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Come le lacrime della giraffa

“… ecco, dottor Ranta, penso che lei abbia mentito a molte persone, e in particolare, credo, a molte donne. Adesso è successo qualcosa che forse non le era mai capitato prima. Una donna le ha mentito e lei ci è cascato in pieno. Non le farà piacere, ma forse le insegnerà cosa si prova a essere presi in giro. Non c’è nessuna ragazza …”.

Nel 1970 la mondatori iniziò la pubblicazione di un a collana tascabile di libri per ragazzi che si chiamava “Il giallo dei ragazzi” che, sulla falsariga del Giallo Mondatori (cui evidentemente la collana si ispirava) era contraddistinta da una copertina di colore giallo al centro della quale troneggiava l’immagine di un grande illustratore dell’epoca (uno per ognuna delle diverse serie che componevano la collana stessa: protagonisti dei romanzi potevano essere infatti gli HardyBoys o NancyDrew,  i 3 investigatori o i PimlicoBoys, Rossana o Marcello&Andrea, il TrioGrimaldi o Laura&Isabella o ancora Gli Irregulars).

La serie, fortunatissima e ora di culto (non è strano trovare i vecchi numeri sulle bancarelle delle fiere specializzate anche a decine di euro ognuno), durò fino al 1984 per un totale di 174 uscite editoriali.

Ma perché rifarsi a gialli, e letteratura, per ragazzi, parlando dei romanzi di Alexander McCall Smith, scrittore e giurista britannico di origini scozzesi nato in Zimbabwe ed inventore della detective Precious Ramotswe, responsabile della N°1 Ladies’DetectiveAgency di Gaborone in Botswana (dal cui “Le lacrime della giraffa” , la seconda avventura della serie, è tratto l’estratto sopra riportato)?

La scrittura, a prima vista, potrebbe già dare una risposta: semplice, piana, discorsiva, priva cioè di sovrastrutture e scevra di metatesti o dubbie interpretazioni. Un perfetto esempio di letteratura fine a se stessa e che non richiede di addentrarsi in doppi o tripli piani di lettura. O le storie stesse, che non sono incentrate su complicati meccanismi o complotti ipersofisticati.

E la risoluzione degli stressi enigmi, comprendendo in questo caso anche il procedere delle indagini, che segue un filo logico lineare ed indiscutibile privilegiando la capacità di analisi ed una notevole dose di buon senso applicato alla vita.

Una scrittura, ed un’idea del giallo, che riportano un po’ a tanta letteratura di genere anglosassone, da Miss Marple a Poirot, senza però crogiolarsi nella campagnola malizia dell’una o nell’arzigogolato retropensiero dell’altro.

E trovando la propria forza d’interesse (facendo la tara ad un certo sapore  neocolonialista che vede, per dirla con Shaftesbury, nei nativi africani quasi sempre “quella semplicità dei modi, quel comportamento innocente, spesso noto ai meri selvaggi prima che fossero corrotti dai nostri commerci”) nella descrizione di un’Africa (l’agenzia della signora Ramotswe si trova, come detto, in Botswana, ma lo Zimbabwe e il SudAfrica sono gli altri scenari dove le sue indagini si svolgono) insolita ma che si intuisce straordinariamente vera.

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