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Author: Tiberio Rabboni

La ciclovia del Sole è un progetto di strada ciclabile italiana all’interno dell’itinerario EuroVelo 7 tra Capo Nord e Malta. Il progetto collega su strade riservate a ciclisti e pedoni o a bassa densità di traffico motorizzato il Brennero con Verona, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Palermo e Cagliari. Al momento è realizzata la parte che dal Brennero arriva a Verona, seguendo il corso dell’Adige, e Mantova. Alla Città metropolitana di Bologna è affidata la progettazione, il coordinamento e l’attuazione del tratto Verona-Bologna-Firenze che tra itinerario principale e varianti contempla circa 140 km di pista ex-novo, 380 km da riqualificare, 150 km esistenti. Le dotazioni finanziarie ad oggi disponibili consentiranno di realizzare entro il prossimo quadriennio il tratto Mirandola-Sala Bolognese, il contiguo raccordo con Bologna e il tratto Pian di Venola (Ponte di Sperticano) – Riola di Vergato. 


Non è necessario sottolineare come tutto questo rappresenti quella opportunità attesa da decenni per valorizzare la mobilità ciclistica e le grandi potenzialità dell’Italia sul mercato cicloturistico internazionale. Ho deciso di esprimere il mio apprezzamento al progetto provando uno dei tratti che non ha bisogno di nuove infrastrutture dal momento che si sviluppa su strade secondarie a bassissima densità di traffico motorizzato (credo di aver incontrato 10-15 auto in tutto!): Riola-Pistoia via Acquerino. Parto da Riola in ossequio all’itinerario principale ma il percorso potrebbe essere facilmente intrapreso anche da Porretta Terme. La destinazione è il lago di Suviana. 


Si sale a Badi per proseguire a sinistra e dopo qualche chilometro ancora a sinistra nella verde ed incantevole valle del Limentra di Treppio. Lungo la strada si incontrano piccoli borghi dai nomi estremamente eloquenti: Torri, Lentula, Fossato, Acqua, Monachino, Acquerino. 


Si procede accompagnati dal rumoreggiare instancabile delle acque e dal costante sospiro della boscaglia fittissima. Sulla sommità si è accolti da una enorme fontana e dal centro visita della riserva naturale statale che su 243 ettari di superficie protetta ospita faggete, boschi da seme, piante rare, piccoli e grandi mammiferi (cervi, caprioli, daini, cinghiali, faine, volpi, lupi), sparvieri, poiane e qualche aquila.


Prima della lunga discesa verso Pistoia si percorre qualche chilometro di alta strada panoramica da cui si domina la pianura toscana e l’ormai unicum urbano Pistoia-Firenze-Prato. 


Scendendo si rimane colpiti dal rapido mutare del micro clima e del paesaggio: ovunque alberi di olivo, completamente assenti nel precedente tratto in salita. 


Arrivato a Pistoia invio un pensiero di gratitudine ai decisori politici e alla Federazione degli Amici della Bicicletta ma abbandono la “ciclovia del Sole”. 

Non ho voglia rifare la stessa strada a ritroso. Prendo la statale 64 Porrettana fino al valico della “Collina”e da lì velocemente scendo verso l’iniziale partenza.

Di ritorno dalla Infausta crociata di Damietta (1221) un gruppo di cavalieri bolognesi edificarono, come ex voto, un Oratorio dedicato a Santa Caterina d’Alessandria sulla sommità di Montovolo, un monte di 962 metri di altezza nel territorio dell’attuale comune di Grizzana Morandi, a fianco di un’altra, più antica, costruzione sacra dedicata, in anni recenti, alla Beata Vergine della Consolazione, per molti secoli luogo di culto e devozione popolare, santuario diocesano.  Sicché Montovolo divenne il Sinai dei bolognesi. D’altra parte le basiliche bolognesi di Santo Stefano e San Giovanni in Monte erano considerate la trasposizione locale della Santa Gerusalemme e del Santo Sepolcro. Il Sinai di Montovolo è un’ottima meta per una escursione ciclistica: panorami mozzafiato, borghi medioevali intonsi, strade deserte, natura e silenzio. A Riola di Vergato si prende la strada per Suviana. Dopo un chilometro si gira a sinistra direzione Campolo. 

Salendo si può osservare l’incanto della Rocchetta Mattei ed alcune ville realizzate nel medesimo stile “eclettico” del castello. Sulla strada per Campolo non si può non fare visita al borgo medioevale della Scola, antico avamposto militare ai confini tra l’Esarcato e la Longobardia pistoiese, edificato nelle attuali forme tra il 1300 e il 1500, uno dei meglio conservati dell’intero Appennino. 

Più su, la piazzetta di Campolo è presidiata dalla statua dello “scalpellino” a testimonianza dell’antica vocazione del luogo alla lavorazione della pietra. Nella zona di Montovolo e Monte Vigese fin dal medioevo esistevano cave di pietra arenaria usata per realizzazioni artistiche e monoblocchi imponenti.

Alla sommità del Montovolo si viene accolti da una foresteria, accessibile previa prenotazione, e subito dopo dal santuario della Beata Vergine della Consolazione, dove lo sguardo è immediatamente attratto dalla lunetta sul portone che reca la scritta: A. D. MCCXI R. O. I. P. vale a dire “Anno domini 1211 Regnante Othone ImPeratore”. 

Un po’ più in alto l’Oratorio di Santa Caterina e poi l’incredibile e amplissimo panorama  mozzafiato sulle vallate sottostanti.

 Lì vicino un cippo ricorda i 12 ragazzi dell’istituto Salvemini uccisi dall’aereo militare il 6 dicembre 1990. 

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Le strade del ritorno propongono diverse alternative. 

L’itinerario a ritroso o, molto più affascinante, all’ingresso di Campolo alto, la prima strada a sinistra, la via degli Sterpi, che attraverso alcuni piccoli borghi incantati porta alla provinciale per Vigo, altro borgo delizioso, da dove si può proseguire per Camugnano e Riola o scendere direttamente a Ponte di Verzuno verso Riola per le pendici del “Sasso di Vigo”, rilievo di interesse geologico facilmente riconoscibile per la mancanza di vegetazione e per la caratteristica base a forma arcuata. 

