villiers e dei suoi romanzi sulla SAS dove immagini di donnine nude e vagamente esotiche promettono molto di ciò che non viene mantenuto (ma che almeno rispecchiano un gioco, ironico, di rimandi e al contempo una dichiarazione, orgogliosa, di appartenenza). Nulla di simile, ovvio, in questo ma quel ritratto di donna in parte celato dalle ali di una farfalla, risulta stupido, fuorviante e, quel che è peggio, banalizzante (della serie quando si vorrebbe consigliare alle case editrici di porre maggior cura ed interesse alle opere che si stampano).

Un’ultima, e davvero infine, riflessione cattivella sulla ormai assurta a star Postorino. Ѐ notizia di una decina di giorni fa, infatti, la sua vittoria al Campiello. Ciò però, l’aver vinto un qualunque premio letterario (che spesso, troppo spesso, non dimentichiamolo anche se non è certo questo il caso, è merito più della politica della propria casa editrice che della qualità reale del libro) non giustifica la frase che identifica l’intervista rilasciata a “Repubblica” il 17 settembre “… ho vinto il Campiello grazie alle donne lettrici … al contrario degli uomini, scelgono i libri senza badare al genere dell’autore … sono un antidoto ai pregiudizi …”. Una dichiarazione (seppur inserita in un discorso più ampio e che così enfaticamente è stata riportata solo per motivi, risaputi, di visibilità) stupida, sessista ed autolimitante che rinchiude la stessa Postorino, e il suo bel libro, all’interno di una gabbia da lei stessa creata.

Tralascerò, e vabbene, di raccontare le possibilità infinite che avrei potuto perseguire per divenire professionista di un qualche improbabile gioco tipo biliardino ed anche, avessi voluto offrirmi una serietà ed una autorevolezza che non sono mai state le mie, di come avrei potuto essere un matematico (la vena, piccola, minuscola, appena più esistente dell’inesistente di autismo che mi accompagna, poi, chiaro, tra le innumerevoli cose che non sono c’è anche l’essere medico e quindi …, me lo avrebbe concesso, anzi, lo avrebbe agognato). O di come, in  alternativa, avrei potuto tradurre in qualcosa di più di ciò che è stato la propensione al giocare con le parole e i concetti dando una conclusione a cose e scritture, iniziate, proseguite e mai, ahi ahi, portate a termine. Gioco compulsivo, matematica e letteratura: queste le passioni giovanili, quindi, per diversi motivi tutte disattese. Con l’età, poi, ha preso sempre più piede la consapevolezza dell’importanza dello studio, o quantomeno della conoscenza, della storia complice, sicuramente, la constata constatazione della giustezza, ai giorni nostri sempre più dimostrata dagli accadimenti e dai personaggetti che si susseguono instancabilmente sovrapponibili, del vecchio motto di Giambattista Vico (quello dei corsi e ricorsi storici, per intenderci).

Ed è questo, la ricerca di risposte che dal passato potrebbero valere anche per il presente, che mi fa amare in modo particolare romanzi che anche se non storici in senso stretto, di determinati periodi storici fanno se non il protagonista principe almeno un comprimario imprescindibile. E questo sia che il romanzo serva soltanto e semplicemente a proporre il la per una ricerca successiva sia che, formula decisamente preferita ancorché più difficoltosa da proporre ma anche da fruire, sia esaustiva, o quanto meno bastante ad esaudire le istanze più immediatamente sollevate.

Ed è a questo secondo filone che appartiene l’ultimo romanzo di Carlo Lucarelli, quel “Peccato mortale” che, stando alle parole dell’autore, “… avevo un conto in sospeso con il mio commissario. Ora credo di averlo saldato …”, conclude, spiegando e dando un senso, la parabola del’avventura del commissario DeLuca. La conclude per ora, o fino a questo punto, chiaro; perché nessuno, credo, di noi, fedeli e voraci seguaci, né per quel che lo conosco lo farà certo Carlo, vorrà vedere interrotta la vita di questo insabbiato, problematico, combattuto, febbricitante, affascinante personaggio.

Il romanzo, nello specifico, si pone cronologicamente all’inizio delle avventure della saga. Siamo nel 1943 (mentre in “Carta bianca” l’anno era il 1945, ne l’ “Estate torbida” il ’46, in “Via delle oche” il ’48, in “Intrigo italiano” il ’53) e il periodo è quello che va da luglio a dicembre; i mesi, cioè che vedono l’arresto di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista, l’ascesa di Badoglio e la liberazione dello stesso Mussolini dalla sua Sant’Elena di Campo Imperatore da parte di un commando di SS, la fuga vergognosa da Ortona della famiglia reale (una famiglia reale da operetta, d’accordo, ma quanta insipienza, quanti guasti, quanto dolore nella polvere del suo blasone) e la nascita del Regime Fascista Repubblicano rimasto tragicamente nelle memorie come Repubblica di Salò.

La trama, che prevede un’indagine negli ambienti della Bologna bene connessi al mercato nero e commisti ai gerarchetti di giornata, parte dal ritrovamento di un corpo senza testa e da quello di una testa senza corpo. Trattandosi di un giallo (ben congegnato, benissimo scritto, acrobaticamente sfaccettato), non racconterò di più. Se non che il debito pagato dall’autore al suo non più famoso ma riuscito protagonista, riguarda il motivo per cui il commissario nostro amatissimo arriverà in futuro (un futuro che preannuncia il passato con cui, da lettori, ci eravamo confrontati nei primi libri) a far parte delle squadracce nere, più nere perfino di quelle dell’Ovra, che si troveranno ad agire, rapire, torturare, desaparecidare (me ne sia perdonata l’invenzione) in un crescendo di orrore macbettiano da grand guignol senza ritorno. Un’appartenenza obbligata, necessaria, ineludibile, la cui non accettazione avrebbe comportato … anche questo, però, è un qualcosa che non si può anticipare.

In ultimo, anche se potrebbe sembrare non c’entrar nulla (e invece), la segnalazione di una piccola, ma a suo modo preziosa, mostra fotografica, “Le città visibili”, di scatti realizzati da Cristian Cizmar (bibliotecario) ospitata da una biblioteca (fino al 29 settembre alla Borges di via dello Scalo 21/2 negli orari di apertura della biblioteca stessa) ed ispirata, o che almeno presenta alcune vicinanze ideologiche, all’opera di un grandissimo come Calvino (specie alla sua opera “Città invisibili” vera pietra fondante della poetica dell’autore ed ampiamente riscoperta come imprescindibile riferimento in manuali e corsi di architettura come pure in libri e saggi che riflettono sul futuro delle nostre società e città.

