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Basket: tutto normale all’ombra delle Due Torri

Tutto normale all’ombra delle DueTorri. La Fortitudo Consiltinvest che, seppur faticando a Faenza contro una mai doma AndreaCosta, vince la sua sesta partita su sette (ha perso infatti solo contro la ancora imbattuta Alma Trieste: e se i rumors che si susseguono impetuosi si riveleranno veritieri, l’approdo giuliano del Rosselli esautorato dalla Bologna bianco/nera, chissà chi potrà batterla) ed issandosi al secondo posto della classifica parziale in compagnia di una forse inaspettata Extralight Montegranaro ostentando l’argenteria di casa (Cinciarini, Legion e Mancinelli) mentre la Virtus Segafredo perde per l’ennesima volta, 4su4, in volata. E se le prime tre sconfitte di misura sono state ad opera della Trento finalista l’anno scorso, della Venezia campione in carica e della Milano pronosticata urbi et orbi tra le favorite in Italia ed in Europa (ma qui si rasenta la fantascienza), questa volta a violare il sacro parquet di PiazzaAzzarita è stata la non blasonata ma splendida Germani Brescia di coach Diana e dei fratelli Vitali.
Della Fortitudo, quindi, che dire? Che ha una classe diffusa ed una stazza talmente preponderante, rispetto al lotto delle comprimarie entro il quale bisogna necessariamente inserire la volonterosa Imola, da potersi permettere di cincischiare in attesa del momento in cui piazzare, appunto, la spallata decisiva. Cosa che, puntualmente, è accaduto anche in questo frangente, nel corso del secondo quarto quando, grazie all’accelerazione impressa al gioco dai vari Legion e Cinciarini, ha toccato anche i 15 punti di vantaggio. E se poi gli avversari dovessero, come in questo caso, prodursi in una non sempre agevole rimonta, basterà
affidare la palla che scotta ad uno dei califfi, come accaduto con l’ultima tripla affidata ad un sempre più
convincente capitan Mancinelli.
Passando invece alla Virtus, non ci si può esimere da un altrettanto esplicito che dire? Quella che poteva sembrare una pecca risibile di gioventù (non riuscire a gestire i finali di partita) sta diventando una perniciosa abitudine. Anche domenica sera, infatti, un vantaggio cospicuo di una dozzina di punti verso metà ultimo quarto è stato dilapidato in un amen. E non si può certo dare di questo la colpa all’inesperienza di giocatori che, come Ndoja, Aradori, Lafayette, Slaughter e i due Gentile, sono anni che giocano a questi livelli in Italia ed in Europa. Ciò che si evince dalla sfida fratricida con Brescia (doppia sfida fratricida: allo scontro tra fratelli, i Gentile a Bologna, gli splendidi Vitali, virtussini DOC mai profeti in patria che probabilmente non vedremo più su questi parquet con la V stampata sul petto, si sovrappone quella mia personale: al fantabasket, infatti, ne ho tre di Bologna, Ale Gentile, Umeh e Lawson e tre di Brescia, Luca Vitali, Lee Moore e Landry) è che però, forse e ripeto forse, si dovrebbe cominciare ad analizzare la gestione tecnica della squadra. Non è un attacco a coach Ramagli, ma se così tanto sembra non funzionare (in un ottica puramente sportiva, sia chiaro) dal punto di vista tecnico, forse qualcosa da raddrizzare sul piano societario ci sarebbe. Un’impressione, questa, avvalorata da ciò che è successo in settimana quando Rosselli, il capitano, il giocatore simbolo della roboante promozione di appena sei mesi fa, è stato allontanato dalla squadra per motivi extratecnici. Una squallida conclusione di un rapporto mai chiarito in estate quando la gratitudine nei confronti dello zoccolo duro e puro della squadra ha fatto sì che venissero confermati gli uomini simbolo della stagione senza, probabilmente, credere più di tanto in loro. A quel punto la faraonica campagna acquisti, pur non avendo completato la squadra, ha creato aspettative prematuramente gloriose mentre l’approccio alla serie A si è dimostrato più impervio del previsto per una neopromossa, seppur di lignaggio, alla quale sono state somministrate nelle prime sette partite le 5 squadre più forti del lotto, cosa che ha messo dolorosamente in chiaro come alcuni giocatori non siano pronti al livello di gioco necessario
per suffragare le ambizioni della dirigenza.
Il guasto capitale, però, è stato peccare di supponenza (ma la dirigenza, in questo, è stata in ottima compagnia: chi avrebbe pensato ci sarebbero state così marcate difficoltà, infatti?). A questi livelli, è assodato, non puoi competere con soli 3lunghi3 anche se questi si chiamano Slaughter Lawson e Ndoja.
Questione di numero. E così, rimandando all’infinito una querelle che si sarebbe potuta rivelare nulla se fin dall’inizio si fosse puntato ad un ultimo acquisto (quel Burns di cui si vocifera adesso ma che da italiano costerà infinitamente più di quanto, ad inizio campionato, sarebbe costato da americano in attesa di) ci si è trovati ad avere una squadra squilibrata tra un reparto bassi completo e sufficiente formato da sei giocatori diversi tra loro per caratteristiche ma complementari tra loro, e quello lunghi deficitario e bisognoso di supporto. Così, capitan Rosselli si è trovato a giocare lunghi minuti da ala grande non avendone la stazza ma più la propensione e la voglia. Una scelta che ha indebolito sia l’un reparto che l’altro (per dire: quando Brescia manda in campo Bushati da 3 e Bologna risponde con Rosselli, dei due chi dovrebbe preoccuparsi di più è la leonessa, non certo la Vnera, ma se Rosselli deve giocare da ala grande, ecco che devi continuare a far gioicare senza ricambi gli stessi creando un handicap di impossibile soluzione). Purtroppo, questa situazione mai chiarita, e sulla cui soluzione ci si è colpevolmente attardati ha portato di fatto ad indebolire in maniera vistosa la squadra. Se anche si arrivasse in tempi brevi al tesseramento della tanto agognata ala grande, a questo punto mancherà un sesto giocatore tra i bassi. La coperta, cioè, resterà corta e bisognosa di intervento. Tutta la vicenda denota chiari sintomi di incapacità decisionale e, forse, ha svelato la punta dell’iceberg di una frattura allora (in estate) embrionale e che ora si sta facendo pericolosamente eclatante tra la parte tecnica e quella dirigenziale della società. Prima però di fasciarsi la testa o farsi prendere dall’ansia bisogna considerare che la strada da compiere prima di raggiungere o fallire gli obbiettivi di minima prefissati è ancora lunga, e che comunque le capacità economiche della dirigenza e le potenzialità della squadra sembrano, in questo basket odierno, praticamente infinite. Tempo e modo, cioè, per aggiustare ciò che non va c’è.

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