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Cosa sta succedendo a BasketCity?

Nella giornata in cui la Virtus non perde (per forza, non ha giocato per la contemporanea “campagna” della nazionale a caccia della qualificazione ai prossimi mondiali) e la Fortitudo perde di 6 (70 a 76) contro l’Orasì Ravenna dilapidando un vantaggio che è stato anche di 28 punti a 13 minuti dalla fine e che è stato recuperato quando il coach ospite Antimo Martino ha deciso di lasciar andare la partita relegando in panca i cosiddetti califfi a vantaggio delle terze e quarte scelte, per dire l’attesissimo e temuto ex Montano ha prodotto una partitaccia da 2-soli-punti-2, scelta, questa, che forse ha scombussolato il piano partita, ma più il precario equilibrio psichico dell’Aquila bolognese) bisogna necessariamente attuare una seria riflessione, o quantomeno cercare di capire cosa stia succedendo nelle segrete stanze di BasketCity.

E già, perché, inutile negarlo, entrambe le squadre, costruite per vincere, o quantomeno provarci, nelle rispettive categorie, stanno deludendo. Problemi di strutturazione dei roster in estate, sicuramente, ma anche il ripetersi di vecchi e mai dimenticati processi che fatalmente si trasformano in ossessioni, intemperanze, sovrapposizioni di idee e di uomini.

Per la Virtus il problema sembra essere quello di una non convinta, ma obbligata (per un senso sbagliato di gratitudine, e per non voler passare per decisionisti freddi ed attenti solo alle copertine) continuità seguendo la quale si è voluto proseguire, anzi iniziare, un percorso che si voleva glorioso mantenendo il medesimo organigramma tecnico della precedente, e vincente, stagione quando, forse se non sicuramente, la fiducia nell’head coach Ramagli era ai minimi termini. Una scelta che ha generato frizioni di mercato (Aradori sì o no, prima, e poi, una volta arrivato Aradori, la telenovela Gentile, Alessandro, fortemente voluto dalla governance per ovvi motivi di audience e visibilità oltreché tecnici ma di cui, siamo certi, Ramagli avrebbe volentieri fatto a meno trovandosi a dover gestire, con il suo arrivo, situazioni e minutaggi fattisi improvvisamente stretti per i califfi dell’anno precedente (specificamente per Rosselli ed Umeh) per la cui conferma erano state spese parole ed impegni. Per carità, aggiungere buoni, anzi ottimi giocatori, è una cosa che tutti gli allenatori (ed i tifosi, in primis) vorrebbero poter provare. Ma probabilmente non era questa (un allenatore confermato per opportunità più che per convinta scelta tecnica, e di conseguenza garante di una metà sola della squadra, e quella ritenuta meno importante dalla dirigenza) l’ambiente più adatto a far partire un progetto ambizioso e necessario invece di serenità, pazienza e sintonia nella pluralità di professionalità messe in campo. Problemi questi, che hanno portato prima alla mancata definizione del roster (cui è stato negato fin dall’inizio l’acquisto di un’ala grande e la frettolosa definizione del play titolare, con la scelta caduta frettolosamente su un Lafayette che, pur ottimo giocatore, tutto può essere considerato ma non certo quel play di cui invece ci sarebbe bisogno), poi alla rottura annunciata con capitan Rosselli nel momento in cui si è visto utilizzato solamente come cambio dei lunghi  vedendo snaturato il suo gioco e le sue possibilità di incidere fuori e dentro lo spogliatoio.

Passando alla Fortitudo, invece, il peccato capitale che si può imputare alla società è il solito. Una strana, perversa per certi versi, ed endemica propensione a volgere in psicodramma freudiano degno del teatro dell’assurdo di beckettiana memoria ogni accadimento che riguardi la squadra. Non si spiegherebbero altrimenti il ripudiare dalla sera alla mattina il tanto decantato progetto giovani per attivare un progetto gerontocratico che ha portato a sostituire i vari e promettenti Candi, Montano e Campogrande con stagionati comprimari come Bryan, Fultz, e Cinciarini affidando tutto il peso dell’estemporaneità ad Amici (oltreché al sempiterno capitan Mancinelli). La ciliegina, la corsa al Rosselli fuggitivo dall’altra sponda cittadina. Sia chiaro, un colpaccio, se avverrà, per la categoria essendo, e da anni, considerato il miglior giocatore della lega cadetta. Ma un’aggiunta forse inutile in un ruolo in cui la F può già contare su Amici, Mancinelli stesso ed Italiano (ed anche il moro Legion gioca più o meno nello stesso ruolo) quando invece l’aggiunta forse necessaria sarebbe, anche qui, in regia  perché per McCamey vale infatti la medesima considerazione fatta per Lafayette: ottimo giocatore, perfetto per la categoria e forse pure qualcosa di più, ma non è un play ed affidarsi per quel ruolo al veterano Fultz, pare davvero un azzardo. Né si spiegherebbero altrimenti le sceneggiate di coach Boniciolli, eterno scontento, eterno brontolone, eterno incompreso. Esternazioni che hanno come unica conseguenza quella di scaldare gli animi dei soliti facinorosi che trovano facile giustificazione alle proprie imbecillità nelle parole fuori quadro del coach giuliano (non è certo un caso se sono due anni che la squadra deve cominciare il campionato con il campo squalificato grazie alle intemperanze di una parte dei suoi pseudo tifosi). Come non è un caso ciò che è accaduto ieri sera in un’osteria del centro; stavo chiacchierando con l’amico dietro il bancone e qualcuno ha detto che la Fortitudo aveva perso. Quando ho chiesto se fosse vero, una voce proveniente dalle mie spalle, la voce di uno mai visto prima, ha detto con intenzione: “… sempre meglio che la Virtus …” (un’imbecillità gratuita, visto che la sua odiata Vnera non aveva giocato) ed aggiungendo subito dopo “… e meno male che c’è la nazionale …” assommando in tal modo imbecillità ad imbecillità visto che in nazionale giocano (e sono stati anche i migliori, almeno nella partita contro la Romania) Aradori e Alessandro Gentile, i giocatori più rappresentativi proprio della Virtus …

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