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Capitolo quarto, dove si passa dalle mucche al Santo Graal in poche righe

Anche gli amici più cari, quelli che ci sono più vicini, ci guardano sorridendo, annuiscono mentre nei loro occhi compare l’espressione delle mucche che guardano passare il treno. Quel vuoto paziente che ti dice “non capisco ma va bene così, inutile che me lo spieghi di nuovo”.

Di cosa sto parlando? Avete ragione, scusate. Faccio un passo indietro e ricomincio.

La situazione di  cui sopra si manifesta quando mi si chiede “Che lavoro fai?’” ed io rispondo come da voce che compare nel mio cedolino paga: “ispettore storico dell’arte museale”. Ecco è qui il momento nel quale  l’occhio bovino s’impossessa degli astanti.

Eccezion fatta per qualche signora amante delle “belle arti”, patronessa FAI o insegnante in pensione che esclamerà “ma che meraviglia! Sempre a contatto con la bellezza, che fortuna!”.

Per il momento conviene cercare di ignorare la signora e ci si mette di buon impegno per diradare l’opacità dell’occhio bovino.

Si, cioè, vuol dire che mi occupo della gestione dei materiali di un museo” ti affanni a spiegare

Aaaahhh, abbiamo capito! Fai le mostre.” dicono tutti in coro e l’occhio bovino scompare perché appare all’orizzonte una terra conosciuta, una parola magica: la mostra.

No, cioè, sì anche però, ecco… in un museo si lavora sempre e non solo per le mostre.”

Delusione, se non fai le mostre non si capisce che cosa ci stai a fare in un museo. Ti affanni a spiegare  di nuovo: “mi occupo della catalogazione dei materiali, del restauro, organizzo i depositi, tengo in ordine gli inventari di entrata e uscita dei pezzi per i prestiti. Quando posso studio e scrivo.”

Niente, come se aveste parlato un’altra lingua e voi mentalmente maledite Steven Spielberg perché se fai l’archeologo, tutti vedono Indiana Jones. Ma lo storico dell’arte?! Niet, nisba, nada.

Mi viene in mente un amico numismatico di Roma che stava cercando di fare colpo su una ragazza  spiegandole appunto il suo lavoro, al quale lei rispose “Insomma stai a conta’ le monetine…”

Ecco, amici storici dell’arte, quando cerco di spiegare in cosa consiste il mio lavoro io dico solo “Faccio mostre” e posso contare su sguardi limpidi e benevoli, un briciolo di considerazione sociale e forse una fetta più larga di panettone durante le cene di Natale.

E la signora entusiasta? Chiederete voi. A lei dovete mentire come agli altri, anzi di più: non ditele che passate il tempo a parlare con elettricisti, falegnami, che spesso indossate i guanti da lavoro e trasportate tele e tavole nei depositi, che battagliate con tipografie e fornitori di catering (per le mostre, certo) che se vi occupate di arte contemporanea dovete gestire le bizze di artisti più irascibili di Naomi Campbell, che dovete scendere a patti con  politici di turno e studiosi isterici. Fatele credere che come Bernard Berenson passate le ore in piedi, a guardare un’opera d’arte, e quindi distillate gocce di sapienza nei vostri saggi e soprattutto organizzate mostre.

Buon 2017 a tutti voi,  umili abitatori dei depositi delle pinacoteche, pazienti contatori di monete e anticaglie, spolveratori di ceramiche rinascimentali, cercatori di memorie nella polvere, salvatori di piccoli e grandi oggetti  che grazie a voi non faranno la fine del santo Graal così come la immaginava Giampaolo Dossena: “… il Graal, bicchiere spaiato sarà finito in fondo a una credenza, in chissà quale cucina. Magari oggi sarà in un armadietto pensile e qualcuno lo butterà via. O lo avrà già buttato via qualche discendente degenere di re Artù”.

 

 

La citazione da Giuseppe Dossena è tratta da “Mangiare banane”, Bologna 2007

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Vademecum di sopravvivenza per storici dell’arte ovvero racconti semiseri di vita in un museo quando si è dall’altra parte della biglietteria