Si pensi a “Storia dell’architettura italiana: 1985-2015” di Marco Biraghi e Silvia Micheli o a “Italo Calvino’s Architecture of Lightness: The Utopian Imagination in an Age of Urban Crisis” di Letizia Modena in entrambi dei quali Calvino, la sua concettualità, viene individuato come chiave di lettura per gli sviluppi della più recente architettura italiana) riconoscendone ed omaggiandone la discendenza già nel titolo. Ma come si definisce a livello visivo e iconografico, la fotografia di Cristian? Innanzi tutto, dando libertà di espressione ad un’idea forse non nuova, ma di sicuro effetto e proposta con garbo ed intelligenza. Tutte le immagini, infatti, partono da visualità nascoste, circoscritte, sottolineate ed inquadrate come sono da quelli che nella presentazione di Arianna Fornasari vengono definiti come filtri architettonici e che possono anche essere interpretati come quinte teatrali, quinte che, allo stesso modo di quelle da palcoscenico, assolvono, sia che siano tendine di pizzo, le dita di una mano, gli infissi scrostati di una finestra, al compito di enfatizzare, disvelandolo pian piano, quello che ci si cela dietro. Una scelta questa, che insieme a quella di privilegiare a volte l’essenza più inaspettata di una città (l’esempio è la bella foto del pavone a significare … quale città?), funge da esplicitazione di una concettualità fresca e curiosa che fa passare di certo in secondo piano alcune piccole e non disturbanti ingenuità o inesperienze quali possono essere la non omogeneità dei formati o l’utilizzo, difficile da gestire e per questo quasi mai utilizzato in simili occasioni, della carta lucida scelta come supporto. Insignificanti  piccolezze che, ripetiamo, non inficiano minimamente la fruizione di questa davvero gradevole ed interessante esposizione.

Tony Taylor, Kevin Punter, Pietro Aradori, Amath M’Baye, Brian Qvale. Questo il quintetto. E in panchina, David Cournooh, Kelvin Martin, Dejan Kravic, Alessandro Pajola e Filippo Baldi Rossi. Infine, utili negli allenamenti e nelle pieghe di una stagione che si prevede, e si spera, lunga e soddisfacente, il play Alessandro Cappelletti (uno dei giovani leoni in rampa di lancio prima del lungo infortunio patito) e il lungo Matteo Berti, prodotto del vivaio. Sulla carta, e sulle prime, ne conveniamo, non ci sono nomi eclatanti in questa nuova Virtus che possano scatenare la fantasia dei tifosi. Non quanto quelli sparacchiati l’anno passato (i primi acquisti furono, ricordiamolo, Pietro Aradori, comunque oggi confermato, e Alessandro Gentile, ripudiato in maniera inconsulta e forse, ma solo il tempo potrà dirlo, masochista e poi ancora Lafayette e Slaughter califfi da Eurolegue) o balenati nelle fantasie del popolo del tifo all’inizio dell’estate appena terminata (Diego Flaccadori in primis). Se però ci si sofferma e si ragiona su ciò che potrà, o potrebbe, diventare un’annata che, negli intendimenti dell’odierna governante, servirà da consolidamento del processo di ritorno al ruolo che storicamente compete al club dalla V nera, ci si accorgerà che i giocatori sono quanto di più funzionale al progetto si potesse trovare. Si è agito, infatti, in due differenti direzioni. La prima a garantire quell’esperienza europea che sarà fondamentale per battezzare nel migliore dei modi il ritorno in Europa dalla porta se non principale quantomeno molto importante (si giocherà, infatti, miracolo della diplomazia bianconera, la FibaChampionsLeague, la versione Fiba, appunto, della magna Eurolega): quattro dei sei nuovi stranieri, infatti, sono, da anni, pilastri nelle varie competizioni e campionati europei (il puntero Punter, per dire, la Coppa l’ha vinta l’anno passato, e come miglior cannoniere, nelle file dell’AEK Atene mentre il play Taylor ha trascinato ai quarti la squadra turca del Banvit e i lunghi Qvale e Kravic sono stati a lungo colonne, e che colonne, dei tedeschi dell’Oldenburg e dei russi del Locomotiv Kuban il biondo americano e dei greci del Panionios il bosniaco).

La seconda direzione che si è seguita, mirata soprattutto alla campagna italiana, è quella che ha segnato l’ingaggio di giocatori già testati anche ai massimi livelli nostrani (M’Baye, dopo i fasti della Brindisi da sogno di un paio di stagioni orsono, nella Milano da bere che tanto vince in Italia e ben poco in Europa) o che comunque hanno dimostrato di poter tenere il campo contro chiunque (il Martin cremonese della scorsa stagione che, partito da sesto uomo, il ruolo che lo aspetta al PalaDozza, non ha potuto vincere il titolo di miglior addizione dalla panchina solo perché è diventato ben presto titolare pressoché inamovibile o il Cournooh prima solidissimo rincalzo e poi indiscusso protagonista nelle varie Brindisi, Pistoia o Cantù) senza contare il carisma di capitan Aradori, la prevedibile crescita esponenziale di quel mezzo fenomeno (per l’età) di Pajola o la solidità ritrovata insieme alla salute di un motivato BaldiRossi. Ma quello che più rincuora e fa sperare chi minimamente si intende di basket, sono la solidità e la capacità di un rinnovato staff tecnico che ben si sposa all’armonia societaria ritrovata. Per dire: la scelta di coach Sacripanti, dopo i primi nomi eclatanti ma fuorvianti (ci scusino, ma al confronto non ce n’è per i vari Trinchieri o Banchi o …) sparsi artatamente a piene mani, è stato un vero colpo da maestro, e grande conoscitore di basket, del nuovo plenipotenziario DellaSalda. E se questa scelta, non condivisa con altri, ma il tempo correva veloce e bisognava agire in fretta, ha portato malumori e dimissioni nella parte più umorale, e francamente inutile, della società, ben vengano decisionismi ed abbandoni).

