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Basket: luci ed ombre per le due bolognesi

A due minuti dal quarantesimo sembrava proprio che nulla sarebbe cambiato per le due bolognesi del basket rispetto alle ultime due settimane. Poi, un recupero di pura volontà di uno Slaughter che man mano che si avvicina il culmine della stagione mostra sempre più un pedigree da livello superiore e due liberi di un glaciale Aradori hanno sancito la vittoria della vecchia e gloriosa Vnera sul difficile campo della Leonessa Brescia (70 a 66). Prima, c’erano stati anche 12 punti di vantaggio, un incubo per chi, di punti di vantaggio, nel corso della stagione ne aveva dilapidati anche più. Ma questa era la sera della Virtus. Che ha vinto, per la prima volta in campionato, contro una delle magnifiche quattro (oltre Brescia, Milano, Venezia e Avellino) ed oltretutto in trasferta, su uno dei campi più caldi, anche se corretti, d’Italia. Certo, Brescia ha dovuto rinunciare all’ex, poco amato, Moss ma anche la Virtus, oltre il lungodegente Stefano Gentile ha avuto la sua defaillance dell’ultimo minuto: si è infatti fermato capitan Ndoja per un colpo fortuito ricevuto in allenamento alla stessa mano destra già colpita duramente durante la gara con Milano. E’ stata così la serata dei reduci (anche Brescia, come la Virtus, è corta rispetto alle altre corazzate), da una parte i terribili fratelli bolognesi (ma arruolati da Brescia) Vitali, uno Michele, con più punti nelle mani, l’altro, Luca, signore degli assist e un Hunt roccioso, spigoloso. A loro rispondevano Alessandro Gentile (12 punti nel solo primo quarto) un Umeh che il suo, quando chiamato a giocare, lo fa sempre (questa volta anche difendendo duro), un sontuoso BaldiRossi, un Pajola che non sembre più il cinno dei primi mesi ed anche, e questa è la migliore notizia della serata, un Lafayette che qualcosa del credito che unanimemente riscuote lo sta finalmente cominciando a mostrare. Che dire. Ci si aspettava una risposta dalla squadra. Una risposta per sapere se e dove fosse necessario intervenire sul mercato, un mercato decisamente negato, come impellente, dalla stessa dirigenza. E la risposta c’è stata. La squadra c’è, è viva, lotta e sembra poter sopperire alle assenze (come detto da coach Ramagli nel dopo gara, sono 8 partite che la Virtus gioca senza uno o due titolari). Basterà per un posto nei playoff, obbiettivo dichiarato di questa stagione? Sembrerebbe di sì, soprattutto se torneranno disponibili tutti gli infortunati. Poi che la squadra sia attrezzata per qualcosa di più, resta da dimostrarlo.

Sull’altra sponda di basket City, invece, il miniderby, o derby di chi non c’è, lo perde la Fortitudo.

Come dite? Non c’era nessun derby? Bè, questione di punti di vista. Questo Fortitudo/Treviso andato in scena nel rinnovato (e bello) PalaDozza, le aveva tutte per poter essere circoscritto nell’ambito della stracittadina. In primis, una delle due contendenti era la Fscudata. Ma, se anche dall’altra parte del parquet non c’era la Virtus, erano i giocatori presenti che potevano far pensare ad un derby di nemmeno tanti anni fa. A parte Rosselli, infatti, reduce della promozione bianconera della scorsa stagione, nei ranghi della DeLonghi, erede sulla carta e poco più (neanche il colore della maglia, passato dallo squillante verde trifoglio ad un banale azzurro o celeste mah) della Benetton di tante sfide gloriose, milita l’Imbrò ex capitano e meteorica promessa (l’altezza e la propensione a giocare sempre a testa alta nonché la inveterata lentezza, di gamba non certo di ragionamento, aveva indotto alcuni nostalgici a scomodare improbi paragoni nientemeno che con LeRoi Rigadeau) degli anni sabatiniani (anni sabatiniani che videro la scesa in campo del figliolo Gerardo, immerso a suo modo in un personalissimo derby personale avendo giocato anche con la canotta biancoblu dell’Aquila) nonché quel Bruttini che si erse a protagonista (il Jabbar virtussino, accodandosi alle facili iperboli di coach Boniciolli nei confronti del suo Gandini) delle finali playoff della scorsa annata. E vincono, quelli della Marca (82-78 andando così sul 2-0 negli scontri diretti, dato fondamentale in caso di arrivo a pari punti), sfruttando ciò che Boniciolli predica e vorrebbe dai suoi dall’inizio dei giochi: grinta, determinazione, mai sentirsi finiti. In una parola, quello che gli uruguagi definiscono garra e che gli uomini di coach Pillastrini (toh, un altro bi-ex che si iscrive a pieno diritto al derby di cui sopra) spargono a piene mani sul campo a partire da metà terzo quarto quando la F tocca il suo massimo vantaggio (+6). Da lì, da quel punto, i duri cominciano a giocare. Da una parte Rosselli (che si spegne a lungo andare) e Mancinelli (un leone, ferito, stanco, deluso forse, ma un leone; è lui l’ultimo a fermarsi ed allora la partita finisce). Dall’altra parte, si accendono i due mori, quel Brown già visto a Roma e il nuovo arrivato Swann che, con un gioco da 4 punti, che tanto ne ricorda un altro ben più sanguinoso, induce brutti pensieri, quei brutti pensieri che presto diverranno realtà. In  mezzo, o per meglio dire, a contorno, la gran prova sotto canestro di Jabbar/Gandini e i buoni punti di un McCamey finalmente sembrato a suo agio nel non dover portar palla (ma si sapeva, accidenti se si sapeva, già prima di prenderlo) e il tuttofarismo di Italiano (ma si devono anche tener presente i nulli o poco più dei vari Fultz, Amici, dello spaesato Okereafor e dell’involuto Cinciarini). Mentre dall’altra parte non si possono sottacere le doppie cifre del su ricordato Sabatini, di capitan Fantinelli e di un Lombardi dalla fisicità straripante. Passando agli staff tecnici, sembrerebbe averne di più quello trevigiano con un coach Pilla sereno e convinto così lontano dall’apparente stato di perenne sopraggiungente crisi di nervi di coach Boniciolli. Che però può trarre buoni auspici da questa partita: la squadra c’è, e quando tornerà il miglior Cinciarini e Okereafor avrà un po’ meglio capito dov’è capitato, chiunque vorrà assaporare il paradiso, dovrà fare i conti con l’Aquila scudata.

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