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Bologna Fotografata: tre secoli di sguardi

La Cineteca di Bologna, una delle istituzioni più importanti al mondo nel suo genere, non è solo cinema. O meglio: non si occupa di solo cinema, o almeno non se ne occupa solo da un punto di vista prettamente … cinematografico. All’interno delle attività della Cineteca, un ruolo di grande importanza lo riveste l’Archivio Fotografico (da ora in poi, per comodità, Fototeca) dislocato presso la Biblioteca “Renzo Renzi” di via AzzoGardino 65/b (responsabile Rosaria Gioia).

Per darne conto, per riuscire a rendere la grandiosità della collezione, si pensi che all’interno “… del cuore cinematografico della Cineteca …” sono custodite oltre un milione di immagini divise in divise in due macrosezioni: la prima, che rispecchia la volontà di documentare fotograficamente la storia del cinema, è composta da oltre 350.000 immagini di scena e lavorazione dei film, ritratti di attori e registi e tutti quei documenti visivi che fotografi e collezionisti hanno ceduto o donato alla Cineteca; la seconda, il cui meritorio scopo è quello di curare e rendere accessibile il patrimonio delle immagini storiche di Bologna, ingloba oltre 800.000 immagini realizzate tra il 1873 e il 2000 ed acquistate o donate alla Cineteca (le collezioni possono riunire l’intera produzione di alcuni fotografi, ma anche singoli scatti, piccoli fondi, album familiari, cartoline e stereoscopie).

Naturalmente, e non potrebbe essere altrimenti vista la verve che il direttore Gianluca Farinelli ha saputo e sa infondere alle attività della Cineteca, la fruizione di un archivio di tale spessore ed importanza non può, non deve, rimanere circoscritto alla stretta cerchia di studiosi, appassionati o curiosi. Ed ecco, infatti, che, “… a testimonianza del carattere dinamico che questo deposito vuole mantenere nel suo continuo dialogo con il presente, a scadenza regolari l’Archivio  Fotografico diventa curatore e promotore di una serie di mostre che di volta in volta si concretano su alcuni segmenti monografici, tematici o storici del mondo del cinema e sulla storia della città …”. Così, per questo motivo, perché sono un appassionato, e perché le tante critiche sentite tra chi diceva che c’era troppo freddo (e vorrei vedere, la mostra è nel vecchio sottopasso tra Rizzoli, il Pavaglione e palazzo Re Enzo e spero che nessuno pretendesse un impianto ad hoc per una situazione provvisoria) e chi ne contestava il buio (il bell’allestimento, completamente nero a completare una sorta di labirintico senso di straniamento ma al contempo di inclusione è, ovviamente, … nero), chi criticava che le foto non fossero originali ma copie (senza tener conto che è stato necessario scansionarle da foto antiche e quindi delicatissime perché il loro non rispondere a formati standard non ne avrebbe permesso l’allestimento in  una mostra “moderna”, ottimizzandone in tal modo il formato, la risoluzione e la luminosità per uniformarne la presentazione; lavoro importante, questo della scansione, iniziato da Angela Tromellini e Margherita Cecchini) e chi lamentava cattivi odori assortiti (fino a sentire, assurdamente, tanfo di, scusate, latrina), mi sembravano talmente pretestuose e ridicole da parere inverosimili, ho voluto visitare di persona prima che chiudesse (affrettatevi, manca una decina di giorni alla chiusura programmata, ma speriamo ci sia un’ulteriore proroga) la (bella, bellissima, diciamolo subito) mostra “Bologna Fotografata” allestita (e bene, benissimo, ripetiamo) nel già citato sottopasso Rizzoli (con un bel catalogo, “Bologna fotografata – tre secoli di sguardi” edito dalla Cineteca stessa).

