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Come il Pd perderà l’Emilia-Romagna/ 3 – Le Radici

Le radici

Il 56,6 per cento di coloro che avevano votato Pd nel 2013 lo hanno rifatto. Solo il 56 per cento. Meno di uno su sei di quelli che lo avevano fatto nel 2013 ha dichiarato di aver ri-votato Pd il 4 marzo. Questo spiega l’Istituto Ixè nella sua analisi dei flussi elettorali (vedi tabella sotto “Politiche 2013 – Politiche 2018”). E ben il 15 per cento ha cambiato completamente campo votando i cosiddetti partiti populisti:  o Cinque-Stelle (7,2 per cento) o addirittura Lega (8,2 per cento). Detto che il tracollo elettorale dei Democratici non può assolutamente essere addebitato solo a Renzi. In questo dato indubbiamente c’è molto di Renzi. Ma, come si diceva, invece di cercare colpe personali, quello che balza in primo piano è lo scarsissimo appeal che il partito ha ritrovato dopo cinque anni di governo. Anche perché al 15% che abbiamo definito populista se ne aggiungono quasi altrettanti (14,2 %) che si sono astenuti. Possiamo dire il 30 per cento di voto “contro”. Contro il Pd, contro il sistema nella regione che era la roccaforte e dove l’amministrazione è ancora nelle mani Pd. Più di trecentomila emiliano-romagnoli (nel 2013 infatti il Pd raccolse quasi un milione di voti) il 4 marzo hanno detto: caro Pd mi hai stufato. Un dato di disaffezione molto consistente. Soprattutto un dato che dimostra, nel caso in cui ce ne fosse ancora bisogno, che l’elettorato anche in Emilia-Romagna è mobile. Il voto di appartenenza è ridotto. Sempre più ridotto. Lo zoccolo duro non c’è più da un pezzo. Ma adesso, dopo il 4 marzo in Emilia-Romagna – direbbe qualcuno in vena di battute – non c’è più nemmeno un infradito.

Fonte Dati: Istituto Ixé. Clicca qui per scaricare l’intero report. 

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