Gli appassionati, però, e si sa, hanno bisogno di risultati più che di tempo per affezionarsi. E se le prime uscite sono state contraddittorie (vittorie e sconfitte di misura con avversari piccoli e medi), direi che non c’è da preoccuparsi mancando, di volta in volta l’Aradori nazionale o il Taylor in ritardo. Il test più importante, sentimentalmente parlando ovvio, è però alle porte. Il derby, seppur amichevole (ma di amichevole in queste occasioni c’è giustamente ben poco azzerando la competitività e l’agonismo ogni differenza tecnica e a volte fisica) incombe con le sue prime risposte che (scommettiamo?) risulteranno fallaci nel prosieguo della stagione.

Le vere risultanze e spessore delle due arriveranno più tardi, con le prime vere partite, quando i due punti saranno sangue versato o linfa vitale per entrambe. Dell’Aquila, nei pronostici abbiamo detto (o vince il suo girone e vien promossa direttamente, o nei playoff rischia forte la consueta delusione). Della Virtus diciamo che si prospetta un campionato sulla falsariga di quello passato, in corsa per passare il primo turno sia della CoppaItalia sia dei PlayOff. Ma attenzione: lasciando perdere le inarrivabili (ma la carta spesso è velina) Milano e Venezia, ci sono squadre che, almeno sulla carta, sembrano più attrezzate e pronte della cara, vecchia V (Avellino, Torino e Sassari, ad esempio) mentre daremmo in calo la miracolosa Trento finalista scudetto.

Chi tiferà vedrà e che sprazzi dell’ineguagliata classe dell’immenso Ginobili, ora che a lui non serve più, si spanda benevola sui giocatori in nero/bianco/blu.

Basket City, anche se gli anni ruggenti sono lontani, rimane una febbre. Così, alla fine di un’estate che più appiccicosa non si ricorda, si ricomincia, nei bar e sul crescentone, a parlare di basket giocato, per ora, solo sulla carta in attesa della data della partita madre di tutte le sfide (per ora solo amichevole), quel 15 settembre che varrà come presentazione alle platee adoranti dei due team che affronteranno, uno da possibile outsider, la Virtus, l’altro come probabile favorita, La Fortitudo, i rispettivi campionati. E buon per noi, appassionati e malati, che le società, V ed F in ordine di categoria, abbiano già definito, in tempi eroicamente ristretti, le formazioni.

I giochi (quelli sulla carta) sono quindi fatti lasciandoci la possibilità di sbizzarrire la fantasia dei pronostici ben sapendo, ovvio, che solo chi non si lancia, nei pronostici, appunto, non falla.

E iniziamo, allora, con la vecchia (in tutti i sensi, ne parleremo) Fortitudo (mentre per sapere cosa a spetta la Virtus, sempre secondo noi ovvio, bisognerà pazientate qualche giorno).

La Fortitudo, dunque. Che potrà contare, in quintetto, su Fantinelli, Hasbrouk, Rosselli, Mancinelli e Leunen facendo partire dalla panchina Cinciarini (Daniele), Benevelli, Sgorbati, Venuto e Pini.

La sensazione, a prima lettura, è quella di una squadra, quintetto almeno, sontuoso. Fantinelli è il play, non giovanissimo, cercato da tutti nella serie cadetta: buona visione di gioco, personalità, struttura. Hasbrouk è un tiratore di striscia; già visto nella serie suprema (e guarda caso per due volte nelle fila dell’altra metà della città del basket) senza lasciare segnali indelebili di sé né rimpianti, mentre ha trovato al piano più basso la sua dimensione, soprattutto a Jesi. Un buon innesto, anche se giocare a Bologna, e per la promozione, inserito in un sistema che dovrà rivelarsi vincente, sarà diverso, e quanto, da fare il califfo in periferia. Rosselli, adesso, da ala piccola. Che dire che già non si sappia. Giocatore dal quozio superiore, ma lento, umorale, statico e con un anno di più. Da ala grande agirà l’eterno Mancinelli. Anche lui con un anno di più e la mobilità, la verticalità e il fiato inevitabilmente ne risentiranno. Per fargli trovare libere le oramai amate ed imprescindibili mattonelle in post basso, gli è stato cercato un cinque, di numero ma non di propensione, non ingombrante. Qui la scelta, affascinante ma pericolosa, è caduta su Leunen (sì proprio lui, l’antico guerriero Maarten, che a 33 anni è reduce da otto stagioni tra Cantù, cinque con una Supercoppa vinta, e tre ad Avellino sotto coach Sacripanti). Leunen, un vero crack per la categoria (ma che avremmo visto molto più inserito in un’altra realtà, magari proprio alla Vnera, ma di questo ne parleremo), è giocatore dalla classe sopraffina e dall’intelligenza cestistica superiore. Ala forte dal tiro mortifero (in carriera circa il 41% da tre), non è un atletista, ma buon difensore ed ottimo passatore. Per intenderci, uno Stonerook molto più tecnico che però, a differenza del ricciolone, non resterà negli annali non avendo vissuto gli anni rubati di Siena. Con il Mancio costituirà una coppia assortita che spesso si cambierà posizione e ruolo, ma piccola, bassa e poco atletica.

E proprio qui, sulla scarsa attitudine a corsa e salti, si giocherà la scommessa della stagione fortitudina. Considerando che nemmeno dalla panchina (il Cincia lo conosciamo, il Venuto cambio di Fantinelli ha 33 anni anche lui, gli anni del figlio d’arte Benevelli corrono lì vicino, Sgorbati è giovane ma chi vuole scommettere su quanto campo vedrà?, mentre Pini, l’unico lungo di ruolo e comunque sottodimensionato è pur sempre … Pini) si potrà spremere esplosività, quell’esplosività che, specie nel corso di una stagione lunga ed impegnativa, si è spesso dimostrata l’equazione vincente, diventa indispensabile vincere il proprio girone per poter usufruire di una delle due promozioni dirette (obbiettivo impegnativo, e difficile, per una squadra che, comunque vada a finire, l’anno venturo dovrà essere, di nuovo, rivoltata come un calzino usurato).Si dovesse arrivare, viceversa, a giocarsi l’ultima delle tre promozioni nel corso della solita riffa infinita dei playoff, credo si possa già immaginare come andrebbe a finire.

