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Immagini che si accavallano volendo suggerire antiche emozioni. Suggerimenti che tardano a farsi sensazioni. Sensazioni, quando arrivano, che regalano un senso diffuso di incompiuto. Eppure c’è tutto. E forse, senza forse, c’è troppo. C’è Harrison Ford imbolsito (e l’idea di fare di lui un novello Marlon Brando/Kurz, il suo nome, Deckard, invocato per tutto il film, quasi la sua sola presenza/assenza potesse risolvere quello che da risolvere non c’è, e poi, quando arriva in scena, una decina di minuti di cui la metà passati legato ad una poltrona mentre attorno a lui il mondo dovrebbe salvarsi, dai non è una cosa seria). C’è il suo erede, l’agente K, Ryan Gosling, che alle signore potrà anche piacere ma poi non critichino con aria di sufficienza i compagni che sbirciano le scollature di Belen. C’è Wallace/Jared Leto (Jared chi?) con la sua faccina da testimonial di Gucci che si ispira al Lambert Wilson (Lambert chi?) del matrixiano Merovingio e quando prende tra le mani la testa del malcapitato di turno, è un colpo al cuore (Rutger/Roy dove sei? dov’è la tua vita bruciata da entrambi i lati della candela? e dov’è il tuo edipico padre Tyrrell). C’è persino una replicante (no, forse non è una replicante, ma non importa, per la non importanza di quello che fa, non importa) bionda, bionda con la frangetta (McKenzie Davis/Mariette) ma Daryl/Pris era davvero un’altra cosa. E poi ci sono, sparse, una dottoressa carina e sfortunata (Carla Juri/Ana Stelline un personaggio così simile alla Samantha Morton/Agatha dell’altrettanto dickensiano “Minority Report”) che non sa quanto importante sia sarebbe sarà; una capitana, Joshi, domina e assetata di vodka e non solo (Robin Wright non più, mai più, Penn o anche quando la classe e la sensualità non sono acque fresche); un ologramma, carino, struggente, morbido e impalpabile (Ana De Amas/Joy, scommetterei su di lei, se potessi) ed una cattiva che più cattiva non si può: replicante ma padrona del proprio destino, Sylvia Hoeks (ci fate caso? quando il mondo è in pericolo, qualsiasi mondo o qualsiasi cosa si intenda per mondo, i cattivi, quelli che potrebbero diventare i padroni del nuovo ordine mondiale, sono sempre pochissimi, e Luv è sola) è il paradigma di questo “Blade Runner 2049”, un paradigmatico vorrei ma non posso anche se in realtà avrei potuto, eccome se avrei potuto, ma non ho voluto o, peggio, non ho saputo. Perché va bene (va bene?) che la pioggia insistita, perpetua, abbia lasciato posto ad acquazzoni tropicali e ad un nevischio, una neve sporca piuttosto, che scivola via le coscienze di chi la coscienza dovrebbe avere ma anche la pazienza di chi, paziente, ha aspettato anni questo sequel che non avrebbe MAI dovuto essere. E va bene (va bene?) che gli eroi, e gli attori che li interpretano, invecchino, ma dai, una marchetta rimane una marchetta, Harrison/Deckard allora ERA, adesso Ѐ una macchietta (e non basta fargli rubare una battuta, qui “… io so la verità …”, là “… io so chi sono …”, all’Harry Angel/Mickey Rourke di “Angel Heart” il bel film di Alan Parker quasi coevo di quello per riportarne in vita il personaggio) e riproporre Rachel/Sean Young adesso, anche lei bolsa e invecchiata con le meraviglie che ci hai mostrato inutilmente fino lì a ridarcela come allora una di più non avrebbe guastato, ed anzi (l’unico, ma davvero, che davvero fa piacere incontrare di nuovo, è il vecchio Gaff/Edward James Olmos che passa ancora il tempo, quel poco che resta a lui e a noi, ad intrecciare, e a regalarti, quei suoi strani origami a forma di unicorno).

Il problema, allora, forse non è nel film in sé, ché anzi, averne. Il problema è che l’avresti potuto chiamare in qualunque altro modo e a nessuno mai sarebbe venuto in mente di lamentarsi. Perché, ripeto, lo spettacolo, un po’ lungo un po’ ripetitivo e un po’ noioso, è garantito. Ma con quello di allora, 35 anni fa, questo non ha nulla a che vedere. È un escamotage, per riprenderne le fortune (ma se chi rimane più impresso è il vecchio wrestler Bautista/SapperMorton dei primi 5 minuti di azione …). O forse, solo, è un’operazione nostalgia. Esisteva, allora, un regista giovane ambizioso e ancora considerato di nicchia (nonostante “Alien” e non fate i saputelli: so anch’io che c’era stato prima “I duellanti” ed appunto parlavo di nicchia, mentre “Alien” era stato un successo di pubblico che aveva crepato la nicchia) che aveva bisogno di farsi conoscere ed apprezzare dal grande business. Ed era stato scelto un autore ancor più di nicchia per saccheggiarne l’utopia letteraria. Di quell’autore, adesso, tutto è stato letto, riscoperto, sceneggiato. E di quel regista adesso produttore, della sua visionarietà coraggiosa e spericolata non rimane che un’accademica maestria. Del regista titolato di questo pateracchio non si parla, nulla essendo rimasto (soggiogato dalla personalità di Ridley Scott forse vero e reale punto di riferimento del personaggio di Wallace) dell’altrove interessante Denis Villeneuve.

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