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Almeno i colloqui  scolastici sono solo due volte all’anno. Perché qui occorre il dono dell’ubiquità: in uno stesso pomeriggio, una ventina di docenti e tre figli sparsi tra elementari (la primaria, pardon), le medie e le superiori. Perché voglio parlare loro personalmente e non intendo delegare nessuno. In due basta e avanza un permesso non retribuito al lavoro.  Mi metto avanti. Telefono per farmi dare da casa la password del registro elettronico. Se facessero tutti come me, due minuti, due e via. Storia dell’arte evitiamo, tanto ha già detto che farà economia e commercio. Inglese sì, quello è importante. Ha preso un sette. La summer school dal nido è servita a qualcosa. Pressione bassa, riscaldamento esagerato e odore di umanità. “Bidellaaaa! Una sedia, per piacere una sedia. Grazie per ora”. Scusate tanto. In streaming sul gruppo whatsapp, l’aggiornamento in tempo reale sul rispetto delle precedenze fissate nella chat di classe della domenica pomeriggio. Chi è quella là? Deve essere la mamma di Marco. Glielo chiedo? “Tocca a lei? Ah già, in chat ci diamo del tu”. “Fatto, ho lasciato passare il padre di Alice. Adesso scappo. Scrivilo tu sul gruppo. Ciao”.

(Foto credit: Lorenzo Rondali)

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