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Cena di lavoro a cui si è invitati per motivi formali: se si declina l’invito si rischia l’incidente diplomatico. Messi a tavola con persone che si conoscono male o abbastanza bene per avere voglia di scappare, avvolti da una maschera di benevolenza, ci si trova costretti a conversazioni forzate. Non i vassoi della mensa, ma tovaglie con panneggi barocchi che lambiscono il pavimento. Non sedie pieghevoli, ma poltroncine vestite da cocottes con delle specie di vestaglie da camera in tessuto antimacchia. C’è una tradizione delle cene di lavoro: riproporre dentro stoviglie da avanguardia novecentesca il menù della mensa aziendale del giovedì. Certi che verranno serviti cannelloni madidi di besciamella e scaloppine con le patate arrosto mezze crude e riscaldate.   Per celebrare un successo aziendale, o a conclusione dei lavori di un convegno. C’è chi apprezza tutto pur di passare una sera fuori di casa, protraendo fino alle 23.30 il buonumore di un happy hour coi colleghi in vena di battute scoppiettanti, finalmente rilassati.

L’attesa è che tutto finisca il prima possibile. Ci si può fare compagnia da soli osservando gli altri.

C’è sempre l’organizzatore dell’evento che sa esibire le sue competenze nel mettere a tavola i commensali. L’anfitrione capo ufficio crede di conoscere tutti. Forma gruppetti e con una giacca  si tiene libero il posto per sedersi davanti al più simpatico o al più influente. Usa i colleghi che ritiene caratterialmente amorfi o professionalmente inutili come jolly: non ha scrupolo a farli spostare se si sono già seduti. Puro mobbing in orario extra lavorativo, messo in pratica con quella improvvisazione gioviale che è più rivelatrice di un lapsus freudiano.

Si spera che ogni tanto si sbagli e faccia sedere vicine persone sconosciute o male assortite. La cosa peggiore è riproporre i gruppi e rinforzare tra i tavoli feudi e confini. Una cena obbligata potrebbe essere l’occasione per parlare con qualcuno del più e del meno in modo un po’ diverso dal solito. Con degli equivoci per esempio. Con dei fraintendimenti. Con dei recuperi di gaffes che scivolano nel surrealismo. Con delle raffinatezze inaspettate. Così, per distrarsi dalle certezze del menu e riempire il tempo tra una portata e l’altra.  Trovare che anche gli altri si annoiano mortalmente e vederli come eroi che trasformano il parlare del nulla in un capolavoro di galateo vittoriano. Riarrangiare la musica da ascensore in una sinfonia infinita. Non aspettare mai, questo è il trucco per sopravvivere. Senza scadere nella banalità aforistica del vivere l’attimo: può non valerne la pena. Se si è seduti tra due tavoli e il dislivello farà traballare il piatto, sarà tutto più facile.

Foto di Lorenzo Rondali.

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