Una scommessa, quindi, la Fortitudo che si prepara a giocare da protagonista e forse favorita (si parla sulla carta, ovvio) questa ennesima stagione che dovrebbe essere di riscossa. I presupposti, le speranze in verità, ci sono: E la garanzia più evidente è stata la scelta del coach, quell’Antimo Martino che spesso, troppo spesso, ha fatto piangere le Fortitudo scombinate ed arrogantemente inutili delle ultime stagioni. Certo, il manico, per quanto esperto ambizioso e preparato (e che ha fortemente voluto mantenere accanto a sé il carisma e le conoscenze di coach Comuzzo), da solo non basta. Ma non si preoccupino i tifosi dell’Aquila: male che vada, a dare una mano ai veterani in campo, si potrà sempre pescare dalle scrivanie della società. Oltre al grande Carraretto, infatti, in società gioca un ruolo anche l’antico Devetag …

Le vacanze, le ferie, la villeggiatura, chiamate questo periodo come volete, sono ormai terminate. E, visto che anche l’estate sta finendo, è logico pensare che giorni affollati, giorni frenetici, giorni stressanti ci aspettino. Un ottimo modo per riappropriarci della routine quotidiana, in realtà per trovare un metodo do sopravvivenza dalla, potrebbe essere (altamente consigliato per vari ed ovvi motivi) profittare dell’ennesima possibilità che il Mast, la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologie di via Speranza 42, offre fino al prossimo 16 settembre: la mostra di W.EugeneSmith “Pittsburgh – portrait of an industrial city”.

Motivi per non farsela fuggire, a parte lo scherzoso, ma non poi tanto, consiglio iniziale, ce ne sono davvero tanti. Innanzi tutto, l’occasione di poter osservare dal vivo una parte, piccola ma significativa (circa 170 stampe vintage della collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh) del lavoro più concettuale e totalizzante di uno dei più importanti fotografi statunitensi (William Eugene Smith nasce a Wichita, Kansas, nel 1918. Studia fotografia all’Università di Notre Dame, nell’Indiana, e nel 1937 si trasferisce a New York, dove lavora come fotoreporter per “Newsweek”, “Collier’s”, “Parade”, “Time”, “Fortune”, “Look” e “Life”. Durante la Seconda guerra mondiale è corrispondente dalle isole di Saipan, Iwo Jima, e Okinawa, in Giappone. Nel 1947 entra nell’organico di “Life”, e dal 1955 entra a far parte dell’agenzia Magnum per cui accetta di realizzare un saggio fotografico su Pittsburgh di cui nel 1959 viene presentata una piccola parte: “Pittsburgh—W. Eugene Smith’s Monumental Poem to a City” e una versione del lavoro, con un layout di 36 pagine curato dallo stesso Smith, appare sulle pagine di “Photography Annual”, annuario della rivista “Popular Photography”. Nel 1971 presenta a New York e poi a Tokyo, dove vivrà fino al 1975, una grande mostra di oltre 400 fotografie curata da lui stesso. Nel 1977 si trasferisce a Tucson, Arizona, città in cui morirà l’anno successivo, dove gli viene assegnata una cattedra universitaria e dove il suo ricchissimo archivio entra a far parte della collezione del Center for Creative Photography dell’Università dell’Arizona).

E poi la possibilità, davvero rara, di poter confrontare le sue immagini con quelle della altrettanto imperdibile mostra “Usa’68” ospitata dallo stesso Mast al piano inferiore e di cui abbiamo ampiamente parlato in occasione dell’inaugurazione. Un confronto che potrebbe permettere ai visitatori più curiosi ed avvertiti di riconoscere il lavoro di W.E.Smith come punto di passaggio, potente e imprescindibile, tra il tempo dei fotografi della F.S.A. (Farm Security Administration, l’agenzia fotografica fondata nel ’37, in piena GrandeDepressione dal presidente Roosvelt allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante negli Usa e che operò fino al 1943 grazie al lavoro ed all’abnegazione di fotoreporter come Dorothea Lange, Walker Evans, Gordon Parks, Arthur Rothstein, Ben Shahn) e la stagione d’oro del fotogiornalismo degli anni ‘60/’70 (quella investigata dalla mostra “USA68”, appunto) dei Garry Winogrand, Lee Friedlander, Steve Shapiro, John Dominis, Art Shay, Bill Eppridge, Bob Gormel tra i tanti.

And the last but not the least, perdendosi nella visione, ci si potrà illudere di comprendere le motivazioni di una personalità complessa (il modo di Smith di portare avanti le commissioni ricevute era tortuoso, non consegnava mai un lavoro in tempo, non era mai soddisfatto del layout delle immagini, dell’impaginazione, dell’intensità delle foto stampate, delle didascalie, dell’intera presentazione della story), dibattuta (per un diverbio, abbandonò nel pieno della sua fama di fotografo per riviste l’impiego a “Life”) perennemente com’era in cerca dell’assoluto (ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana), la personalità di un fotografo, un uomo, che giustifica quanto di lui detto da Urs Stahel curatore della mostra: “… nella storia della fotografia nessuno mai aveva tentato questa impresa con una tale tormentosa veemenza: Smith non voleva rappresentare il sangue, lui cercava il sangue …”.

La battuta che forse più ricordiamo di Mary Astor, “… ebbene sì, sono un’inguaribile bugiarda …”, è quella con cui, nei panni di Ruth Wonderly/Brigid O’Shaughnessy, risponde ne “Il mistero del falco”, il film del 1941 di John  Huston, ad un giovane Humphrey Bogart/Sam Spade (un Boogie non ancora identificato dall’iconico smoking bianco del Rick di “Casablanca”) che la accusa di avergli mentito (la storia, per chi non la ricordasse, è bellissima e confusa un bel po’: non per niente è tratta dall’omonimo romanzo di Dashiell Hammett che, in quanto a complessità delle trame inventate, non aveva nulla da invidiare all’altro grandissimo suo contemporaneo, Raymond Chandler).

Ma per giustificare il come una simile frase debba identificare un’attrice, la Astor, al tempo all’apogeo della sua maturità, bravura e bellezza, un’attrice che fu una quasi stella sia del muto che del parlato e fu spesso lì lì per diventare una star di prima grandezza, ma fu condizionata da un aspetto sofisticato ed altero che le fu più di ostacolo che di aiuto (vinse un oscar, vero, ma come miglior attrice non protagonista ne “La grande menzogna” con Bette Davis mentre le fu negato quello da attrice protagonista per la performance nel già ricordato “Falcone”) e che, per dirla con le parole di Goldwin, la G della M.G.M., la Metro Goldwin Meyer, “… sembra una regina ma può parlare come uno scaricatore di porto …”),  bisogna fare un salto indietro. Solo di qualche anno per ricordare come anche prima, molto prima della pubblicazione di “Hush Hush” (la voce pettegola della Mecca del Cinema di fine anni ‘40) ed ancora più di “Hollywood Babilonia” (la prima e più completa bibbia sugli scandali e i si dice di fine anni ’50), scandali e pettegolezzi riempivano ugualmente  l’immaginario di chi, a vario titolo, frequentava e viveva le capitali del cinema. Avete letto bene, LE capitali. Allora, infatti, nei favolosi anni ’20 la Mecca del cinema era NewYork e solo successivamente, per una mera questione di incentivi fiscali, si spostò nella nascente megalopoli sulla costa ovest, El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de los Angeles del Rio de la Porziuncola di Assisi, ovvero, come internazionalmente e più sobriamente è conosciuta, LosAngeles.

