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Certo, se a Bologna parli (pensi) di gialli (giallisti), il pensiero corre in automatico ai grandi del genere (che poi siano anche i grandi del genere in Italia, è un  fatto assolutamente non secondario). Pensi cioè a Lucarelli (Carlo, e alla trilogia pre e post ventennio del commissario DeLuca, ai cyberkiller bolognesi, alla attuale bella serie dal sapore coloniale) o a Macchiavelli (Loriano e al suo SartiAntonioBrigadiere trasposto in video nella miniserie televisiva omonima dalla faccia bella e dolente, all’epoca, di Gianni Cavina, ai romanzi, anche sotto pseudonimo, su stragi e complotti di stato, e alla fortunata collaborazione appenninica con Francesco Guccini).

Certo, ancora, se pensi o parli di Lucarelli e Macchiavelli, non puoi non pensare o parlare del loro fortunato antico sodalizio con il Gruppo13, l’enclave alquanto esoterica (nel senso di appartenenza chiusa e supponente che la contraddistinse) che agì nell’ultimo decennio del millennio scorso e che annoverava alcuni di quelli che sarebbero diventati dei punti di riferimento del genere: Pino Cacucci, Marcello Fois, Alda Teodorani, Danila Comastri Montanari, Lorenzo Marzaduri, Gianni Materazzo, Sandro Toni, Massimo Carloni, Nicola Ciccoli, Claudio Lanzoni e Mannes Laffi (questi ultimi due illustratori). Il fatto poi che alcuni di questi, chi per età chi perché già dottore (no, questo no, questo è il bardo montanaro che lo canta; meglio, allora, dire chi per gelosia chi per invidia chi per arroganza) uscirono dal gruppo, nulla toglie all’importanza dell’esperienza, alla sua primogenitura, al suo porsi come esempio da seguire che tanto, e tanti, ha generato, ispirato, formato.

Sto pensando ai primi adepti Rigosi (Giampiero, “NotturnoBus”), Nerozzi (Gianfranco, “Ultima pelle” e “Continuum”), anche Vinci (Simona, “Dei bambini non si sa niente”) perché no? Ma anche agli epigoni più recenti, il Matteo Bortolotti di “Questo è il mio sangue” e del curioso “Il mistero della loggia perduta” (e che, giusto per riprendere il discorso dei padri nobili, ha lavorato con Lucarelli alla fortunata serie televisiva dell’Ispettore Coliandro) o il Marco Bettini di “Color sangue” o ancora il Roberto Carboni di “Destinazione notte”. Ma un fermento così vivo, lo stesso fermento che più volte ha fatto definire Bologna come la capitale del noir (o giallo) all’italiana, non può, necessariamente, esaurire la propria forza propulsiva nelle sole punte di diamante (o di zircone). Non può, sostanzialmente, chiudersi in se stesso, senza formare, promuovere, iniziare altre pulsioni, tentativi, realtà. Ed è questo il caso, perché quelli di cui vorrei occuparmi ora, sono due outsider, lontani, per scelta di vita ancor più che professionale, dalle rutilanze, le pinzillacchere, i lustrini che sempre si accompagnano al giovane scrittore; se poi il giovane è anche emergente

Bene. I due sono uno stimato giornalista (ex) della RAI di Bologna ed un altrettanto stimato medico (anche lui ex).

Sto parlando di Pier Damiano Ori (nato a Modena, ma bolognese come ascendenze; alcuni lo ricorderanno, in TV o a passeggio sotto il Pavaglione, elegantissimo nei suoi completi in stile Saville Road, il panciotto, il papillon: una figura sicuramente notevole).

L’altro, è Roberto Casadio, medico impegnato nel sociale e personalità schiva, un tipico, come lui stesso si definisce,  figlio dello scorso millennio che, nato a Bologna, vive ormai in campagna da oltre 15 anni.

Cosa hanno in comune i due? Innanzi tutto, la passione dello scrivere. E poi quella dello scrivere giallo. Ad accomunarli, ancora, l’invenzione di due personaggi belli ed improbabili e per questo interessanti e che non puoi non sentire come amici, fratelli.

Il protagonista di Ori, investigatore sui generis, ex giornalista ed ora affittuario di parte della propria villetta nella prima 2016.06.23 - ori PIAZZA GRANDEperiferia ad una congerie di personaggi che, pur affastellati, si dimostreranno buffi, simpatici, bravi ed indispensabili, è Guido Speier, ex giornalista, come detto, ed ora investigatore obtorto collo. Le due inchieste da lui compiute, solo per ora speriamo, sono “Di applausi si muore” (ambientato nell’affollato, “… competitivo mondo dei teatri della città dove convivono palcoscenici di grande tradizione e i luoghi più radicali dell’antagonismo culturale …”) e “Piazza Grande” (ambientato nel mondo degli homeless, i barboni della città, che avevano in “Piazza Grande”, il rifugio mensa officina di via Libia, da qui il titolo, la loro nuova casa).

Il discorso cambia nel caso di Casadio. Il suo protagonista, Ronny Conti, alias Roman Petrescu, ex agente della securitate romena, clandestino con documenti falsi, in Italia dal 1990 per sfuggire alle epurazioni del dopo-Ceausescu, è, a tutti gli effetti, un dropout, un esiliato dal mondo, una figura aliena nella schizofrenia delle nostre 2016.06.23 - CASADIO CHICCOgiornate. Ma non per questo, di una figura tragica si tratta. Certo, l’ambiente in cui si muove cercando di aiutare chi è ancora più sfortunato di lui, è duro, crudo, così lontano da quello all’apparenza dorato dove si è trovato a (soprav)vivere grazie a un impiego precario come sguattero. Ma è l’umanità di cui le sue ricerche faticose e pericolose si nutrono a ridipingere, se non di rosa, di un bel colore corroborante la vita sua e quella di chi si rivolge a lui con speranza e fiducia. I titoli per ora sono cinque, “Uno di meno”, “Chicco il bello”, “Morta di fame”, “Angeli della notte”, “Un dramma familiare”.

Delle trame, di Casadio come di Ori, ovviamente, nulla racconterò, e quindi nemmeno dei personaggi, del loro intrecciarsi, inseguirsi, darsi un vicendevole “la” così fondamentale nel divenire e nel dipanarsi della vicenda.

Per invogliarvi, però, esagererò nei paragoni: e così, se per Ori potrei scomodare Vazquez-Montalban (Pepe Carvalho, nel suo villino di Vallvidrera brucia libri nel caminetto, mangia i manicaretti di Biscuter e ama, riamato, Charo mentre Speier, nel suo villino di via dei Lamponi, vive circondato da una corte dei miracoli composta da Leo ex chimico aspirante clown, Sandro ex psicologo e assatanato cinofilo e soprattutto lei, l’ingegnere Caterina Trezzi che spande luce come una batteria di riflettori  e diffonde polvere d’oro dai capelli) per Casadio il paragone, altrettanto se non più impegnativo, è praticamente scontato: siamo dalle parti di Simenon, dei suoi intonaci vecchi, i caloriferi bollenti , le abitazioni con le persone dentro, quiete, disperate, affacciate di spalle alle finestre.

I paragoni, come lo sono sempre, sono arditi. Ma se in questa lunga estate calda avrete voglia di passare un pomeriggio in compagnia di una scrittura che inevitabilmente vi diverrà amica e compagna cara, non fatevi scappare le avventure di Speier e di Ronny.