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“Che i cadaveri si abbronzino” di Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid

Tutt’altra cosa dal romanzo di Connelly di cui abbiamo parlato qualche giorno fa, questo “Che i cadaveri si abbronzino” di Jean-Patrick Manchette e Jean-Pierre Bastid.

Il romanzo, pubblicato nella Série Noire nel 1971 (inedito in Italia fino a questa edizione del 2017 delle Edizioni del Capricorno) fu la prima prova di Manchette (scrittore, sceneggiatore, critico letterario, traduttore e jazzista francese, utilizzava anche lo pseudonimo Pierre Duchesne) nel genere polar. Gli riuscì così bene che si svincolò subito dalla fratellanza di scrittura con Bastid per dare vita ad una vera e propria reinvenzione del genere noir degli anni ’70.

Le sue storie, una dozzina in uno spazio di una decina d’anni, analizzano a fondo la condizione umana e la società francese dell’epoca, ed hanno ridefinito il concetto stesso di genere letterario. Sono storie, e testi, violente, dure, costruite intorno a uno stile diretto ma raffinato, scandito da un ritmo implacabile, inconfondibile, di chiara ispirazione jazzistica.

Politicamente di sinistra, nei suoi romanzi Manchette rispecchia il suo pensiero politico attraverso l’analisi delle posizioni sociali e culturali dei suoi personaggi. Processo che puntualmente avviene anche in questo “Che i cadaveri si abbronzino” in cui appare in tutto il suo nitore la volontà di mettere sotto accusa una società, quella futilmente borghese degli anni Settanta, nel momento in cui stavano per saltare i fragili equilibri che seguirono la deriva libertaria figlia di quell’esplosione sociale che fu il maggio francese.

Un piccolo villaggio abbandonato spazzato dal sole a picco, nel profondo Sud della Francia. Luce, l’eccentrica proprietaria del villaggio, cinquantenne pittrice anarcoide, alcolizzata, ricchissima, ci passa le vacanze coltivando con cura il rimpianto per la giovinezza perduta ospitando amici (Max), amici degli amici (Rhino, Gros e Jeannot), nuovi e vecchi amanti (Brisorgueil) e tutti coloro che si presentano nel villaggio (Melanie e Pia). Senza fare troppe domande. Neppure quando, a 10 chilometri da lì, 250 chili d’oro scompaiono durante un cruento assalto a un furgone portavalori. E quando un’ignara coppia di gendarmi (Lambert e Roux) sale fino al villaggio, tutta la sua bizzarra e inconsapevole popolazione si ritrova coinvolta in un’orgia di violenza, alla fine della quale non resterà che contare i cadaveri.

Tutto accade in un lasso temporale che viene scandito praticamente in tempo reale dai vari capitoli con un taglio cinematografico che privilegiando inquadrature già cinematografiche.

Anche questo escamotage è un segno, forte, di innovazione, così come lo sono la presentazione e l’approfondimento psicologico dei vari protagonisti.

Uno stile inconfondibile, uno stile cui attingeranno copiosamente anni dopo registi come i Cohen e Tarantino.

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