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Molti anni fa Bologna, soprattutto per me che tornavo da Perugia, città bellissima ma un bel po’ morta all’epoca, era vissuta un po’ come il paese dei balocchi. Davvero, in ogni cantina si poteva nascondere un mondo incantato, fatto di incontri, di musica, di spettacoli, di voglia di vivere e stare insieme. I portoni dei palazzi, tutti, erano aperti, e si poteva tagliare da una strada all’altra scoprendo itinerari diversi e percorsi magici e incantati che attraversavano una città sconosciuta, una città verde ed ombrosa, celata eppure lì a portata di mano se solo si avesse avuto la voglia di lasciarsi perdere nelle notti a volte nebbiose come un batuffolo di cotone a volte terse come certi cieli di Finlandia.

Non si pensi all’omologazione di questa Bologna di adesso, una Bologna in cui il solo mondo possibile sembra essere quello del food, un mondo artefice di una convivialità forzosa e standardizzata, massificata e globalizzata.

Era davvero un mondo aperto al teatro, alla musica, rock, beat, punk; si passava davanti uno qualunque dei grandi palazzi del centro, si spingeva il portone e si scendeva nelle grandi cantine con il tetto a volta. Dentro, in stanze arredate spesso a costo zero e che parevano uscite dal magazzino di un rigattiere, quelli (attori e registi, cantanti e gruppi, artisti e intellettuali) che anni dopo sarebbero stati ascoltati e guardati sui palcoscenici o le cattedre di tutta Italia.

Quello spirito, quella voglia di fare, inventare in una città forse più povera ma dove anche le istituzioni facevano la loro parte, e comunque infinitamente più ricca di inventiva e fantasia, un po’ si è perso nel tempo e nel divenire di una società più fatua e certamente meno innocente. Eravamo a metà degli anni ’70 e ancora pochi anni e tutto sarebbe cambiato. Per sempre.

Se si tiene conto di tutto questo, si capirà l’emozione, non trovo un altro modo per esprimere quello che ho sentito, provata entrando al numero 58 di Strada Maggiore, in quello che sembra, da fuori, un negozio di bric-à-brac la cui ingannevole insegna cita ancora “Plissè – Laboratorio Sartoriale”.

Basterà superare la diffidenza iniziale, però, per trovarsi, sorpresa, sorpresa, in uno di quei mondi magici e incantati tanto cari a Hugo Pratt. Dopo l’ingresso (scompagnate librerie affollate di libri e VHS, specchiere poltrone e sedie che paiono quelle del salotto buono di una zia dimenticata ed improvvisamente ritrovata e la particolarità è che tutto si può acquistare) si apre un’altra sala e poi un’altra ancora (sono in totale quattro, oltre l’ingresso già descritto, c’è la sala del pianoforte, quella del bar con un grande lampadario ed una piccola consolle per improvvisati djset ed un disimpegno che conduce ad uno spazioso bagno grande anch’esso come una stanza per un totale di poco meno di un centinaio di metri quadrati). Questo è Brexit, circolo ARCI appena nato, pensato, inventato e costruito dal mago (vero) Massimo Somma già titolare di SpazioIndue di vicolo Broglio (adesso IlNero) insieme ad un manipolo di amici (Sivlia Boschi, Alessandro Alis, Alessandro Sibi, Vincenzo Zampella e alcuni giovanissimi adepti tra cui Elettra, Silvia, Paola e Michele). È un circolo ARCI, si diceva, un luogo d’ascolto, come raccontano loro stessi, ed uno spazio d’incontro molto, molto trasversale (è frequentato da studenti e professori, professionisti e squatter, aspiranti registi e fotografi, scrittori in fieri e architetti) in cui si susseguono, ma il calendario, se esiste, non è seguito, serve solo da traccia per dare un’idea, piccoli concerti acustici, presentazioni, letture, laboratori su immagine cultura ed arte, djset appositamente studiati e serate di magia ma dove soprattutto è possibile sorseggiare cocktail e buoni vini magari accompagnandoli con le preparazioni della piccola cucina (è previsto un piatto specifico per ogni giorno della settimana). Brexit, che teoricamente apre tutte le sere alle 18, ma l’orario così come il programma è variabile, si chiama così perché “… è un nome che spiazza, è un punto d’incontro d’altri tempi, uno di quei posti che puoi incontrare per caso in una metropoli europea come Londra o Parigi e che invece è in Strada Maggiore, un luogo che è un’astrazione, ha una coscienza sociale ed è sensibile alla psicologia del gioco, un posto della memoria visionario e presente al centro del quale c’è la manualità, dove le cose si fanno, come ad esempio la calza a mano e il giardinaggio …”.

Un luogo come quelli di una volta che cercavo di raccontare all’inizio, ingombro di ricordi e di speranze; un luogo che se non lo si conosce, merita di essere visitato.

Stefano Righini

Stefano Righini
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