Certo, prima, negli anni ’20, ci fu il cosiddetto CircoloDelCucito, la elite lesbo-chic che comprendeva, oltre MercedesDeAcosta e GretaGarbo anche star come MarleneDietrich, IsadoraDuncan, TallulahBankhead, MariaHuxley, AllaNazimova e SalkaViertel. Certo, nel 1921 ci fu lo scandalo Fatty Arbuckle dal nome, o meglio soprannome, dell’attore, regista e produttore Roscoe Conkling Arbuckle, intelligentissimo iniziatore ed inventore di tutta la lunga teoria del ciccione divertente che ebbe la sua massima espressione in Oliver Hardy (l’indimenticato Ollio). Uno scandalo alla cui base, ovvio, ci fu sesso e sangue. Una celebrity, forse LA celebrity dell’epoca che fa sesso (selvaggio, violento e alla fine sanguinoso) con una starlette sconosciuta. Nulla fu mai provato, specie la colpevolezza di Fatty, ma la sua carriera, una carriera di eccessi e sfrontatezze, non poteva essere sopportata dalla puritana e bigotta America wasp degli anni del proibizionismo e quindi andava annullata, distrutta, cancellata (tutti i suoi cortometraggi, sia quelli interpretati sia quelli diretti, furono bruciati e nulla, o quasi, rimane a testimoniare l’inventiva di quello che fu il vero iniziatore delle carriere dei grandissimi che tutti ricordiamo, da Charlie Chaplin a Buster Keaton).

Ma visto che non è di Fatty che vogliamo parlare, bensì di Lucille Vasconcellos Langhanke (il vero nome di Mary Astor), eccoci a questo ”I diari bollenti di Mary Astor – Il grande scandalo a luci rosse del 1936” un romanzo, uno romanzo assolutamente sui generis, impaginato come si trattasse di un supplemento del NewYorker ed arricchito dalle illustrazioni dell’autore Edward “Ed” Sorel (designer, illustratore e animatore statunitense che fondò nel 1954 i PushPinStudios, una delle culle del design americano moderno e che, oltre ad aver scritto e illustrato molti libri, ha firmato 44 copertine del «New Yorker», oltre a collaborare con “Vanity Fair”, “The Atlantic Monthly” e “Time”).

Il romanzo è la storia del diario che l’attrice scriveva conteggiando i numerosi incontri con uomini diversi che venivano rigorosamente classificati (“… sessualmente non mi controllavo. Bevevo troppo, e a tarda sera finivo per trovare qualcuno ‘molto attraente’ …”). Già questo avrebbe costituito motivo di scandalo. Ma se si pensa che i diari furono esibiti durante il processo per l’assegnazione della figlioletta Marylin dopo il divorzio dal marito (fedifrago e bigamo) Franklyn Thorpe si capisce come il procedimento abbia monopolizzato per lungo tempo le prime pagine dei quotidiani a scapito perfino delle notizie (siamo nel 1936) sulla tremenda crisi economica, ricordata come Grande Depressione, che mise in ginocchio l’economia della parte più nascosta e meno scintillante del paese a stelle (poche) e strisce (quelle lasciate dalle ruote dei carri dei contadini che abbandonavano le loro, ormai improduttive, fattorie).

Un romanzo che è la storia di varie ossessioni. Su tutte, due: quella dell’autore per l’attrice che aveva amato da giovane, e quella di Mary stessa che passò tutta la vita cercando di trovare un proprio equilibrio scappando dagli uomini (padre, mariti, lo stesso George Kaufman, l’amore della vita, che subito prima, durante e dopo il processo la abbandonerà preferendo al coraggio della verità il rinchiudersi nelle proprie fobie e idiosincrasie).

Il termine mecenate deriva da Mecenate, l’uomo politico che, al tempo dell’impero di Ottaviano Augusto, creò il celeberrimo “Circolo di Mecenate” all’interno del quale erano accolti i più illustri uomini di cultura del suo tempo, tra cui Virgilio e Orazio, Ovidio e Tito Livio e che permetteva loro di svolgere liberamente il proprio mestiere di uomini di lettere, proteggendo e favorendo la loro attività. Ancor oggi con mecenate si intende una qualunque figura, pubblica o privata, che promuova, proteggendoli, favorendoli e finanziandoli, progetti culturali.

Si capirà, quindi, come la figura del mecenate sia importantissima in una società in cui per vari problemi (ma non è certo questo il luogo per parlarne) la cultura spesso e volentieri è relegata in secondo piano rispetto a quasi qualunque altro aspetto della socialità.

Bologna sotto questo aspetto è una città particolarmente fortunata. Può contare infatti su ben due figure di mecenati  illuminati ed appassionati che investono tempo, risorse ed energie nello sviluppo di progetti dedicati alla comunità. Se di Isabella Seragnoli abbiamo parlato spesso per le mostre e le iniziative del Mast (la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia, il centro polifunzionale e spazio espositivo di via Speranza che ospita sia collezioni permanenti che mostre temporanee) non si può passare sotto silenzio l’esperienza dell’Opificio Golinelli di via Paolo Nanni Costa 14 voluto e realizzato dalla Fondazione Golinelli, esempio unico in Italia di “… ecosistema aperto in cui sono incentrate in maniera integrate le attività di educazione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico, incubazione, accelerazione, venture capital, divulgazione e promozione delle scienze e delle arti …” che promuove l’educazione scientifica e la creatività dei bambini, appassiona gli adolescenti alle scienze ed alle tecnologie, forma i futuri imprenditori mediante percorsi ed esperienze multidisciplinari, accompagna le scuole in percorsi innovativi di alternanza scuola-lavoro e sostiene l’innovazione didattica attraverso la formazione e l’aggiornamento degli insegnanti oltre a favorire l’integrazione tra ricerca, industria e mercato (mettendo al centro i giovani, le loro idee d’impresa, la ricerca scientifica e la capacità di produrre innovazione e nuova tecnologia anche mediante il trasferimento tecnologico grazie ad un approccio sperimentale, inclusivo e multidisciplinare, in un ambiente generativo che valorizza la contaminazione tra diverse competenze, esperienze e culture: umanistica, tecnica, scientifica, economica-finanziaria) e a promuovere attività di ricerca, divulgazione e intrattenimento in collaborazione con Università di Bologna, Comune di Bologna e altre istituzioni pubbliche e private.