Il fiume dei bolognesi, il Reno, nasce a Prunetta, frazione di San Marcello Piteglio, nel vicino appennino pistoiese e sfocia, dopo un percorso di 212 chilometri, nel Mare Adriatico, a Casal Borsetti, Ravenna. E’ un fiume italiano grande ed importante, il sesto tra quelli che sfociano in mare. Nel corso dei secoli ha plasmato i territori attraversati, le loro economie ed organizzazioni sociali. Difficile considerarlo anche bello. Nella bassa pianura le acque sono di un colore improbabile, gli argini-indispensabile segregazione protettiva-un tratto paesaggistico monotono ed uniforme, molte delle parti in alveo a monte della Chiusa di Casalecchio hanno l’andamento tipico del torrente con il rapido alternarsi degli estremi stagionali.

Le cose cambiano nella medio-alta valle del Reno. Se cercate panorami fluviali finalmente romantici, belli e naturali, siete nel posto giusto. Se poi volete esagerare prendete la bicicletta e risalite con calma le strade che portano “lassù” dove tutto ha inizio, alla sorgente del fiume Reno. Si parte da Riola di Vergato sulla statale 64, dove fan bella mostra di sé la Chiesa di Alvar Alto e la Rocchetta Mattei, dopo aver attraversato Porretta Terme e Ponte della Venturina si gira a destra sulla strada provinciale 632 “traversa di Pracchia”. Qui inizia l’attraversamento di una valle “incantata”, verde, boscata e selvaggia, dove il tempo sembra essersi fermato. 

Dopo qualche chilometro si incontra Molino del Pallone con la sua ampia ed ospitale spiaggetta fluviale, poi Biagioni e Setteponti, confine tra Emilia e Toscana. Quindi Pracchia, frazione montana del Comune di Pistoia, poco prima della quale, svoltando a destra, si raggiunge Orsigna, il borgo appenninico amato dall’indimenticato Tiziano Terzani. 

A Ponte Petri ci si immette sulla statale 66 pistoiese in direzione Passo dell’Oppio, 821 metri slm, spartiacque tra il versante Adriatico e quello Tirrenico. Qui lasciamo momentaneamente la strada che affianca il Reno per visitare nei dintorni alcune cose irrinunciabili. La ritroveremo sulla via del ritorno. Si attraversa Campo Tizzoro, già sede dei grandi stabilimenti metallurgici SMI di inizio novecento, poi Limestre, sede del grande complesso, nonché oasi ambientale “Dynamo Camp”, dedicato alla terapia ricreativa per i bambini affetti da patologie gravi, sull’esempio dell’analoga gemella americana, fondata da Paul Newman, San Marcello pistoiese ed infine Mammiano, passato il quale si prende a sinistra la strada che sale a Prunetta, non prima di avere ammirato il cosidetto “Ponte sospeso”. 

Una passerella pedonale di 227 metri di lunghezza che collega senza sostegni intermedi i due versanti del torrente Lima tra Mammiano Basso e Popiglio. Costruita nel 1923 dal direttore del locale stabilimento SMI per accorciare agli operai residenti a Popiglio un percorso ordinario, altrimenti lungo più di 6 chilometri, è stata inserita (1990) nel Guinness dei primati come “il più lungo ponte sospeso pedonale del mondo”.

Dopo 11 km di media salita si arriva a Prunetta, la meta del nostro viaggio. Un cartello sul lato sinistro della strada indica la sorgente. Qualche centinaia di metri ancora e il traguardo è raggiunto. 1020 metri slm! Le prime acque del Reno sgorgano fresche da una cannella un po’ arrugginita di una rustica fontana che volontari e comune hanno opportunamente realizzato. Doverosa foto di rito con la borraccia, equivalente ciclistico dell’ampolla di bossiana memoria. 

Il ritorno è all’insegna della leggerezza: 30 km di discesa a fianco del Reno che, da iniziale giovane rigagnolo, diventa via via ruscello, rio, fiumetto, fiume, pronto e disponibile al lavoro e a tutto il resto. Eccolo a Le Piastre industriarsi per far ghiaccio commerciale! 

“Ho girato il mondo da cronista ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio”. Un legame intimo, speciale, identitario. Enzo Biagi era nato a Pianaccio, piccolo borgo appenninico, frazione del comune di Lizzano, il 9 agosto del 1920. Non ancora adolescente si trasferì con la famiglia a Bologna e poi, adulto, a Milano. Giornalista, scrittore, conduttore televisivo di successo e, soprattutto voce libera, mai prona ai poteri politici ed economici, conosciuta e stimata nel mondo intero. Non si staccò mai da Pianaccio e dai luoghi dell’infanzia, dove conservava la casa di famiglia e tornava periodicamente. Ci sono tornato anch’io. Per rendere omaggio ad un italiano di cui sono orgoglioso e per capire le ragioni di un radicamento appenninico così profondo ed intimo. Ovviamente in sella alla bicicletta. Sulle due ruote è tutto più vero ed immediato. Dal fondo valle Reno (località Silla) si prende la SP324 Passo delle Radici. Prima dell’abitato di Lizzano si gira a sinistra su una strada comunale che per un lungo tratto affianca le rigogliose acque del torrente Silla per poi salire, attraverso una fitta boscaglia, fino ai 915 metri slm dell’antico borgo di Monte Acuto delle Alpi. Dopo qualche chilometro si incontra la deviazione per Pianaccio. Qui, si è accolti da un edificio di forte impatto, una ex colonia montana del 1927, dove ha sede il centro visita del Parco regionale e il Centro documentale Enzo Biagi con una vastissima raccolta di immagini, audiovisivi ed opere.

Nel cortile antistante l’edificio lo sguardo è attratto da una scultura a grandezza naturale che riproduce un affabile Enzo Biagi seduto su di una panchina. L’opera è dell’artista giapponese Yasuyuki Morimoto. 

L’abitato è su un ridotto pianoro, da cui probabilmente il toponimo Pianaccio, costellato dalle tipiche case montane, alcune datate 1513. La piazzetta ospita una piccola chiesa a fronte della quale si può ammirare un castagno vecchio di almeno trecento anni. 

Lasciato Pianaccio si sale a Monte Acuto delle Alpi, un tempo castello inespugnabile, con torre merlata, cisterna e ponte levatoio, presidio fortificato dei commerci tra Bologna e Firenze. Il Borgo appare come sospeso tra terra e il cielo e il panorama è mozzafiato. 

Ripresa la bicicletta si torna sulla SP324 del Passo delle Radici per salire e attraversare Lizzano, Vidiciatico e la Ca’ (920 metri Slm). 