Ma forse, al di là di ogni altra constatazione, è la sorpresa che mi ha accolto all’entrata che mi ha reso così felice. Sulla destra, appena entrati scendendo le scale e prima di iniziare il percorso della mostra vera e propria, c’è una sezione introduttiva intitolata “Bologna rifotografata” che accoglie gli scatti che Willie Ostermann, fotografo, stampatore fine-art e docente di fotografia al Rochester Institute of Technology produsse a fine anni ’90 in quasi un anno di lavoro certosino di ricerca e poi di riproposizione di vecchie fotografie di proprietà della Fototeca arrivando, in alcuni casi, ad aspettare ore per ricreare il momento preciso per avere le medesime ombre o la stessa tonalità di luce dell’originale. Un lavoro lungo e complesso che fu reso possibile grazie alla collaborazione preziosa di alcune, tante, persone tra cui mi piace ricordare Daniele Vincenzi (architetto conosciuto ed apprezzato ma più ancora sorta di agitatore culturale nonché memoria storica dell’esperienza esaltante che vide Dino Gavina protagonista) presente in una delle foto più iconiche del progetto (anche sulla copertina di “Deja View” il libro che testimonia il lavoro di Ostermann e che Pendragon pubblicò nel 2002) o Stefano “Lupo” Veratti. Un’esperienza di cui mi sento, in minima, minimissima parte, partecipe. Willie, infatti, lo conobbi a un seminario sulla stampa fine art tenuto da James Megargee (uno dei più grandi stampatori fine-art che Francesco Nonino, che lo aveva conosciuto durante un suo stage newyorchese, presentò a noi del RossBross, il gruppo di fotografi di cui facevo parte insieme a Willy Cremonini, Oscar Ferrari e Marco Lambertini) negli spazi del Centro Giovanile Rosselli cui allora facevamo capo.

Da lì, dal Centro Rosselli, James e Willie diventarono parte integrante per alcune stagioni del T.p.W. (il Toscana Photographic Workshop), la creatura di Carlo Roberti che, nel corso dei 25 anni della sua vita ha visto, e vede ancora, succedersi come insegnanti delle settimane toscane (i corsi che si svolgevano nei casali e nelle ville attorno Buonconvento, si contraddistinguevano come una delle esperienze artistiche più intense che fosse possibile vivere, fino a diventare negli ultimi anni circuitanti e spostandosi da San Quirico d’Orcia alla Sicilia, da Toledo a Venezia o, come cita il sito del T.p.W. all over the world) personaggi come Sarah Moon e Steve McCurry, Arno Rafael Minkkinen e Leonard Freed, Sally Gall ed Antonin Kratochvil, Douglas Kirkland e Greg Gorman, John Goodman e Gianni Berengo Gardin e tanti, tanti altri. Un’esperienza, quella del Rosselli prima e del T.p.W. poi che legò profondamente Ostermann alla realtà bolognese di quegli anni. E all’idea  di riscoprire le lastre dimenticate della Fototeca per riproporle in un lavoro unico che ben presto fu pubblicato nel bel libro edito da Pendragon di cui si diceva prima.

Tornando alla mostra vera e propria, che dire. È davvero molto bella. Ma più che bella, curiosa, interessante, importante, imperdibile. Per tanti motivi. Non c’è, chiaramente, tutto. Ma c’è di tutto. Chiunque, ma proprio chiunque, potrà trovarci motivi, i più disparati per appassionarsi; chi osserverà con curiosità, chi con interesse e ci sarà chi si emozionerà rivedendo se stesso (bè non proprio se stesso, ma alcune testimonianze di sé e del proprio tempo passato) o riconoscendo scene, persone, situazioni della propria memoria (a me, per dire, e scusate la banalità, vedere Serafini, Bertolotti e John “Kocis” Fultz affiancati nelle striminzite canotte e pantaloncini dell’epoca mentre il coach di allora, Nico Messina, li guarda da sotto in su, arrivava a malapena all’altezza dello sterno di “Gigione” Serafini, com’erano giovani i miei 14/15 anni all’epoca, era il tempo delle illusioni e della spensieratezza, ha fatto venire i lucciconi agli occhi).

Naturalmente, e doverosamente, altri momenti ed altre situazioni sono ampiamente documentate: felici (le ragazze in fiore diventate, per gli scatti di Antonio Masotti e gli scritti di Riccardo Bacchelli “Le Bolognesi”, bellissimo libro, mostra e testimonianza degli anni ’50), storici (i bombardamenti degli anni ’40), tragici (il 2 agosto), politici (il ’68 prima, il ’77 poi), sociali (le serie di Walter Breveglieri e Paolo Ferrari, Piero Casadei e Roberto Serra, Michele Nucci e Fulvio Bugani, Franco e Luca Villani,  Paolo Bettini e Primo Gnani e Arnaldo Romagnoli), artistici (gli scatti d’autore di Nino Migliori).

Ognuno, davvero, potrà trovare un motivo, un ottimo motivo, per apprezzare, e ricordare, questa bella mostra.

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