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Bilancio Bologna, esame Serie A superato

Questo nuovo mondo è duro. Salendo uno alla volta gli scalini della facoltà, in preda alla tensione per l’esame imminente, ti ritrovi a riflettere sui cambiamenti che ti hanno accompagnato negli ultimi mesi. Sai di non essere preparato da 30 per questo primo esame ma la fiducia è comunque alta, un modo per sfangarla lo troverai, continui a ripeterti. Una voce autoritaria scandisce il tuo nome, invitandoti ad accomodarti al cospetto del professore che ti interrogherà. Una volta seduto, si parte.

Era la stagione del ritorno in Serie A quella 2015-16 per i rossoblù. Una stagione di cambiamenti, proprio come per l’universitario che ci siamo immaginati poco fa. Il Bologna non era sicuramente preparato da 30, non era uno di quegli studenti modello pronti a conseguire lodi a destra ed a manca, ma non era neanche il classico scansafatiche svogliato, destinato ad una carriera academica poco onorevole. La sensazione che, in qualche maniera, la salvezza sarebbe stata centrata era diffusa, nonostante la cavalcata playoff non eccezionale (eufemismo) e la consapevolezza che, davanti, i rossoblù si sarebbero trovati esimi luminari quali Juve, Napoli e Roma, non i giovani supplenti delle superiori ai quali l’anno di serie cadetta li aveva, loro malgrado, abituati.

Nove mesi dopo, l’obiettivo è stato raggiunto. La permanenza nella massima serie è il trampolino di lancio dal quale lavorare per costruire un futuro solido sia sotto il profilo finanziario (aspetto assolutamente non secondario, Guaraldi docet) sia sotto il profilo tecnico. Non è stata un’annata facile, specie nelle battute iniziali del campionato quando, sotto la (discutibile) guida di Delio Rossi, il Bologna sembrava prossimo a precipitare nuovamente nell’incubo. 6 punti in 10 partite il magro bottino dei rossoblù, con le uniche gioie delle vittorie contro Frosinone e Carpi. Chi si aspettava una partenza lanciata stile FrecciaRossa è rimasto deluso, il cammino bolognese pareva più un’agonia degna di un vecchio Intercity fuori mano, senza aria condizionata e con i sedili cigolanti. Oltre a non racimolare punti il Bologna stentava (eufemismo numero due) sotto il piano del gioco e delle occasioni, non dando mai l’impressione di essere prossimo al cambio di rotta tanto necessario per non rimanere subito staccato dal gruppone delle dirette avversarie. Esattamente come gli ultimi due mesi della stagione precedente, Delio Rossi non era riuscito ad inculcare nelle teste dei rossoblù i propri dettami tattici, mostrando una pochezza di idee che gli è stata fatale. Logico cambiare, a posteriori risulta spontaneo chiedersi perché non si sia fatto prima.

28 Ottobre 2015. È questa la data che cambia completamente la stagione del Bologna. Fuori Rossi, dentro Donadoni. Non mi dilungherò su quanto il tecnico ex Parma abbia portato benefici alla causa rossoblù, basterebbe osservare i risultati, nudi e crudi. Con lui in sella, il Bologna ha viaggiato, per buona parte della fase centrale del campionato, a ritmi da Champions League. Mi interessa, invece, fare un discorso un attimino più articolato di meri numeri e statistiche.

Donadoni non è un genio. Donadoni non è un rivoluzionario innovatore né dal punto di vista tattico né da quello tecnico. Donadoni è semplicemente (ma mica tanto, poi), un uomo, prima ancora che un allenatore, di buon senso, che ha il grande merito di capire il contesto in cui si trova ed affrontarlo con pragmatismo. Il che non significa essere uno “yes man” pronto a farsi andare bene qualunque linea dirigenziale, significa avere la lucidità di comprendere le dinamiche all’interno delle quali ci si trova a lavorare e non forzare la mano tentando di cambiare tutto, dal giorno alla notte. Ha capito immediatamente, Donadoni, come andasse restituita fiducia ad un gruppo sportivamente depresso, composto da ragazzi per lo più giovani o giovanissimi, guidati poco e male da veterani ormai disillusi riguardo alla bontà del progetto. Ha capito immediatamente quanto alcuni elementi fossero palesemente inadeguati al ruolo che ricoprivano: Rossettini spostato terzino destro è emblematico in tal senso, tanto quanto la scelta di accantonare Crisetig e Crimi per lanciare Diawara e Taider. Possono sembrare, oggi, mosse scontate. Allora, calcisticamente parlando una o due ere geologiche fa, lo erano molto meno. Ha capito immediatamente, infine, che lo snodo principale per la salvezza era restituire a quella squadra la convinzione di potersela giocare, in casa e fuori, con tutti. Le vittorie con Napoli, Milan e Sassuolo, solo per citarne alcune, ed i pareggi con Roma, Napoli e Juve, rappresentano sicuramente gli apici di questo lavoro psicologico effettuato da Donadoni sul gruppo che aveva a disposizione.

Oggi, a due giornate dal termine del campionato, si può guardare al futuro con serenità, consci che servirà lavorare tantissimo per colmare il gap che separa il Bologna dalle prime della classe (studenti modello, dicevamo), ma anche che il primo passo per rilanciare questa società è stato compiuto.

Per una volta, Bologna può sorridere volgendo lo sguardo verso l’orizzonte. Il primo esame è andato, ora si pensi alla Laurea, quell’Europa che per troppi anni i tifosi rossoblù hanno, inutilmente, agognato.

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