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Basket: Fortitudo ok. La Virtus non vince più.

68-62 e 75-79. Cominciamo questo settimanale sproloquio sul basket cittadino dando i numeri. Tranquilli, non siamo impazziti (anche se). Sono semplicemente i punteggi raccolti dalle due squadre cittadine nell’ultima tornata dei rispettivi campionati.

Cominciamo, more solito, dalla vincente. Una scialba, e ci spiace non poter dire scintillante, Fortitudo che ha regolato, pur subendo di tutto, una imbarazzante Bergamo grazie, soprattutto, alla prova monstre dei due mori, Legion e McCamey (ripetiamo, vere armi illegali per la categoria). Ma la cosa migliore e più produttiva della giornata, al di là dei due punti che permettono all’aquila di tenere il passo di una Trieste scatenata, è che finalmente, per una volta, anche coach Boniciolli ha visto la stessa partita che hanno potuto “ammirare” tutti. Un Boniciolli che nelle consuete interviste di dopogara non si è potuto esimere da un “… ho sentito anch’io la puzza, ma mi tengo stretto il risultato …” sancendo con queste parole la consapevolezza che, forse, non è tutto oro quel che luccica.

Come, d’altronde, ed in maniera a questo punto ben più vistosa, è definitivamente sancito che non era certamente tutto oro quel che ormai non luccica, semmai ha luccicato, sulla sponda virtussina. Attenzione. Al di là di un risultato negativo, che ci sta, ci può stare nel basket come in qualunque altro sport e forse è anche più naturale che ci stia (si parla sempre di una neopromossa rifondata profondamente in estate e che ha avuto poco, pochissimo tempo, per problemi vari per compattarsi), è il trend che viene ormai percepito come ineluttabile che invece non è più accettabile. Scremando le situazioni, assai diverse tra loro invero (una cosa è perdere con la Milano costruita per vincere il Italia ed in Europa pagando dazio negli ultimi sessanta secondi ad una superiorità fisica e numerica inconfutabile, un’altra completamente differente è perdere da una Brindisi ultima in classifica e, prima del salvifico arrivo delle Vnere, prossima allo sbando tecnico e forse societario), una situazione appare chiara ed incontrovertibile. Questa squadra non è capace di gestire non dico i finali di partita, ma le fasi di gioco tecnicamente convulse. Non si spiegherebbe altrimenti l’incapacità di gestire partite vinte (cosa accaduta 5 volte su 6, e benedicendo l’insipienza ancor maggiore dimostrata da Sassari nel finale della partita vinta, l’unica, dalla Virtus dopo averla largamente maramaldeggiata ed averla, naturalmente, persa a più riprese). Si sente addossare da più parti la colpa ai giocatori: ci sarebbe una fazione, quella dei veterani della sfolgorante scorsa stagione, che non si sarebbe amalgamata (giusto per utilizzare un gentile eufemismo) con quella degli sfavillanti acquisti di questa stagione. Una teoria; suffragata dalla vicenda Rosselli, ma pur sempre, e solo, una teoria. Io non credo, non voglio credere forse, che professionisti affermati e tutti, chi per un motivo chi per l’altro, in cerca di conferme, visibilità e gloria si perdano in stupide ripicche e personalismi che non potranno, a gioco lungo, che ritorcersi contro loro stessi. Soprattutto se, a inizio stagione, come sembra evidente sia accaduto, i vertici societari sono stati chiari sui singoli impieghi, minutaggi e responsabilità. D’altronde, se in squadra prendi un Gentile (Alessandro) o un Aradori, sai benissimo cosa possono darti e, contemporaneamente, cosa invece non devi pretendere da loro. Nel bene e nel male. Forse c’è stata un po’ di sufficienza nel costruire la squadra. Troppe figurine messe insieme senza tener conto delle rispettive adattabilità. Io non credo nella incompatibilità tra Gentile ed Aradori (abbiamo visto giocare insieme Danilovic e Moretti e Rigadeau e Abbio tutti insieme; altri tempi, certo, ed altri personaggi con in panchina Ettore Messina, l’allenatore che “… non poteva guadagnare meno di un suo giocatore …”, Danilovic escluso ça va sans dir, e in spogliatoio un deterrente come Zoran Savic, ed è tutto dire). Ed ero tra quelli che pensavano che alla mancanza di un’ala grande di ruolo, per il momento, si potesse sopperire con il gioco e un po’ di sacrificio da parte di tutti (in questo sono stato disatteso, è vero). Però ho anche sempre pensato come mancasse un play di ruolo. Un play vero, uno che conoscesse bene, e sapesse gestirli, i tempi nei momenti critici. Proprio quello che è mancato in tutti, e sottolineo tutti, i finali di partita (anche domenica, ad inizio ultimo quarto i bianconeri erano in vantaggio). Lafayette, sia chiaro, è un ottimo giocatore, ma non è quel ragionatore che manca (né lo è Gentile, Stefano, anche lui play più da combattimento che di pensiero), uno alla Poeta dei suoi bei dì, per dire.

Cosa resta, dunque, dopo questa disamina? Dispiace dirlo, per antica gratitudine e per rispetto di un uomo mai sopra le righe, grande lavoratore ed ottimo parafulmine quando ce n’è stato bisogno, ma forse la guida tecnica non sembra essere in grado di intervenire in maniera adeguata in quei momenti in cui, invece, servirebbe come il pane. Forse, e dico forse, coach Ramagli soffre i momenti caldi della partita (è successo anche nei playoff dello scorso campionato, quando seppur vinti con grande brillantezza, si sono perse due partite, in casa, contro squadre nettamente ed evidentemente inferiori ma combattive, mai morte, disposte a soffrire, e far soffrire, fino alla fine). E dispiace fare questi discorsi perché, come logico, a questo punto della stagione, cambiare tutta la squadra non si può ed allora l’opzione più facile ed indolore sembrerebbe essere quella del cambio tecnico. Sperando che non si arrivi a questo (non dimentichiamo come manchino due giocatori fondamentali, uno da quintetto ed uno potenzialmente da sesto uomo ai quali, domenica contro Brindisi si è assommata il forfait del play di riserva, Gentile febbricitante), spereremmo in un intervento del Bucci presidente e, magari, nella rapida individuazione dei giocatori mancanti. Tempo, grazie alla sosta, ce ne sarebbe. E sarebbe bene non continuare a sprecarlo.

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