Da lì si prosegue a destra verso Chiesina Farne’, un piccolissimo borgo ricco di storia, di leggende e suggestioni. Non c’entra nulla, credo, con Biagi ma è luogo di grande fascino e mistero. Come tutto l’appennino, del resto. 

Qui nei primi anni del secolo scorso sorse per pochi mesi quella che lo scrittore lizzanese Galileo Roda ha definito la “Repubblica rossa del Dardagna”, ovvero l’embrione di una società di persone libere e uguali, rapidamente soffocata nel sangue. L’insediamento ha antiche origini celtico-liguri e presenta diverse particolarità distintive: i camini rotondi, che si trovano soltanto qui, sormontati da una pietra conica che può anche essere lavorata; le “mummie”, ovvero maschere o facce di pietra scolpite sulle facciate delle case, con valenza beneaugurante; la misteriosa enclave Lanzichenecca. 

Pare che all’indomani dell’assedio di Firenze da parte di Carlo V e della sconfitta di Francesco Ferrucci a Gavinana un gruppo di mercenari Lanzichenecchi, stanchi di combattere, decisero di mettere su casa da queste parti. Della loro presenza e di quella dei loro discendenti sarebbero indiscussa conferma l’attiguo borgo Ca’ Lanzi, il ritrovamento nel locale cimitero di ossa umane enormi (pare che i Lanzichenecchi fossero molto alti), l’irrituale presenza all’interno della chiesa cattolica di un pozzo funerario cumulativo per gli acattolici (i Lanzichenecchi erano Luterani) e l’usanza di mettere fuori dalle abitazioni volti di pietra com’era nelle tradizioni delle popolazioni del nord Europa. Leggenda o storia? L’Appennino è anche il piacere del mistero.

Ben ritrovati, amici. Questa volta non vi tediero’ con le meraviglie dell’agricoltura bolognese e regionale. L’argomento è stato già ampiamente trattato nelle 52 puntate della precedente rubrica, attualmente in stand by, “Viva la campagna”, che cultori, nostalgici e nuovi arrivati, potranno, se interessati, consultare cliccando l’apposita stringa del blog “Il Tiro”. Vi racconterò invece delle esperienze di un maturo cicloturista-un tale che conosco abbastanza bene- alla scoperta del fantastici luoghi dell’Appennino tosco-emiliano. Lo scopo? Testimoniare quello che molti ignorano: l’Appennino ha delle cose uniche che vale la pena di vedere e conoscere. Visitarlo con la bicicletta offre la possibilità di un coinvolgimento altrimenti impossibile: profumi, colori, silenzi, natura, flora, fauna, biodiversità, panorami mozzafiato, vette, laghi, boschi, asperità, emergenze ambientali, castelli, borghi, pievi, luoghi della tradizione, cibi artigianali e della agrobiodiversità montanara. E poi un sommesso invito a muovere il culo. Pedalare sugli appennini fa bene alla salute e all’umore! Fatta questa doverosa premessa vengo al primo itinerario cicloturistico. Una sorta di prologo, breve ed esemplificativo.

Si parte da Porretta Terme salendo verso Castel di Casio sulla SP52. Dopo Pian di Casale si devia a sinistra verso Savignano, piccolo borgo già sede dell’omonimo castello distrutto dai bolognesi nell’anno 1293. Si viaggia su di una strada panoramica che per lunghi tratti percorre il crinale tra la valle del Reno e quella del Limentra. Proseguendo si scende verso la affascinante Rocchetta Mattei

e quindi da li, a destra, verso Castel di Casio, prima sede fortificata dei Capitani della montagna, dove ancora troneggia la possente Torre medioevale (oggi mozza) edificata nell’anno 1219.

Dopo un giro all’interno del Castrum si sale alla localita’ Capanna dei Moratti., quindi a Lizzo e infine al Monte di Badi a circa 810 metri di altezza slm. Qui la sosta è obbligatoria sia per riprendere fiato, sia, soprattutto, per il piacere di uno sguardo panoramico sulla ampia valle che accoglie il lago di Suviana e per ammirare la splendida chiesetta romanica di Sant’Ilario (edificata nel 1100 circa)

e l’incredibile bosco di castagni plurisecolari, tra i quali la leggendaria “osteria del bugeon”, vale a dire un castagno cavo di 8,65 metri di circonferenza dove un tempo, si narra,  venivano accolti fino a 12 avventori!

Finita la visita si può tornare alla base. Non prima di un indispensabile controllo ai freni della bicicletta! Da Monte di Badi a Porretta la strada è tutta in discesa. Attenti alle curve e all’ebbrezza della velocità.

#vivalacampagna va in pausa estiva!

Un anno fa scrissi che la campagna italiana non era più quella descritta dall’impetuoso Nino Ferrer, nell’inno ecologista degli anni 70, “viva la campagna”. La diffusione dell’agricoltura industriale super produttiva con l’introduzione dei ripetuti trattamenti chimici, di nuove razze animali e varietà vegetali iperproduttive, l’abbandono di quelle tradizionali, lo sfruttamento intensivo dei suoli e delle risorse naturali, l’esasperata meccanizzazione, la globalizzazione delle malattie animali e vegetali, aveva nel frattempo alterato pesantemente i residui equilibri naturali dell’habitat contadino, come testimoniato dalla scomparsa delle lucciole, delle rondini, dei pipistrelli, delle rane e di tante altre sentinelle ambientali. Dopo il boom iniziale, tuttavia, anche l’agricoltura super produttiva ha conosciuto una crisi di rigetto: è cresciuta la domanda di biologico e di prodotti naturali, della tradizione e della biodiversità, le grandi catene distributive pretendono prodotti vegetali a residui zero, l’UE ha imposto forti limitazioni nell’uso dei pesticidi e ha finalizzato gli aiuti agricoli comunitari a politiche di “greening”, si incentivano le rotazioni colturali e l’incremento della sostanza organica nei terreni, il risparmio irriguo, l’efficentamento energetico, ecc. In altri termini e’ in atto un tentativo di riconversione verde dell’agricoltura europea trainata soprattutto da una nuova consapevolezza dei consumatori e dei media.

La nostra rubrica nel corso di questo primo anno ha cercato di contribuire a questa indispensabile riconversione raccontando i prodotti agricoli ed agroalimentari della tradizione e della biodiversità emiliano-romagnola; quelli, in sostanza, che nonostante tutto non si sono omologati e hanno conservato nel tempo il rispetto per gli equilibri  ambientali e la dignità delle persone.

