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Ci stanno portando via l’agrobiodiversità. Fermiamoli.

La biodiversità si sta progressivamente riducendo. In un secolo si sono estinte trecentomila varietà vegetali. In Italia sono a rischio di estinzione oltre 2.000 tra varietà vegetali e razze animali. Negli ultimi cinquant’anni abbiamo perso almeno ottanta razze tra bovini, caprini, ovini, suini ed equini. Molte razze antiche e varietà locali sono a rischio scomparsa perché soppiantate da altre maggiormente produttive e adatte ai sistemi di allevamento e di coltivazione intensivi, nonché alle regole del mercato globale. L’abbandono delle antiche varietà e razze comporta perdite irreversibili di patrimoni genetici, ambientali, culturali, professionali e sociali. Patrimoni che mancheranno drammaticamente soprattutto nei prossimi anni quando, a risorse naturali date, cioè insufficienti, avremo l’obbligo di praticare una agricoltura meno energivora e meno idroesigente, capace di adattarsi ai cambiamenti climatici e alle difficili condizioni produttive delle aree marginali, chiamate anch’esse a produrre cibo per una popolazione mondiale in continua crescita. Bisogna allora fermare l’impoverimento genetico, ma come? Ci sono due strade. Da un lato, chiedendo che le istituzioni-tutte- raccolgano, classifichino e conservino artificialmente o in ambiente naturale tutto il patrimonio genetico e di saperi di interesse agricolo ancora disponibile. La Regione Emilia-Romagna lo sta facendo dal 2008 attraverso un’apposita legge. Dall’altro cercando di valorizzare economicamente le produzioni alimentari basate ancora su varieta’ e razze antiche, a dispetto della loro minore standardizzazione, produttività e presenza marketing. Cioè andando, come consumatori, contro corrente ed acquistando direttamente questi prodotti dall’agricoltore, dall’artigiano, dalle loro reti di vendita o dal commerciante specializzato. Il mercato siamo anche noi.

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