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In Cirenaica, il quartiere, nomen omen, costruito nei primi anni del secondo decennio del secolo scorso che è compreso tra la veneta e via Libia e tra la direttissima e il dirimpettaio Ospedale Sant’Orsola e la cui toponomastica (via Libia,  via Rodi, via Tripoli, via Bengasi, via Zuara, Via Cirene, via DuePalme in tempi più recenti rinominate via Rossi, via PaoloFabbri, via Bentivogli, via Masia, via Musolesi, via Sabatucci) fu improntata  alla celebrazione del colonialismo imperante all’epoca (Tripoli evidentemente vissuta come un bel suol d’amore anche dai bolognesi), ci si andava per i crostini del “Becco di legno”, la bella, vecchia, vera osteria di via Palmieri che è rimasta come allora, o per l’antipasto di “Vito” (e chi non ha mai mangiato la briochina appena uscita dalla lattina della Danone, magari accompagnandola col vino … quello col bollino rosso … non sa cosa si è perso), la trattoria di via Musolesi dove era normale finire le serate accompagnando con voci sfiatate Lucio Dalla che duettava con Francesco Guccini e magari versando da bere ad un occhieggiante Roberto Vecchioni che discuteva di filosofia con Claudio Lolli, mentre i più introdotti o biassanot preferivano le atmosfere del “Club 33” in SanteVincenzi. E visto che non solo di cibo e vino si vive, spesso prima di “Vito” o del “Becco” o del “Club” era obbligatoria una sosta al cinema “Minerva” che, prima di provare a sopravvivere col porno e poi, una volta deciso che non c’era più motivo di continuare, diventare lo studio di registrazione di Dalla (all’avanguardia per l’epoca e per l’Italia), era del giro dei cineforum e ci trovavi sempre qualche imperdibile film che ti era scappato.

Adesso, di quei tempi, il cinema (e la sala registrazione) non ci sono più, mentre rimangono in vita sia “Vito” che il “Becco” ed anche il “Club” (certo, Vito e Lucio e Claudio e una gran parte dei fondatori del Club non ci sono più e come loro molti “… della gente che ci andava a bere se ne è andata … alcuni perché già dottori, alcuni perché sposati o hanno fatto carriera …”, ma i locali r/esistono perché altri sono venuti anon far rimpiangere chi non c’è più, vero Stefano Camisa nuovo motore trainante del Club, e hanno ancora un senso). Il bello del quartiere, però, è che è rimasto (lui, il quartiere) come allora (ovvio, qualche bar, qualche pizzeria si sono aggiunti, ma il mercatino della Cirenaica in SanteVincenzi, seppur in difficoltà, continua la sua attività e le novità, seppur accettate sembrano non riuscire ad attecchire e a soppiantare lo storico substrato umano (ad esempio, qui aprì e chiuse in un amen il takeaway di Marco Fadiga, lo chef fantasioso e alla moda de “La pernice e la gallina” che pure, dopo quella folgorante esperienza riciclò la propria arte culinaria in molte altre realtà cittadine prima di diventare lo chef executive Moët&Chandon ad Epernay, ma non qui).

Ed è proprio questo sapore di intimità diffusa, di caldo conforto umano, questa refrattarietà apparente al dinamismo vuoto ed incongruo che pare aver invaso ineludibilmente il resto della città, a segnare il tratto distintivo del rione. Il cui fulcro, l’ombelico attorno al quale sembrerebbe ruotare questa wellness diffusa, è il “BarTito” di via Bentivogli 111, un luogo assai poco bolognese, quasi francese, francese da paesino del Perigord o dell’alta Provenza o anche da qualche piazzetta parigina dimenticata e fuori dalle rotte della pazza folla.

All’apparenza un’oasi, il locale è minuscolo ed ingombro di cose, di vita e di ricordi ma che risolve la mancanza di spazio all’interno con questo dehor al contempo discreto ed accogliente, ombreggiato com’è dalla folta chioma di un grande albero, in cui studenti e massaie, operai ed impiegati, passanti o curiosi come me si susseguono ad ogni ora del giorno (il “BarTito” è aperto dalle 7,00 alle 23,00 tutti i giorni anche se, in estate, l’apertura domenicale è circoscritta al pomeriggio/sera per poi, in luglio ed agosto, fermarsi definitivamente) per la colazione, un pranzo veloce profittando delle proposte da tavola fredda (ottimo ad esempio il simil kebab con pane nero al carbone, maiale sfilacciato, guacamole, insalata).

O ancora, per il momento clou che è poi quello che a noi che amiamo tirar tardi piace di più, quello dell’aperitivo quando, in un locale che come per incanto di riempirà di gente chiacchierina e discreta, ci sarà la possibilità di alternare ad una più che buona offerta di vini anche al bicchiere (per dire, in lavagna era proposto un Ca’DiZago, un prosecco di Valdobbiadene metodo classico dosaggio 0 assai differente, per qualità e piacevolezza, dagli insulsi prosecchi che normalmente vengono compulsivamente serviti in locale ben più rinomati e autoreferenziali di questo, ma, visto che era terminato, l’alternativa è stato un ottimo metodo classico LorenzoMariaSole de L’Armangia) tra cui non mancano vini alsaziani e francesi, tedeschi e di piccole ma gustose cantine italiane, ottime birre anche artigianali ed una piccola, divertente, scelta di cocktails accompagnati da semplici ma golosi piatti tipici della ristorazione veloce preparati dal forno di Omo ed offerti con simpatica nonchalance da Marco e Jacopo e Andrea.

Sarà per questo, questa sensazione di familiarità immediata, che per pubblicizzare il “BarTito”  non potrei che rifarmi ad una vecchia pubblicità, quella … contro il logorio della vita moderna.

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