Speriamo di esserci riusciti e di poter tornare a cantare, magari in coro, perché attuale, la vecchia e simpatica canzonetta di Nino Ferrer “viva la campagna”.

Con il termine “frutti di bosco” si indicano vegetali di diversa classificazione botanica accomunati da un unico ambiente di crescita: il bosco e le macchie di vegetazione selvatica, quasi sempre di collina e montagna, qualche rara volta di pianura. In questi contesti la loro crescita e’ spontanea. Nei dintorni vengono invece coltivati. La domanda di mercato e’ in forte crescita e gli impieghi sono molteplici. Sono ricercati ed apprezzati per il sapore, il colore e il profumo e per le note proprietà terapeutiche o benefiche. Svolgono infatti un’importante azione antiossidante, depurante e dissetante, nota fin dall’antichita’. Già gli antichi romani usavano decotti di foglie di more e lamponi per far cicatrizzare ferite, guarire infiammazioni della gola, combattere la stitichezza. Nel Medioevo le emorroidi venivano curate con le foglie di mirtillo. Le virtù delle more vennero descritte da Baldassarre Pisanelli nel 1583 nel trattato di medicina sulle proprietà benefiche degli alimenti (Trattato de’ cibi e del bere).

Negli anni 50 del 900 il medico belga Pol Henry, inventore della gemmoterapia, una forma di cura che si basa sull’uso di gemme e giovani getti macerati in alcol e glicerina, ricchi di fattori ormonali vegetali, indico’ nella famiglia dei frutti di bosco, quella più importante per questa specifica fitoterapia. Infine alcuni brevi flash: i Lamponi hanno sapore dolciastro, colore rosso-giallastro, proprietà diuretiche ed antiossidanti, i germogli e le foglie proprietà astringenti; i Mirtilli sono di colore nero e contengono alte concentrazioni di potenti antiossidanti che migliorano la circolazione sanguigna rinforzando le pareti capillari; le More hanno sapore dolcissimo e colore totalmente nero, contengono importanti antiossidanti, le foglie e germogli sono usati per curare le faringiti; le fragoline di bosco “selvatiche” contengono anch’esse antiossidanti; il Ribes ha polpa dolce-acidula e svolge un’azione diuretica ed altamente antiossidante.

Ferruccio Lamborghini, il creatore delle supercar sportive più affascinanti e desiderate, era uomo di solide radici agricole. Il suo cognome figura nell’elenco delle famiglie della Antica Partecipanza Agraria di Cento (dove peraltro e’ registrato anche quello dei Rabboni), sorta intorno all’XI secolo per bonificare i terreni di proprietà del Vescovo di Bologna, che li concesse in enfiteusi ai soli abitanti di Cento, con due precise clausole: quella di migliorare i terreni e quella di risiedervi stabilmente. Ferruccio Lamborghini, nato nel 1916, invece, appena gli fu possibile, lascio’ la terra natale per inseguire il sogno motoristico. Un sogno che realizzo’ come nessun’altro al mondo, ispirandosi costantemente all’iniziale imprinting agricolo. Nel 1946 dopo alcuni anni di esperienza nella motoristica militare mosse i primi passi imprenditoriali acquistando veicoli militari in disuso per trasformarli e rivenderli come macchine agricole.

Dopo 2 anni, nel 1948, fondo’ la Lamborghini Trattori scegliendo come logo aziendale il Toro, suo personale segno zodiacale e nello stesso tempo animale agricolo che, più di altri, trasmette forza, caparbietà e prorompente potenza sessuale. Negli anni cinquanta e sessanta e’ uno dei più importanti costruttori italiani di macchine agricole. Nel 1963 esordisce nelle auto sportive di lusso e nel 1966 stupisce il mondo con la fantastica Miura. Anche in questo caso l’origine agricola si rivela determinante. La leggenda vuole che tutto abbia inizio da una lite con Enzo Ferrari a cui Lamborghini rimproverava alcuni presunti difetti delle Rosse di Maranello. Il Drake chiuse bruscamente la discussione sentenziando: “La macchina va benissimo. Il problema è che tu sei capace a guidare i trattori e non le Ferrari”. Lamborghini non la prese bene. Nacque così la Lamborghini Auto per dimostrare che anche “chi guida i trattori” può, se assistito dal genio, criticare e, soprattutto, realizzare macchine da sogno, come e meglio di altri. E per rimarcarlo decise che ogni modello della “Lambo” avrebbe avuto il nome delle razze taurine più prestigiose: Miura, Islero, Marzal, Jarama, Jalpa, Urraco, Diablo. Nel 1972, dopo avere ceduto tutte le attività industriali, chiuse il cerchio agricolo iniziato nelle campagne di Cento, reinventandosi vitivinicoltore in Umbria. Produsse per diversi anni un ottimo rosso denominato Colli del Trasimeno ma conosciuto da tutti come Sangue di Miura.

“I love you Cucombra”, così cantava Dino Sarti, indimenticato chansonnier della Bologna degli anni 70 ed 80, autore, tra le altre, delle popolarissime “Piazza Maggiore 14 agosto”, “Viale Ceccarini Riccione” e “Bologna Campione”. La cocomera di Dino Sarti e’ la quintessenza del piacere e di molte altre cose, perfino dei valori patriottici: “….Nel tuo ventre ci sono i colori della bandiera: Bianco, rosso, verde. Quella volta all’estero, quando ti servirono in tavola, mi misi sull’attenti…”. Una enfasi eccessiva, cabarettistica, burlesca? Può darsi.

Il messaggio e’ però chiaro: questa grossa boccia vegetale, verde con striature nere, e’ molto di più di un semplice frutto estivo. Intanto la forma sferica che la caratterizza , simbolo di una eternita’ senza principio e senza fine, attrae e stimola. Poi il piacere assoluto al palato coniugato a molteplici proprietà utilitaristiche: contiene un discreto quantitativo di zuccheri, soprattutto fruttosio, e vitamine A, C , B; la polpa è costituita per oltre il 90% di acqua; contiene poche calorie (30 per 100 grammi) ma una sola fetta di cocomero può innalzare il livello di energia del 23% grazie alla vitamina B6 che il corpo usa per sintetizzare dopamina; contiene il Licopene, pigmento che forma il colore rosso e che, come nei pomodori, contrasta i disturbi della prostata; dà una immediata sensazione di sazietà che lo rende l’ideale intermezzo tra un pasto e l’altro. Di più: pare che sia un rimedio ai problemi d’erezione maschile, una sorta di Viagra ortofrutticolo. In realtà contiene effettivamente un amminoacido che stimola la dilatazione dei vasi sanguigni concentrato però, esclusivamente o quasi, nella scorza esterna del frutto e non nella dolce polpa interna.

