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Macondo è irreale. Non esiste nulla, al mondo, che somigli a Macondo. Tantomeno i personaggi che la abitano e la vivono, E questo costituisce la magia del romanzo. Anche la Belleville di Pennac, che pure tanto deve alla Macondo di Marquez per il suo cotè, è irreale. Certo, geograficamente e toponomasticamente Belleville esiste, ma non è come Pennac la racconta. E soprattutto, i suoi personaggi sono troppo troppo al di sopra di ogni credibilità. In questo caso, forse, sarebbe bene parlare più che di irrealismo, di surrealismo, ma rimane il fatto che comunque di qualcosa di non reale si tratta.

Digressione. Immaginate una città medievale costruita su una rocca che si eleva sull’altopiano. Una rocca che si eleva talmente che non esistono strade che la raggiungono, ma solo un ponte; immaginate poi che la rocca su cui si erge la città medievale sia fatta di tufo e si sia sgretolaya nel corso dei secoli destinando la città a scomparire nel giro di alcuni, pochi, anni ancora. Si direbbe, si potrebbe dire, irreale. Peccato però che questa città medievale costruita su una rocca di tufo che si sta sgretolando destinando la città a scomparire nel giro di pochi anni, esista. È Civita di Bagno Regio. Ed è così reale (esiste) Civita, che la sua realtà rende reale ciò che altrimenti sarebbe irreale (una città medievale costruita su una rocca di tufo ecc …).

Fine della digressione. Come la Macondo di Marquez e della Belleville di Pennac, la Luanda in cui è ambientato questo “Barocco tropicale” di José Eduardo Agualusa, una Luanda, capitale dell’Angola, di otto milioni di abitanti costituita da un centro, se centro si può chiamare , che risente pesantemente nella sua struttura e nella sua architettura del periodo colonialista portoghese, circondata ed ormai assimilata dalle bidonville che la circondano, una Luanda del 2020, una Luanda reduce da una guerra civile sanguinosa  abitata da eserciti di fantasmatici personaggi sui generis ed urlati più che raccontati, sarebbe irreale. Non fosse che la cronaca del continente una volta nero ci ha troppo abituati ad eccessi che, non fossero reali, ci parrebbero incontrovertibilmente irreali. E quindi, a differenza di quelle (la Facondo di Marquez e la Belleville di Pennac), Luanda esiste.

Ed è in questa Luanda del 2020 che, durante una tempesta tropicale, una donna cade all’improvviso dal cielo e muore davanti agli occhi stupefatti di Bartolomeu Falcato e dell’affascinante Kianda (la cantante creola dalla voce incantata conosciuta in tutto il mondo che “… vuole così tanto bene – a Bartolomeu, n.d.r. – da non sopportare l’idea di vederlo sottomesso alla tirannia dell’amore …” e che per questo lo lascerà tornando dal marito pigmalione salvo poi riprenderlo e rilasciarlo e tornare ancora).

Bartolomeu Falcato (il protagonista, giornalista mulatto bello ed interessante, colto e affascinante, macerato e cinico, impegnato e disincantato: immaginatelo ironico come Cary Grant, macerato come Paul Newman, disincantato come Marcello Mastroianni, patinato come Brad Pitt, impegnato come George Clooney) riconosce il corpo della donna, ex miss Angola ed escort di lusso di uomini politici e imprenditori, che, dopo una crisi mistica, forse ha parlato troppo. Per capire chi l’ha uccisa e ora, probabilmente, vuole uccidere anche lui, Bartolomeu attraversa una città corrotta e feroce, incrociando il suo destino con una bizzarra galleria di personaggi che conferma come la realtà sia spesso più incredibile della letteratura. “Barocco tropicale” è una coraggiosa denuncia, ma anche una commovente storia d’amore ambientata in una megalopoli eccessiva, spietata e fatale.

A scrivere questa storia in cui l’autore riesce a mescolare personaggi e situazioni più che mai vivi e reali con atmosfere naturali e limpide («… scrivo in maniera naturale, senza pensarci un po’ come quando si balla in maniera naturale, perché se cominci a pensare a come fare non lo fai più …») è quello che António Lobo Antunes ha definito «… senza ombra di dubbio lo scrittore in lingua portoghese più importante della sua generazione …», e cioè José Eduardo Agualusa (il suo primo libro pubblicato in Italia è “L’incredibile e vera storia di D. Nicolau Água-Rosada” nel 1992 e l’ultimo “Teoria generale dell’oblio” del 2017), uno dei primi autori autenticamente lusofoni. Agualusa, infatti, e pur appartenendo a pieno titolo alla letteratura angolana, non privilegia la scrittura nazionale e tanto meno nazionalista, ma proietta le sue storie, ed il lettore, in uno scandaglio più ampio che abbraccia Portogallo e Brasile, gli altri paesi dell’Africa lusofona e i luoghi di antica dominazione portoghese in Asia (a Goa, ad esempio, è ambientato uno dei suoi romanzi) senza rinnegare, però, la conoscenza e l’affetto per le letterature di altri paesi che possono avere influenzato la sua prosa («… sentii il suo profumo, un aroma di tabacco, una punta di peperoncino, sandalo e odore di mare e pensai, ah, Corto Maltese deve usare un profumo così …»).

Un modo di scrivere, e di fare letteratura, dissonante se paragonato ai mondi che siamo abituati ad attraversare e vivere leggendo. Un mondo letterario che, a lasciarsi trascinare, apre sì a nuovi orizzonti, ma che mantiene ben saldo il principio che un libro, qualunque libro, non possa in alcun modo sovrapporsi alla vita reale come lo stesso Agualusa ricorda con quel fare, e dire, ironico e al contempo serissimo che tanto sarebbe piaciuto, per dire, al Corto: «…il suo libro ha cambiato la mia vita … odio questa frase: è falsa. Per fortuna è falsa. Ci sono libri che hanno cambiato la vita di molte persone: la Bibbia, il Corano, il Capitale oppure il Larousse gastronomique. Non credo che la letteratura abbia questo potere. Io non riuscirei a scrivere se sospettassi di cambiare la vita di qualcuno. Scrivere è un atto irresponsabile …».

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