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Basket: punto sulle bolognesi

Settimana diacronica per le bolognesi. Già entrambe non hanno giocato, la Virtus ferma per la sosta concomitante agli impegni della nazionale (alla quale, come noto, non parteciperanno le due punte di diamante Aradori e Gentile, Alessandro) la Fortitudo che, in campionato, tornerò solo l’8 marzo.

Non rimane, per il punto sulla situazione, che rifarsi alle ultime partite giocate. La Virtus impegnata alla riconquista, rivelatasi utopica, di un posto al sole nella final eight di CoppaItalia fiorentina, la Fortitudo che, avendone l’occasione, ha coronato l’inseguimento alla lepre impiccata Trieste nel mini derby con Imola al piccolo Madison.

La Virtus allora. Che ha giocato, e perso male, malissimo, il suo quarto con Brescia. Dominata dall’inizio (e poco contano le fiammate d’orgoglio, rabbia nervosa e trance agonistica che più volte l’hanno portata a contatto con una Leonessa che gioca sul canovaccio di schemi assorbiti nel dna di una squadra che vede il miglior play (di gran lunga) italiano, Luca Vitali, smazzare assist e giocate (e all’occorrenza produrre in proprio) per il miglior giocatore dello scorso campionato, l’atipico se ce n’è uno Landry, per l’italiano più migliorato dell’ultimo biennio, il fratello Michele, per il folletto imprendibile Moore, per l’immortale Moss, per l’utilissimo Sacchetti. Già vista così, si capisce quanto difficile si presentasse l’impresa. Se poi alla Virtus togli il capitano della nazionale Aradori e, dopo 16 scarsi minuti in cui si era dimostrato il più vispo sul parquet, quell’Alessandro Gentile che tanti, troppi, continuano a snobbare e criticare quando, insieme al succitato Aradori forma la miglior coppia di guardie dell’intero campionato (e non ci sono americani o lituani o … marziani che tengano, carta e statistiche docet), si capirà come già all’intervallo lungo ci si sarebbe potuti dedicare ad altro. A questo punto si impone una dolorosa riflessione. Che coinvolge, e non potrebbe essere altrimenti, la gestione tecnica del team. E per gestione tecnica intendiamo non solo un, una volta di più, impresentabile a questi livelli coach Ramagli (troppo emotivo, troppo succube degli eventi, non, cioè, in grado di prevenirli o avversarli con un’invenzione o un’intuizione; certo, nelle condizioni di cui sopra, senza i due terminali designati, era oggettivamente difficile, ma quello che manca a questa squadra, appunto, is a kind of magic). E qui, inevitabilmente, si innesta la riflessione negativa su chi, questa squadra ha costruito, ha difeso, non è e non è stato in grado di cambiare, Julio Trovato. La sensazione di impotenza deflagrata nella partita contro Avellino, in cui tutti i mismatch erano negativi (troppo grossi, troppo alti e troppo tanti i lupi in verde) si è dimostrata non una sensazione, ma un triste, incontrovertibile dato di fatto anche contro una Brescia che era più grande, grossa e pesante in tutti i ruoli (Alessandro Gentile escluso, chiaro, il quale però spesso viene utilizzato da 4 tattico ed allora …). Per dire: il più giovane dei Vitali, Michele, che nell’anno disgraziato della retrocessione sembrava, ed era, il cinno del gruppo, commoventemente piccolino com’era, venerdì, al cospetto di Lafayette, sembrava un colosso. Ma a parte la stazza, è il numero che deficita. Non puoi, a questi livelli e puntando a quello cui punti, giocare in 7 o 8. Si continua a parlare di un innesto, ma ne servono almeno due (forse tre se si riuscisse a traslare uno dei contratti inutili che ancora zavorrano la squadra). Soprattutto, non ad un altro tiratore accentratore bisognerebbe guardare, ma a una mente ragionante possibilmente alto e grosso e a un lungo atletico e verticale. Gli ideali? Quando l’ennesima Milano sconclusionata di questi anni mollerà definitivamente la Champion, si potrebbe, forse, attingere ai tanti esuberi che inevitabilmente ci saranno. Per dire, l’Andrea Cinciarini tutto fosforo e il M’Baye saltatore sarebbero gli ideali. Ma è solo per fare dei nomi, definire uno, anzi due, profili. Ma anche il Wright che molte sirene tentatrici danno in fuga da Reggio potrebbe riempire il vuoto sotto canestro saltando e segnando. Ripetiamo, sono solo parole, e nomi, in libertà. A decidere, e spendere, saranno altre persone. Poi, chiaro, si può continuare a tergiversare, ma poi sarà un peccato non arrivare in fondo come successo per questa Coppa Italia, una coppa vinta da una Torino squassata da dissidi e faide interne, ma che, arrivata al punto, ha acquistato, e bene. Cambiando il proprio destino e il proprio futuro.

La Fortitudo adesso. Per la quale è arrivata, puntuale, la quinta vittoria (su cinque) della gestione Comuzzo. Troppo facile, okkey, dare a lui tutto il merito, ma se la cara biancoblu ha cominciato e continua a vincere senza praticamente americani (anche se i veri stranieri qui sembrano essere i mai così giovani Cinciarini e Mancinelli), un po’ di merito al manico bisogna pur riconoscerlo. E certo che si giocava contro una Imola da metà classifica in giù ma ritrovarsi al giro di boa dell’intervallo lungo ad inseguire con uno scarto di una decina di punti, solo qualche settimana fa avrebbe potuto produrre un corto circuito nervoso deleterio (situazione da cervello saltato circoscritta, invece, in questo caso al solito ingiustificabile Amici); questa volta, invece, si è risposto con un terzo quarto da 30-punti-30 e una proiezione sull’intera partita di 120. Pensiero cattivello alquanto: convincere coach Boniciolli a prendersi ancora qualche giornata di recupero no, eh?

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