I cocomeri sono prodotti soprattutto in Cina, Iran, Turchia, Brasile ed Egitto. In Europa i principali produttori sono Spagna, Ucraina, Grecia, Romania ed Italia. A San Matteo della Decima (Bologna) epicentro di un territorio dove i cocomeri sono più dolci e saporiti, in virtù del maggiore potassio naturale presente nel suolo, si celebra ogni anno tra fine giugno e primo di Luglio, “Cucombra”, sagra del Cocomero e del Melone.

Non c’e niente da fare: quando il caldo dice sul serio bisogna far scendere in campo la pesca. La sua polpa succosa aiuta a sopportare l’afa e a reintegrare i sali minerali, e’ buona, dissetante, rivitalizzante e ricostituente, ricca di sali minerali e vitamine, fa bene alla pelle ed aiuta l’organismo a liberarsi dalle tossine. Per meriti conquistati sul campo e per giudizio unanime dei consumatori-gourmet siede da tempo sul trono della Regina dell’estate. La sua pianta e’ originaria della Cina ma nel nostro continente e’ arrivata attraverso la Persia.

Si narra che il primo importatore fu, nientemeno che, Alessandro Magno che la conobbe, apprezzandola, nei giardini di Re Dario III, Imperatore dei persiani. Da allora l’albero e’ chiamato “Prunus Persica” e il suo frutto “pesca”, o “pesga” in bolognese. Il “Prunus Persica” e’ una vecchia conoscenza degli agricoltori bolognesi come testimonia l’antico toponimo dell’area rurale ad ovest di Bologna, “Persiceto”, voluto, si dice, dall’Imperatore romano Ottaviano Augusto per celebrare i numerosi persicheti-pescheti ottimamente cresciuti sui terreni bonificati e dissodati dai valorosi centurioni romani. L’Italia è uno dei maggiori produttori al mondo di pesche e nel nostro paese la produzione è seconda solo a quella delle mele, anche se la eguaglia per valore commerciale e la supera per superficie coltivata. Le varietà sono molte.

Le più famose sono le pesche gialle, quelle bianche, le pesche noci o nettarine, le percoche, le saturnine. Di recente la produzione italiana di nettarine, distinguibili per la caratteristica buccia glabra, ha sopravanzato per volumi la pesca-pesca. Le nettarine si coltivano soprattutto in Romagna, storica “culla” della peschicoltura italiana ed europea. Qui, tra la fine dell’ ‘800 e gli inizi del ‘900, si impiantarono i primi pescheti intensivi. Nel secondo dopoguerra la peschicoltura romagnola e’ salita stabilmente ai vertici mondiali della specializzazione e della qualità. Nel 1997 ha ottenuto dall’Unione europea l’Indicazione Geografica Protetta “Pesche e nettarine di Romagna IGP”.

“Spigolare”, “spigler” in dialetto bolognese, e’ un verbo arcaico in disuso; un tempo molto conosciuto. Senza scomodare la Bibbia, secondo la quale Dio ordino’ ai proprietari dei campi di lasciare sempre qualcosa da “spigolare” agli indigenti o la  risorgimentale poesia del patriota Luigi Mercantini, “La spigolatrice di Sapri”, dove una giovane raccoglitrice di spighe viene chiamata addirittura a rappresentare la comunità nazionale che assiste dolente all’eroico sacrificio dei “trecento giovani e forti” di Carlo Pisacane, possiamo trovarne diretta testimonianza nei ricordi e nei racconti dei genitori più anziani o dei nonni. La pratica della spigolatura e’ infatti cessata all’inizio degli anni 60 del secolo scorso con l’introduzione della meccanizzazione agricola e il boom economico. Fino a quel periodo era normale vedere in campagna dopo la mietitura del grano, la vendemmia dell’uva o la raccolta della frutta e delle olive, drappelli di donne, bambini ed anziani “spigolare” le piccole quantità di prodotto rimaste sui campi o sulle piante. E, contrariamente a quel che si potrebbe pensare, non era affatto considerata una “questua” invadente o  un’appropriazione indebita di prodotti altrui. La “spigolatura” era parte delle regole del gioco: gli agricoltori non la consideravano una sottrazione perché il recupero di quei residui di produzione avrebbe comportato costi e diseconomie per loro insostenibili; le autorità la guardavano di buon occhio perché consentiva ai più poveri di provvedere da soli al miglioramento dell magra dieta alimentare, infine, la società benpensante applaudiva al meccanismo solidale che consentiva di non sprecare sui campi una sola spiga, castagna, oliva o grappolo d’uva che fosse. Insomma un “last minute market” d’antan. Con la differenza che oggi si recupera a favore degli indigenti il cibo altrimenti destinato a diventare rifiuto perché alcune, poche, grandi catene distributive e industrie alimentari hanno deciso di darsi giustamente un codice etico di responsabilità sociale, mentre il resto della società continua egoisticamente a sprecare e ad ignorare i poveri. All’epoca della “spigolatura” le classi dominanti affamavano le popolazioni ma nelle comunità agiva un codice non scritto di piccola ma concreta vicinanza ai bisognosi.

Quando il vecchio contadino emiliano voleva dimostrare all’ospite di “riguardo” amicizia o simpatia, la cosa più probabile che poteva accadere, era l’offerta e l’apertura di una bella bottiglia di Clinton o Clinto. Il gesto era accompagnato da espressioni ammiccanti e complici, perché, fin dal lontano 1931, la commercializzazione di questo vino in Italia era vietata, e il privilegio di berne qualche bicchiere doveva essere considerata una rarità e un onore, oltre che un piacere proibito.

In verità si trattava di un piacere assai modesto. Era un vino aspro, dall’aroma selvatico (foxy), di colore rosso intenso che lasciava macchie ovunque, profumatissimo, di bassissima gradazione alcolica, tra i 6 e gli 8 gradi in volume, e quindi poco conservabile, mai oltre la primavera successiva alla vendemmia. Tuttavia piaceva o aveva tanti estimatori. Il motivo? Forse il gusto forte e selvatico, l’origine americana (Clinton e’ una città dello Stato dello Iowa da cui provengono le prime barbatelle), il fascino del fuorilegge o forse le tre cose insieme . Ma perché il Clinton-Clinto era, ed e’ tuttora, fuorilegge? La ragione formale e’ che si tratta di una vite “selvatica” americana, estranea alla “vinifera”, la vite europea, che sola, per legge, può produrre vino dalla fermentazione del succo dei grappoli.

