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Basket: occhi sulla Virtus e sul derby di questa sera

Tony Taylor, Kevin Punter, Pietro Aradori, Amath M’Baye, Brian Qvale. Questo il quintetto. E in panchina, David Cournooh, Kelvin Martin, Dejan Kravic, Alessandro Pajola e Filippo Baldi Rossi. Infine, utili negli allenamenti e nelle pieghe di una stagione che si prevede, e si spera, lunga e soddisfacente, il play Alessandro Cappelletti (uno dei giovani leoni in rampa di lancio prima del lungo infortunio patito) e il lungo Matteo Berti, prodotto del vivaio. Sulla carta, e sulle prime, ne conveniamo, non ci sono nomi eclatanti in questa nuova Virtus che possano scatenare la fantasia dei tifosi. Non quanto quelli sparacchiati l’anno passato (i primi acquisti furono, ricordiamolo, Pietro Aradori, comunque oggi confermato, e Alessandro Gentile, ripudiato in maniera inconsulta e forse, ma solo il tempo potrà dirlo, masochista e poi ancora Lafayette e Slaughter califfi da Eurolegue) o balenati nelle fantasie del popolo del tifo all’inizio dell’estate appena terminata (Diego Flaccadori in primis). Se però ci si sofferma e si ragiona su ciò che potrà, o potrebbe, diventare un’annata che, negli intendimenti dell’odierna governante, servirà da consolidamento del processo di ritorno al ruolo che storicamente compete al club dalla V nera, ci si accorgerà che i giocatori sono quanto di più funzionale al progetto si potesse trovare. Si è agito, infatti, in due differenti direzioni. La prima a garantire quell’esperienza europea che sarà fondamentale per battezzare nel migliore dei modi il ritorno in Europa dalla porta se non principale quantomeno molto importante (si giocherà, infatti, miracolo della diplomazia bianconera, la FibaChampionsLeague, la versione Fiba, appunto, della magna Eurolega): quattro dei sei nuovi stranieri, infatti, sono, da anni, pilastri nelle varie competizioni e campionati europei (il puntero Punter, per dire, la Coppa l’ha vinta l’anno passato, e come miglior cannoniere, nelle file dell’AEK Atene mentre il play Taylor ha trascinato ai quarti la squadra turca del Banvit e i lunghi Qvale e Kravic sono stati a lungo colonne, e che colonne, dei tedeschi dell’Oldenburg e dei russi del Locomotiv Kuban il biondo americano e dei greci del Panionios il bosniaco).

La seconda direzione che si è seguita, mirata soprattutto alla campagna italiana, è quella che ha segnato l’ingaggio di giocatori già testati anche ai massimi livelli nostrani (M’Baye, dopo i fasti della Brindisi da sogno di un paio di stagioni orsono, nella Milano da bere che tanto vince in Italia e ben poco in Europa) o che comunque hanno dimostrato di poter tenere il campo contro chiunque (il Martin cremonese della scorsa stagione che, partito da sesto uomo, il ruolo che lo aspetta al PalaDozza, non ha potuto vincere il titolo di miglior addizione dalla panchina solo perché è diventato ben presto titolare pressoché inamovibile o il Cournooh prima solidissimo rincalzo e poi indiscusso protagonista nelle varie Brindisi, Pistoia o Cantù) senza contare il carisma di capitan Aradori, la prevedibile crescita esponenziale di quel mezzo fenomeno (per l’età) di Pajola o la solidità ritrovata insieme alla salute di un motivato BaldiRossi. Ma quello che più rincuora e fa sperare chi minimamente si intende di basket, sono la solidità e la capacità di un rinnovato staff tecnico che ben si sposa all’armonia societaria ritrovata. Per dire: la scelta di coach Sacripanti, dopo i primi nomi eclatanti ma fuorvianti (ci scusino, ma al confronto non ce n’è per i vari Trinchieri o Banchi o …) sparsi artatamente a piene mani, è stato un vero colpo da maestro, e grande conoscitore di basket, del nuovo plenipotenziario DellaSalda. E se questa scelta, non condivisa con altri, ma il tempo correva veloce e bisognava agire in fretta, ha portato malumori e dimissioni nella parte più umorale, e francamente inutile, della società, ben vengano decisionismi ed abbandoni).

Gli appassionati, però, e si sa, hanno bisogno di risultati più che di tempo per affezionarsi. E se le prime uscite sono state contraddittorie (vittorie e sconfitte di misura con avversari piccoli e medi), direi che non c’è da preoccuparsi mancando, di volta in volta l’Aradori nazionale o il Taylor in ritardo. Il test più importante, sentimentalmente parlando ovvio, è però alle porte. Il derby, seppur amichevole (ma di amichevole in queste occasioni c’è giustamente ben poco azzerando la competitività e l’agonismo ogni differenza tecnica e a volte fisica) incombe con le sue prime risposte che (scommettiamo?) risulteranno fallaci nel prosieguo della stagione.

Le vere risultanze e spessore delle due arriveranno più tardi, con le prime vere partite, quando i due punti saranno sangue versato o linfa vitale per entrambe. Dell’Aquila, nei pronostici abbiamo detto (o vince il suo girone e vien promossa direttamente, o nei playoff rischia forte la consueta delusione). Della Virtus diciamo che si prospetta un campionato sulla falsariga di quello passato, in corsa per passare il primo turno sia della CoppaItalia sia dei PlayOff. Ma attenzione: lasciando perdere le inarrivabili (ma la carta spesso è velina) Milano e Venezia, ci sono squadre che, almeno sulla carta, sembrano più attrezzate e pronte della cara, vecchia V (Avellino, Torino e Sassari, ad esempio) mentre daremmo in calo la miracolosa Trento finalista scudetto.

Chi tiferà vedrà e che sprazzi dell’ineguagliata classe dell’immenso Ginobili, ora che a lui non serve più, si spanda benevola sui giocatori in nero/bianco/blu.

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