Qui, però, vogliamo introdurre una terza realtà che pur non potendosi definire un mecenate vero e proprio (non si tratta di una singola personalità illuminata che vuole condividere le proprie possibilità) che, da anni, sta producendo cultura promuovendo, gratuitamente, valore sociale e culturale al territorio ed alla città.

Parliamo del CUBO, il museo d’impresa del Gruppo Unipol creato per trasmettere i valori del Gruppo stesso attraverso la cultura e l’arte. Uno spazio altro per Bologna, specie di piccola defense cittadina, tutti lo avremo notato percorrendo via Stalingrado dirigendoci dai viali verso l’autostrada:  è quella specie di onda o grande balena (ed infatti così è conosciuto, balena), una grande onda, o balena, che ospita un goloso ristorante sui generis e un altrettanto interessante caffè aperto fino a tarda ora (ecco il contatto con il nostro ricercato TirarTardi) che sovrasta la strada e sotto la quale è necessario transitare, sorta di ultimo step, prima di uscire dalla città. Qui, nella sua naturale appendice dei Giardini del CUBO, in spazi aperti elegantemente futuribili ma anche disabitati fuori dai canonici orari di ufficio, è possibile assistere, fino a fino al 18 settembre e con cadenza bisettimanale (il martedì ed il giovedì, il programma completo può essere recuperato sul sito del CUBO). Contemporaneamente, e da non perdere, nell’adiacente SpazioArte sarà possibile visitare la mostra “Tracce” che comprende una selezione delle opere della collezione che spazia da Marc Chagall ad Alberto Savinio, da Franco Gentilini a Mario Schifano, da Lucio Fontana a YanPeiMing. Un ottimo consiglio, fidatevi, per passare al fresco una serata diversa.

La fine. Peccato la fine di questo “Le dodici vite di Samuel Hawley” di Hanna Tinti ed ottimamente tradotto da Sandro Ristori. Peccato la fine (e, volendo, la copertina, una copertina che si iscrive di diritto al novero delle più brutte degli ultimi anni), dicevo, una fine che, come spesso in chi esce da una qualche scuola di scrittura (ed in questo, scrittura creativa, Hannah Tinti, nata nel 1972 a Boston, autrice della raccolta di racconti “Animal Crackers” e del romanzo “Il buon ladro” edito da Einaudi, insegnante di scrittura creativa alla New York University e cofondatrice ed editor della rivista letteraria “One Story” è sicuramente un’esperta), è affrettata e affastellata. Ma solo per quel che riguarda il redde rationem con il cattivo di turno, perché per il resto, compreso il finale per certi aspetti aperto che ci fa augurare ci siano, a breve, altre dodici vite dello stesso Sam Hawley da narrare e da leggere, il romanzo è uno di quei romanzi tossici, di quelli che, se li prendi in mano non riesci a staccartene, e contini a leggere e leggere, perché non puoi fare a meno di sapere come andrà a finire ed allo stesso modo, però, rallenti la lettura perché sai, lo sai benissimo, che quando arriverai alla fine sarà un qualcosa di bello che sarà terminato, il viaggio in compagnia di un amico caro e fraterno che tra poco non ci sarà più. Perché, diciamolo, chi non vorrebbe avere un padre, fratello, marito, amante, amico come il duro, durissimo, amorevole, affezionato, sincero, disponibile, unico, Samuel Hawkins, un uomo che tanto ricorda per certi versi il Roy Cady di “Galveston” di Nic Pizzolatto, un uomo dal corpo segnato da dodici cicatrici, dodici colpi ricevuti, dodici proiettili che hanno lacerato il suo corpo e la sua vita frastagliata e slabbrata, ognuno testimone di un altro posto visitato, di un ennesimo errore commesso, di un estremo amore perso o intravisto. Oppure, anche, chi non vorrebbe essere Loo, la sfortunata ma fortunatissima figlia amatissima al contempo amica e confidente dello stesso Sam, uomo e ragazza in viaggio alla ricerca di se stessi, un uomo e una bambina ancora perdutamente innamorati della sua Lily, amica e amante indimenticabile e mamma mai conosciuta, e per la quale, in ogni motel, in ogni baracca, in ogni casa dove si fermano, lui e Loo, nel perenne peregrinare della loro esistenza randagia aspettando di poter finalmente tornare a casa, quella casa sulla spiaggia, il mare subito di là dalla stretta striscia di sabbia, una casa in cui poter tornare alla vita, una vita di gamberi e pesci, alberi della cuccagna e la pigra consuetudine con la tranquillità ma anche con le invidie e i piccoli grandi problemi della infinita provincia statunitense, dove Sam potrà fare il pescatore come gli altri abitanti della cittadina, andare al pub a bersi una birra e aspettare che il tempo rotoli via e Loo si troverà a convivere con le difficoltà di inserirsi in una nuova scuola, i primi incontri con i ragazzi e le palpitazioni del cuore (qui siamo nella livida Olympus, Massachusetts, il nordest dei padri fondatori così lontano dalle lucentezze rassicuranti da Signora in Giallo), approntano un tempio fatto delle poche, povere cose che di lei si sono potute salvare.

Un racconto lirico e violento, dunque, un racconto debitore di tanta letteratura americana, anche alta (il ritornare ciclicamente della balena che, come nel “MobyDick” di Melville è simbolo sì di libertà ma in questo romanzo è anche auspicio di un futuro che promette possibilità) , un racconto che sa coniugare le atmosfere del thriller ai temi del romanzo di formazione, l’affetto di un padre alla violenza e al sangue, un racconto che staglia, nitido ed indimenticabile, il ritratto di due personaggi impossibili, eppure così veri.