Quella sostanziale e’ la scarsa qualità del Clinton e il timore che in ragione della sua superiore capacità di resistere alle malattie della vite possa sostituire i meno resistenti vitigni di tradizione italiana ed europea, con gravissimo danno per l’enologia di qualità e per l’unicità dei territori del vino. Non trovano invece fondamento le leggende sui danni alla salute umana causati da supposti valori elevati di metanolo e tannino. Comunque, come molte altre cose di questo Paese, il Clinton pur essendo fuorilegge, e’ tra di noi. La legge ne consente infatti la coltivazione per il consumo familiare. Non si può acquistare ma, conoscendo qualche vecchio agricoltore custode della tradizione, possiamo sempre tentare di farcelo regalare!

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La terra di Romagna vanta, tra le altre cose, un “gallus” autoctono: il pollo e la gallina di razza romagnola. La sua origine si perde nella notte dei tempi. Di certo popolava quelle terre all’epoca dell’Impero Romano. La sua caratteristica distintiva era la rusticita’, vale a dire una innata resistenza alle avversità metereologiche, una autonoma capacità di procurarsi il cibo, la capacità di alzarsi in volo, il razzolamento in grandi spazi liberi e l’uso degli alberi, soprattutto quelli alti, per il riparo notturno, al sicuro dalle aggressioni dei predatori. Per molti secoli queste caratteristiche gli hanno garantito un posto d’onore nei difficili contesti agricoli del tempo. Poi, con la comparsa degli allevamenti intensivi,  queste caratteristiche di rusticita’ sono diventate improvvisamente un problema irrisolvibile. Il pollo Romagnolo non riusciva ad adattarsi a quel particolare regime di clausura e, soprattutto, i suoi ritmi di accrescimento corporeo risultavano troppo lenti rispetto a quelli delle razze appositamente selezionate, dunque anti economici! È così nell’arco di pochi anni la razza romagnola si e’ ridotta a pochissimi esemplari. L’estinzione e’ stata evitata solo grazie alla ostinazione e alla passione di alcuni agricoltori romagnoli, cultori delle tradizioni e della biodiversità locale e agli apporti scientifici della Facoltà di Medicina Veterinaria di Parma. Adesso è il tempo del rilancio. Il pollo Romagnolo, proprio per le caratteristiche di rusticita’ che lo hanno reso a suo tempo inidoneo agli allevamenti intensivi, può oggi rilanciarsi come espressione di assoluta genuinità, di naturalità ed altissima qualità. Insomma, per chi lo sa apprezzare e per  chi non si rassegna all’omologazione del gusto, ecco a voi il Romagnolo, un pollo come lo allevavano e come lo mangiavano una volta.

Il melone si coltiva in quasi tutto il mondo. Quello buono l’hanno inventato a San Matteo della Decima. Così almeno credo. All’inizio degli anni sessanta passavo le estati dai nonni nella casa di via dell’Arginino a “Decima”, la più grossa frazione del Comune di San Giovanni in Persiceto, da sempre desiderosa di autonomia amministrativa e secessionista ante litteram. I nonni e gli zii coltivavano, tra le altre cose, grandi quantità di meloni e di cocomeri. Non erano i soli. Attorno lo facevano tutti: tornature e tornature di cucurbitacee, enormi spazi assolati intervallati da “Casetti” in canne o in muratura dove venivano riposti gli attrezzi agricoli e magari qualche brandina per la “gabanella” o per la veglia notturna. Si, perché quando si avvicinava il tempo della raccolta i campi venivano notte-tempo vigilati nel timore di furti o scorribande.

C’era molta determinazione, quasi una psicosi. Per anni un mio conoscente, un certo Sitta, ha raccontato di aver sventato un furto notturno intentato da una coppia, un uomo e una donna, che per passare inosservati fingevano, completamente nudi, di fare all’amore nella propria macchina, a pochi metri dalla melonaia…. Qui iI melone si coltiva da secoli. Dapprima negli orti delle ville patrizie, poi in quelle dei possidenti e dei coltivatori più intraprendenti, infine a pieno campo, assistiti da agrotecnici e da sistemi sempre più sofisticati. Il fatto è che a Decima i meloni vengono su particolarmente buoni, cioè smaccatamente dolci e profumati, consistenti e succosi nella polpa e di bel colore arancione vivo. Il merito è da suddividere in parti uguali tra la professionalità degli agricoltori, quelli della Decima avendo un’esperienza plurisecolare la sanno molto lunga, la fertilità dei suoli e un micro-clima locale del tutto appropriato.

L’orgoglio e la passione di una intera comunità per il melone sono stati infine riconosciuti e premiati. Dapprima con l’inserimento del “Melone di San Matteo della Decima” nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) e poi nel 2013 con l’ottenimento della Indicazione Geografica Protetta (IGP) dell’Unione Europea nell’ambito del “Melone mantovano IGP”. Una beffa? No, realismo. Meglio un riconoscimento di unicità condiviso con altri che nessun riconoscimento. Tanto, lo sanno tutti che quello più buono e’ a San Matteo della Decima. Chi non ci crede può fare un test a Cucombra 2017, sagra del cocomero e del melone, organizzata dalla Associazione carnevalesca Re Fagiolo di Castella dal 30 giugno al 9 Luglio.

