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“… fu tutto risolto e sistemato, alla fine. L’imprevisto a Brooklyn causa una puzza perpetua. Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzí. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia.
Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare.
Come in quel film, “Laura”: una donna viene uccisa con un proiettile in faccia e i suoi lineamenti non esistono più. Un poliziotto s’innamora del suo ritratto. Alla fine si scopre che è viva, e l’unione divorante di carne e sangue.
Il caso Wylie-Hoffert fu una metamorfosi di quel film. Non c’era un ritratto. Ci facemmo bastare alcune vecchie foto e gli scatti sulla scena del crimine. Alimentarono la nostra massiccia cotta collettiva…
Mandammo in galera un innocente. Cedemmo a un consenso generale avvelenato. Il crimine ci sconvolse, il contesto ci confuse, allo stesso tempo la nazione impazzì. Janice ed Emily erano solo una piccola parte della storia. Ma erano nostre. Erano nostre, da piangere e da vendicare…
Questo non giustifica i nostri misfatti. Non ci assolve da ciò che facemmo a George Whitmore. Questo resoconto indica l’amore come il motivo principale per cui tutto andò in malora …”.

È il 28 agosto 1963. L’America segue la grande marcia per i diritti civili che attraversa le strade di Washington. Martin Luther King pronuncia al mondo «I have a dream».

Lo stesso giorno due ragazze dell’upper class (Janice Wylie che lavorava a Newsweek e Emily Hoffert che era insegnante) furono uccise, stuprate, sodomizzate, sfregiate non necessariamente in quest’ordine cronologico, nell’appartamento che dividevano con una terza amica, Pat Rothenberg, ricercatrice alla Time-Life.

“… si fecero avanti due testimoni oculari … entrambi erano scossi. Entrambi avevano visto fuggire un uomo. Entrambi ne fornirono una descrizione … Il porta a porta partì a tutta birra. Salimmo ai piani di sopra e prendemmo le dichiarazioni dei testimoni auricolari. Che si sovrapponevano tutte. Le urla della vittima. Passi di corsa. Un’auto che partiva a razzo.
Alcuni inquilini si nascosero, sottraendosi alle domande. Altri collaborarono volentieri. Altri ancora scesero per dare una mano. Alcuni calpestarono in giro, incasinando la scena del crimine e lasciando impronte di piedi nel sangue della vittima.
La suddetta vittima era Sal Mineo. Un attore cinematografico di mezza tacca. Aveva interpretato un teppista tormentato in quel film , “Gioventù bruciata” …”.

È il 12 febbraio 1976, Sal Mineo, l’attore che ha fatto appunto da spalla a James Dean in “Gioventú bruciata”, omosessuale dichiarato, viene trovato ucciso a pochi passi da casa. A condurre l’inchiesta è la polizia di Los Angeles. Ma i detective sono piú attenti a scavare nel passato dell’attore per tirarne fuori particolari morbosi che a cercare la verità.

“… ci vollero ore/giorni/settimane. Interrogammo papponi/puttane/feccia di gang giovanili. Ci presentammo in rifugi di drogati/sale da biliardo/ritrovi di teppisti. Niente spiate precise. Tutte allusioni/voci di quarta mano/ storie di bastardi caaaaattivi. Eravamo i classici fessi bianchi dei film sui ghetti neri, che tutti andavano a vedere in massa.
Interrogammo tizi che cagavano nei lavandini o che lo tiravano fuori in pubblico. Tastatori di culi in metropolitana e cowboy della vaselina. Nonché: scassinatori transessuali, pompinari, leccatori di fica psicopatici. Maschi con il modus operandi di spalmare creme sulla pelle. Risultato: ZERO …”.

Questo, tutto questo, è “Cronaca nera” di James Ellroy, un compendio di due racconti duuuuri percorsi da bruuuutti personaggi e attivati da cattiiiivi pensieri (“Career Girls Murders” e “Clash by Night” ) accomunati in una sorta di reportage per il quale l’autore ha attinto copiosamente a materiali d’archivio e a rapporti di polizia ed in cui, distillando a piene mani tutte le ossessioni precipue della sua opera, arriva ad una revisione inaspettata se non del proprio linguaggio (che anzi risulta ancor più estremizzato, sferzante, seghettato, maniacale nella cura rivolta ad ogni dettaglio), sicuramente della poetica che sta alla base della sua scrittura lasciando trasparire un’umanità dolente e pensante.

“… questo racconto è il diario di un detective molto vecchio … è il mio ricordo personale … il mio ruolo in quanto ultimo detective sopravvissuto mi concede la prerogativa e il dovere di un epitaffio … memorie … L’amore insondabile di Dio. Fede e immaginazione..
George sul banco dei testimoni. Occhi accesi dietro gli occhiali nuovi. La consapevolezza di poter vincere.
Le mie preghiere per Janice. I pensieri ardenti che allora mi accecarono e che oggi non ricordo. Emily. Quella volta che vidi una donna al Plaza Hotel e pensavo fossi tu. Il tuo rimprovero affettuoso: sciocco, i ritratti non prendono vita. Voi tre. Voi sarete i primi che troverò dall’altra parte …”.

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