Quando nel 1994 uscì “Forrest Gump” per l’interpretazione di Tom Hanks e la regia di Robert Zemeckis, molti si ricordarono di Chauncey Gardiner, il giardiniere interpretato dall’altrettanto formidabile Peter Sellers nell’immaginifico “Oltre il giardino” diretto da Hal Ashby ed altrettanti, forse straparlando, si rifecero invece al “Candide” di Voltaire. Nessuno però, a mia memoria (fallace la memoria, ne convengo, e quindi potrei venire, e mi piacerebbe, facilmente smentito), si ricordò dell’Antonio Roquentin, protagonista suo malgrado (prendendo a prestito una definizione di Louis-Ferdinand Celine tratto da L’Eglise, “… un giovane senza importanza collettiva, solo un individuo …” ) de “La Nausea” di Jean-Paul Sartre. Spiegare come e perché apparentarli non è cosa da poco e non è certo questo il momento, il luogo, né, oggettivamente, ne avrei il tempo. Soprattutto se il fine di queste poche righe è pur sempre quello di consigliarne la lettura (si parla, ovvio, del romanzo di Sartre). Ipotesi azzardata, condivido, ma d’altronde sto anch’io straparlando. Eppure due suggestioni di riconoscibile immediatezza a corroborarne la possibilità e/o per indirizzare i pochi ma avvertiti lettori, non me e ve le voglio fare sfuggire. La prima, banale e di traduzione, si rifà ad un pensiero dello stesso Roquentin, storico di professione, che, dopo anni viaggiati in oriente perseguendo il proprio lavoro, alla richiesta di un tal Mercier di aggregarsi a lui per una spedizione nel Bengala, non si perita di rispondergli (ed in questo parafrasando od essendo parafrasato dal Forrest Gump esausto podista) “… vi ringrazio, ma credo di aver viaggiato abbastanza; adesso bisogna che rientri in Francia …”. La seconda, più seria, o forse solo più affastellata dai ricordi intellettualoidi derivanti da uno dei tempi che furono (ma questa è un’altra storia) propone di vedere le due storie, quella all’apparenza lieve e propositiva di Forrest e quella assai più greve appesantita com’è dal dolore dell’esistere di Antoine, come lo stesso film ma visto l’una volta in positivo e l’altra in negativo. O ancora, se si vuole, come si favoleggiava bisognasse ascoltare “Gimme Shelter” dei Rolling Stones, singolo strepitoso tratto dall’album “Let it bleed”, musicalmente forse la più dura presa di posizione contro la guerra, che però, se fatta girare al contrario sul piatto del giradischi, avrebbe suonato un inno all’innominabile abitatore degli inferi.

Tornando a noi, a “La Nausea” nello specifico, il romanzo, per dirla con le parole dello stesso Sartre, “… non è un attacco alla borghesia, ma lo è in gran parte … in un certo senso, la nausée è la conclusione letteraria dell’ uomo solo …”. L’uomo solo, dunque. L’individuo che si oppone alla società con l’indipendenza del proprio pensiero, ma che non deve nulla alla società e su cui la società non può nulla, perché è libero. L’Uomo Solo, dunque: “… il pensiero fondante di tutto ciò che, appena uscito dalla Normale, pensavo, scrivevo, vivevo prima del 1939 … durante  l’intero anteguerra non ho avuto opinioni politiche, ascoltavo quanto diceva Nizan che era comunista, ma ascoltavo con uguale attenzione Aron (lo stesso Aron che di lui, Sartre, dirà “… invidiavo la sua facilità dello scrivere, la ricchezza dell’immaginazione, costruzione del mondo delle idee, straordinaria fecondità del suo spirito e della sua penna … avevo la sensazione che sarebbe diventato quello che diventò filosofo, romanziere, drammaturgo, professore dell’esistenzialismo, premio nobel della letteratura …”) o altri che erano socialisti … quanto a me, ritenevo che il mio destino fosse scrivere e non vedevo affatto la scrittura come attività sociale … giudicavo i borghesi maiali e pensavo di essere autorizzato a rendere pubblico tale mio giudizio … “.

Un uomo solo, dunque, Roquentin che, dopo aver viaggiato a lungo si è stabilito a Bouville dove abita in un albergo per commessi viaggiatori e scrive una tesi di storia su un avventuriero del XVIII secolo, il signore di Rollebon. Abbandonato dalla donna amata, Antoine perde goccia a goccia il proprio passato sprofondando nella consapevolezza senza senso della propria vita. Allora comincia la sua vera avventura, una metamorfosi insinuante e dolcemente orribile di ogni sensazione. Ed è la Nausea, la Nausea che prende a tradimento e fa galleggiare in una tiepida palude temporale, che in breve arriva a permeare ogni cosa fino a confondersi inesorabilmente con l’esistenza stessa.

 

Il 13 marzo 1853 chi avesse letto approfonditamente le pagine del NewYorkTimes, avrebbe forse notato un trafiletto che pubblicizzava la pubblicazione il giorno dopo sul SundayDispatch, un settimanale concorrente, della prima puntata di un romanzo anonimo, un romanzo che avrebbe trattato di … filosofia, filantropia, pauperismo, legge, criminalità, amore, matrimonio e così via.

Nulla di che quindi, nemmeno per tempi in cui il lettore non molto altro si aspettava da un romanzo d’appendice. Non fosse che, nel 2016 grazie al lavoro ed alla dedizione di un giovane studioso, quel testo anonimo fu riconosciuto come un romanzo perduto di Walt Whitman, il grande padre della poesia americana (suo il fondante “Foglie d’erba”, poesie che anticipano profeticamente tanta e tanta, per non dire tutta, la letteratura nordamericana che conosciamo) e come tale, romanzo ritrovato di Whtiman, stampato dalla UniversityOfJowaPress con il suo titolo originale di “Vita e avventure di Jack Engle” (in Italia tradotto nel 2017 da Mattioli 1883). Ma perché la riedizione di un romanzo appartenente di diritto al filone del city mistery novel (come detto, il romanzo d’appendice) tanto scalpore suscitò? Sostanzialmente, perché quel testo costituisce, cronologicamente in quanto scritto contemporaneamente o quasi, il momento di passaggio tra il Whtiman precedente (quello attivo fino al 1848 circa cioè, ritenuto un comune giornalista e poco più di un poeta convenzionale) e il Whtiman autore di quella che viene considerata “… la bibbia in versi della democrazia americana …”. Il valore del romanzo, dunque, una storia “… di buoni e cattivi, puri e corrotti, squallidi figuri ed amici veri, genitori adottivi e naturali (cui si aggiungono una ballerina spagnola, un’affascinante giovane quacchera, un provvidenziale e giocoso cagnolone nero, un  lattaio dal cuore buono), tragedie del passato e speranze per il futuro, insomma una fantasia dickensiana ambientata in una NewYork vitale ed inconsueta fatta di una girandola di strade, teatri, barche, cimiteri, stanze misere e casette linde …”, starebbe nel suo testimoniare il processo della scoperta personale di Whitman stesso. Non si tenesse conto del suo costituire comunque una lettura godibilissima e avvincente, emozionante e commovente che molto riporta alle buone letture di una volta come potevano essere “Tom Sawyer” o “L’isola del tesoro” e anche il “Christmas Tale” che introdusse la mitica figura di Uncle Scroogle,  testi ai quali questo si apparenta non fosse altro per lo spirito positivo e l’ironico assunto di fondo.