Nel dialetto del Dottor Balanzone il suo nome è “Mugnega”, storpiatura dell’antico nome scientifico latino “prunus armeniaca”. Nella lingua italiana e’ Albicocca, dalla parola arabaal-barqūq”. La differenza si spiega con la storia del frutto: gli antichi romani lo importarono dall’Armenia; gli arabi reintrodussero la coltivazione nel bacino Mediterraneo attorno al X secolo. E’ un frutto estivo ottimo per la salute del corpo e della pelle, altamente digeribile ed ipocalorico. Una porzione da 100 g di frutti freschi apporta solo 30 kcal. Nello stesso tempo è tra i frutti che contengono le dosi più elevate di potassio e carotene; di vitamina A, B, C e PP e di diversi oligoelementi (magnesio, fosforo, ferro ecc.). 200 g di prodotto fresco forniscono il 100% del fabbisogno di vitamina A di un adulto, ideale per chi ha carenza di questa vitamina con conseguenti problemi agli occhi, alla pelle o all’intestino. La mugnega-albicocca e’ particolarmente appprezzata nel consumo fresco in ragione del suo sapore dolce, del profumo e del colore accattivanti; della facilità con cui può essere trasportata e gestita anche nelle situazioni extra domestiche. Una parte importante della produzione e’ destinata alla realizzazione di prodotti conservabili: frutta essiccata, sciroppi, lattine, buste congelate, confetture, succhi, gelatine. Nel mondo i principali paesi produttori sono la Turchia, l’Iran, l’Uzbekistan e l’Algeria. L’Italia si colloca al quinto posto, con due regioni che concentrano la maggior parte della produzione: Campania ed Emilia Romagna, rispettivamente con il 35% ed il 31% del dato nazionale. Nella nostra regione e’ l’area tra Castel San Pietro Terme e Cesena a fare la parte del leone. Una specializzazione che risale ai primissimi anni 60 quando intraprendenti agricoltori della valle del Santerno e dell’imolese (Castel del Rio, Fontanelice, Borgo Tossignano, Casalfiumanese, Imola e Dozza) avviarono, tra i primi in Italia, la coltivazione intensiva dell’albicocca. All’epoca la principale varietà coltivata era la “Reale di Imola», di probabile origine locale, conosciuta anche con il nome di «Mandorlona».

Le amarene brusche, vale a dire le amarene propriamente dette, le marasche, le visciole e gli incroci relativi, sono frutti di  ciliegio acido, particolarmente diffusi nella provincia di Modena e nella parte ovest del  bolognese.

In quest’area la cerasicoltura ha radici antiche e già nel 1882 a Vignola si ebbero le prime sperimentazioni di coltivazione intensiva, destinate negli anni successivi a diventare l’alternativa ai disastri provocati dalla fillossera della vite e alla crisi della bachicoltura. In questo contesto anche le ciliegie brusche ebbero subito particolare fortuna. D’altra parte il loro impiego gastronomico era noto fin dal Rinascimento. Le prima ricetta scritta per la preparazione delle confetture di ciliegie acide compare nel 1662 nel libro di Bartolomeo Stefani “L’arte di ben cucinare et instruire i men periti in quella lodeuole professione”. Negli anni seguenti sono numerosissimi coloro che si cimentano con la ricetta, compreso il padre della cucina italiana, Pellegrino Artusi (1820-1911), che nella sua monumentale opera “La scienza in cucina e

l’arte di mangiar bene”, descrive puntigliosamente comeottenere la tipica crostata con confettura di amarene brusche. La “crostata di amarene” e’ il dolce tipico di queste terre, con base di pasta frolla e ricoperta di confettura di amarene brusche: l’associazione del sapore estremamente dolce della base con quello acidulo della copertura dona alla torta una connotazione unica e inconfondibile. La ” brusca” può essere però gustata anche al naturale, come dessert a fine pasto, ed è molto apprezzata in abbinamento al gelato o per la preparazione di dolci, sciroppi e canditi. I frutti, ricchi di vitamina C e B, vengono usati anche per produrre liquori come il vino di visciole.

I peduncoli lasciati essiccare al sole hanno proprietà diuretiche e sono considerati un sedativo delle vie urinarie. Si utilizzano, comediuretico e come medicinale per cistite e per insufficienza renale. Nel 2009 l’Unione europea ha riconosciuto all’Amarena brusca di Modena la tutela dell’Indicazione Geografica Protetta (IGP). Il disciplinare approvato circoscrive la produzione all’area ovest della provincia di Bologna e a tutta la provincia di Modena, ammette solo tecniche tradizionali, stabilisce una proporzione minima di 150 grammi di frutti per 100 grammi di confettura, non ammette ne’ coloranti, ne’ conservanti, ne’ addensanti.

Le ciliegie sono uno dei frutti più amati e con meno calorie. Sono ricche di vitamine A, C e del gruppo B, di sali minerali, di oligoelementi, contengono melatonina naturale, sostanza che favorisce la regolarizzazione del sonno, e sono una fonte importante di antiossidanti che aiutano l’organismo a contrastare l’invecchiamento provocato dai radicali liberi. Sono tutto questo e soprattutto sono buone. Una ciliegia tira l’altra, lo abbiamo imparato da soli, sotto l’albero o nella sala da pranzo. Sono buone tutte; alcune però sono più buone.

In Italia si coltivano oltre 150 varietà su 30.000 ettari di superficie agricola per 116.500 tonnellate di ciliegie raccolte annualmente, concentrate per oltre il 90% del totale in cinque regioni: Puglia, Campania, Emilia-Romagna, Veneto e Lazio. Ma mentre in diverse regioni la cerasicoltura e’ una scoperta recente in alcune, tra queste sicuramente l’area vignolese in Emilia-Romagna, e’ una vocazione più che secolare, alimentata fin dalla origini da un micro-clima favorevole, da un ambiente agronomico particolare, dalle professionalità agricole disponibili e dai successi di mercato. Una vocazione alle ciliegie “buone” che il tempo ha rafforzato, tant’è che anche negli ultimi concorsi nazionali “Ciliegie d’Italia” il podio più alto e’ spesso andato ad una ciliegia di produttori dell’area di Vignola. Tra Modena e Bologna la coltivazione del ciliegio risale a metà Ottocento quando l’albero veniva utilizzato in consociazione con la vite e poi, nel tempo, coltura prevalente. Fin dai primi decenni del novecento, l’epicentro del commercio cerasicolo distrettuale interprovinciale divenne Vignola che1928 diede vita al Mercato Ortofrutticolo, uno dei più antichi d’Italia, seguito da altre strutture di lavorazione e commercializzazione.

La vocazione ha trovato la sua consacrazione definitiva nel 2012 quando l’Unione Europea ha adottato la protezione dell’unicità vignolese con l’IGP (indicazione geografica protetta). Il disciplinare di produzione approvato da Bruxelles e sottoposto a sistematici controlli terzi prevede la commercializzazione di tre classi di calibro, tra le quali la fantastica over “28 mm”, e racchiude l’area di produzione oltre che nei comuni di parte modenese, in quelli bolognesi di Bazzano, Casalecchio di Reno, Castel d’Aiano, Castello di Serravalle, Crespellano, Gaggio Montano, Marzabotto, Monte S. Pietro, Monteveglio, Sasso Marconi, Savigno, Vergato, Zola Predosa.

Nel 2006, poco più di 10 anni fa, l’Italia vantava 19 stabilimenti saccariferi, 233mila ettari coltivati a barbabietola, 1,4 milioni di tonnellate di zucchero prodotto, pari al 17% della produzione continentale e al 75% del fabbisogno nazionale. Lo scorso anno gli stabilimenti saccariferi italiani attivi sono stati due: Minerbio (Bo) e Pontelongo (Pd), entrambi della cooperativa di agricoltori Coprob. La produzione di zucchero è stata di  circa 300.000 tonnellate, quasi l’80% in meno del 2006, cosa che ha comportato un parallelo aumento delle importazioni dall’estero, visto che il consumo nazionale e’ stabilmente attestato su 1 milione e 700 mila tonnellate annue. Cosa ha determinato questa vera e propria debacle dello zucchero nazionale? Due concause: una riforma europea del 2005 finalizzata a ridurre l’eccessiva produzione continentale non esportabile e una dissennata spinta dell’allora Ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno allo smantellamento dell’industria saccarifera italiana in cambio dei milioni della UE per gli industriali rinunciatari e di una vaga promessa di riconversione degli zuccherifici dismessi in nuove attivita’ produttive. Il risultato e’ stato doppiamente fallimentare: le riconversioni, nella maggioranza dei casi, non si sono viste e lo zucchero italiano è diventato una rarità, mentre i paesi europei che prima della riforma producevano in eccesso rispetto ai fabbisogni, continuano a farlo, come prima e più di prima. Nel frattempo il prezzo mondiale dello zucchero e’ risalito, rendendo la produzione ovunque conveniente, e una realtà come la Coprob di Minerbio, italiana al 100%, che non si è mai voluta accodare alla corsa allo smantellamento e ha continuato ad investire sulla innovazione di comparto, ha visto in poco tempo incrementare del 50% la sua produttività media e, grazie alla cura e qualità delle barbabietole coltivate e del processo di trasformazione, accreditarsi come fornitrice privilegiata dei più rinomati marchi del Made in Italy dolciario nel mondo. Una bella soddisfazione per i testardi agricoltori-bieticoltori cooperativi che non si sono lasciati ammaliare dal canto di improbabili sirene ed una conferma: non sempre seguire la corrente porta lontano.

Il riso costituisce la principale fonte di alimentazione per circa la metà della popolazione mondiale. Il 92% della produzione e’ realizzata in Asia. L’Italia e’ il ventisettesimo produttore nel mondo ed il primo in Europa. La risicoltura nazionale e’ storicamente concentrata nel cosiddetto  triangolo “d’oro” Vercelli-Novara-Pavia, con una importante eccezione: l’area del Delta del Po, tra le province di Rovigo e Ferrara. Qui la coltivazione del riso e’ documentata fin dal XVI secolo. Una presenza correlata alle prime grandi bonifiche dei terreni paludosi e alla necessità di colture agrarie in grado di valorizzare immediatamente quei grandi areali prosciugati. E il riso consenti’ di accelerare il processo di utilizzazione dei terreni salsi da destinare poi alla rotazione colturale, come testimoniato da una legge della Repubblica Veneta del 1594 che autorizzava la coltivazione del riso solo «per valli ed altri luochi sottoposti alle acque, stimati impossibili di asciugarli in tutto e di rendersi ad alcuna cultura». Ma se la relazione tra le terre prosciugate del Delta del Po e la risicoltura fu dettata inizialmente da ragioni di utilità spicciola, una sorta di “matrimonio d’interesse”, il tempo e la inevitabile profondità dell’accoppiamento, hanno poi generato valori nuovi ed unici, da cui sono scaturite, negli anni recenti, le ragioni di una tutela europea di unicità, l’IGP (indicazione geografica protetta) “Riso del Delta del Po”. La salinità dei terreni, ad esempio, ha conferito a questo riso una sapidità particolare. I terreni alluvionali, dotati di un’elevata fertilità minerale, in particolare di potassio, una maggiore resistenza alla cottura ed un elevato tenore proteico del chicco. La vicinanza al mare, con brezze costanti, minore umidità relativa, contenute variazioni di temperatura, piovosità generalmente ben distribuita nell’arco dei mesi, un microambiente  più che favorevole alla coltivazione. Le varietà coltivate e contemplate dal disciplinare IGP sono Carnaroli, Volano, Baldo e Arboreo. Le ultime tre varietà si prestano per la preparazione di ottimi risotti, timballi e supplì, mentre il Carnaroli è indicato per i piatti dell’alta ristorazione.

L’Actinidia chinensis è una liana rampicante originaria della valle del fiume cinese Yang-tse. Il suo frutto era considerato una prelibatezza già alla corte del Gran Khan più di settecento anni fa. All’inizio dell’Ottocento arrivò in Inghilterra e, nel Novecento, in Nuova Zelanda, dove furono selezionate le prime varietà per la coltivazione intensiva, ribattezzate, arbitrariamente Kiwi, dal nome dell’omonimo uccello, simbolo della Nuova Zelanda. In Italia l’Actinidia e’ arrivata nei primi anni 70. La coltivazione ha preso piede dopo il 1985 in concomitanza con una delle prime, pesantissime, crisi da sovraproduzione delle pesche. In pochissimo tempo il Belpaese e’ diventato il secondo produttore mondiale di Actinidia, alle spalle della Cina. L’80% delle superfici coltivate si concentrano in 4 regioni: Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Un primato all’epoca assolutamente imprevedibile per la mancanza in Italia di un clima idoneo alla coltivazione. L’abilità degli italiani e’ consistita nel riprodurre “tecnologicamente” le condizioni necessarie. Da un lato si sono adottate reti per l’ombreggiamento della pianta allo scopo di ricreare la ridotta insolazione del clima piovoso estivo cinese; dall’altro si è garantita adeguata umidità tra le foglie con la nebulizzazione; infine con l’irrigazione a goccia si è’ assicurato l’approvvigionamento costante di acqua alle radici della pianta, per lo più superficiali. L’exploit della produzione nazionale è stata trainata da una concomitante e crescente domanda di consumo, interna ed internazionale, indotta dalle numerose benefiche proprietà del frutto. Possiede un contenuto molto alto di vitamina C, superiore addirittura al limone, all’arancia e al peperone; svolge funzioni antisettiche e antianemiche, rinfrescanti e diuretiche; potenzia le difese immunitarie; protegge la parete vascolare, regola la funzionalità cardiaca e la pressione arteriosa. Infine ha un contenuto calorico molto basso: 44 kcal in 100 gr.