Una lettura perfetta, insomma, per questi lunghi pomeriggi estivi.

A me De Cataldo non piace. Una scrittura troppo vecchia, troppo banale, troppo inutile, la sua. Per intendersi, scrive come scriverebbe mia nonna (questo no, mia nonna era non dico analfabeta, ma aveva solo la terza elementare e lo scrivere, per lei, era roba da letterati, da laureati, da gente che avesse studiato) e non credo nemmeno che le sarebbe piaciuto, sempre a mia nonna, leggerlo (per leggere, lei leggeva, e tanto: ricordo che all’ultimo le piaceva “Conan” di Robert E.Howard, le regalai tutta la saga e ci scambiavamo i romanzi e sapessi dove li ho messi, mi piacerebbe rileggerli).

E quindi un po’ ero perplesso da questo “Giochi Criminali”, raccolta di racconti, gialli appunto, a quadruplice firma (DeCataldo, DeGiovanni, DeSilva, Lucarelli) appena, è l’estate bellezza, rieditati da Einaudi.

Poi l’antica sodalità per Carlo (Lucarelli) ha prevalso e quindi …Quindi eccoli qua questi racconti che vedono agire, investigare, proporsi a deus ex machina o protagonisti i personaggi altrimenti conosciuti dei quattro scrittori: la professoressa Blasi (“Medusa” di Giancarlo DeCataldo), il commissario Ricciardi (“Febbre” di Maurizio DeGiovanni), l’avvocato Malinconico (“Patrocinio gratuito” di Diego DeSilva) e l’ispettore Grazia Negro (“A Girl Like You” di Carlo Lucarelli).

Ma entrando nello specifico dei quattro racconti, iniziamo proprio da DeCataldo e dalla sua medusesca professoressa protagonista di, appunto, “Medusa”, una donna che al di là degli intenti dello scrittore, non riesce a giustificare né le premesse né le promesse dell’autore né tantomeno a soddisfare le aspettative del lettore (e a nulla vale il promettente incipit, “… Emma detestava i gatti. Considerava il binomio donna-gatto corrivo e scurrile. Peggio: melenso. Roba buona per le bambine con il fermacapelli perse dietro la principessa Sissi …”, il resto, subito dopo, torna alla norma della scrittura di DeCataldo: piatta e noiosa e caratterizzata dalla adrenaliticità e fantasia che può regalare la lettura della lista di una spesa vegana; naturalmente, però, chi apprezza l’autore, troverà il racconto soddisfacente per le proprie aspettative).

Allo stesso modo soddisferà il lettore assiduo o anche solo affezionato, il racconto di DeGiovanni, “Febbre”, in cui il commissario Ricciardi (novello Dante alle prese con la propria personalissima comedia, “… preferisco sopportare da solo il peso di vedere decine di morti mischiarsi ai vivi nelle strade, fermi agli angoli in una giornata di primavera, o sotto la pioggia dell’autunno, immobili con le ferite sanguinanti e la vita che fluisce fuori dai corpi martoriati, a ripetere senza sosta l’ultimo mezzo pensiero amputato, solo per i miei occhi e per le orecchie del mio animo straziato …”) si trova ad indagare nell’ambiente del lotto napoletano, delle sue credenze e delle sue superstizioni, delle sue cabale e dei suoi assistiti, delle sue ricevitorie e delle sue bische clandestine in una Napoli bellissima e crudele, avvolgente e refrattaria, una città che pare invasa da innumerevoli febbri con “… i reduci che tornavano dal fronte esibendo mutilazioni bluastre mal fasciate, bende su orbite svuotate da bombe e schegge, espressioni straziate da orrori mai immaginati prima ed ora impressi per sempre nella memoria …” e assai pericolosa con “… le squadre nere la attraversano marciando e cantando a squarciagola …”.

Per DeSilva, e il suo “Patrocinio gratuito”, il discorso cambia. Ammetto la mia ignoranza (non conoscenza), di questo DeSilva non avevo letto nulla prima. E nulla leggerò da adesso in poi. Certo il racconto non è la prova più semplice per uno scrittore, troppo esiguo lo spazio a disposizione per dispiegare in pieno la propria prosa e declinare in pieno la propria poetica. Però, proprio per questi stessi motivi, il racconto è il banco di prova inequivocabile delle capacità di un autore. Autore che, in questo caso, fa chiedere perché abbia avuto la possibilità di pubblicare. Malignando, si può ipotizzare una stampa in proprio (quanti pagano il proprio libro d’esordio) o una qualche forma di voto di scambio o, ancora, l’esistenza di rapporti parentali tra editore ed editato. Al di là delle battute, resta la sensazione che chiunque (ma davvero chiunque chiunque), basterebbe essere disabituati alla lettura e non nutrire alcun interesse alla scrittura, alle sue regole ed alla sua bellezza, potrebbe scrivere le stesse cose allo stesso modo e con gli stessi risultati. Piatta e banale la prosa, piatta e banale la storia, piatti e banali se non ridicoli i personaggi, il modo in cui parlano, le motivazioni che li spingono, addirittura il modo in cui le rispettive personalità vengono cesellate. Facendo dubitare possa questo racconto soddisfare le aspettative di chiunque.

Rimane Lucarelli. Lucarelli e la sua Grazia Negro alle prese con questa “A Girl Like You”. Nulla di nuovo, nemmeno in questo caso. Anche Lucarelli è sempre lui. Ma che classe, che capacità di scrittura, che gestione degli spazi e dei tempi. E che voglia, che urgenza, che lascia in chi legge di continuare a leggerlo per sapere come finirà (la storia del racconto, lasciata volutamente aperta per un futuro, si spera, continuum, e la storia dell’ispettore Negro alle prese con una, duplice, maternità). Un maestro, un gigante tra pigmei.