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Da “self – made” a “made in China”, ecco i nuovi stati

Cari Guardamondo, ma voi siete dei tipi da etichette? Qualche giorno fa una mia collega ed amica, mi ha iniziato al discorso ragazza/o vino o ragazza/o birra, una vera e propria classificazione scientifica (oltre che anticipazione di un incontro degli alcolisti anonimi) delle persone in base alle loro preferenze in fatto di alcolici. Seguendo questo ragionamento, le categorie di analisi potrebbero essere infinite, i tipi da treno e quelli da aereo, o quelli da kindle o da libro e perché no, persona che legge le etichette e persona che non lo fa. Ora so che starete pensando che io stia per presentarvi una mia strana mania, o un cosplay di Gossip Girl, dove tutti ci atteggiamo a Upper East Siders e giudichiamo gli altri attribuendo loro un’etichetta, ma io mi riferisco letteralmente a quei fastidiosi pezzetti di carta appiccicati agli abiti e a centinaia di altri oggetti. Sinceramente, non ho mai letto un’etichetta che fosse una, al momento di un acquisto non sono mai andata più in là del prezzo e sono una di quelle per cui il controllo della dicitura prezzo al Kg è stata una new entry piuttosto tardiva nel processo di crescita personale. Questa tendenza si è interrotta quando, l’anno scorso, lavorando come baby – sitter mi è stato severamente imposto di non comprare al pargolo nulla che fosse stato prodotto in Cina. Perché proprio la Cina e non anche il Bangladesh o Taiwan vi chiederete? Non lo so, ma se una baby – sitter vuole sopravvivere deve seguire la regola “la mamma ha sempre ragione” (Soprattutto se questa elargisce divieti con la stessa serietà di Trump e del travel ban Iraniano). Cosa ho imparato da questo nuovo corso di sopravvivenza a base di etichette? Che non c’è niente di più noioso che leggere quei dannati foglietti e che, ovviamente, il made in China sta alle etichette come il tortellino sta a Bologna. La domanda da porsi a questo punto é: c’è ancora qualcosa che possa non essere made in China? Nel tentativo (inutile) di dare uan risposta affermativa alla mia domanda, lasciate stare gli unicorni e le altre risposte strampalate e arrendetevi perché quel qualcosa non esiste. Anche io ero andata sugli unicorni, credetemi, ma poi ho ripiegato sugli stati: grandi, decisamente difficili da riprodurre in serie e non facili da stimare per la vendita.
Quello che sembrava un lampo di genio paragonabile a quando risolvi il Bartezzaghi prima di tuo padre, ha dovuto affrontare la triste realtà secondo la quale, tecnicamente, la Cina “possiede” (letteralmente) stati o parti di essi. Com’è possibile? Avete presente quando durante i vostri drammi adolescenziali il cui mantra era “sono solo, non mi vuole nessuno” vostra madre vi diceva che non potevate comprarvi gli amici? Ecco la Cina pare essersi persa questo magico momento madre-figlia.
Pechino, infatti, è uno dei maggiori creditori di stati terzi, un vero e proprio super eroe finanziario che salva stati che, causa il loro elevato  debito pubblico, sono vicini al baratro del fallimento. Prima di pensare di svuotare il vostro conto in banca e farvi comprare dalla Cina, chiedetevi: questo è un
vero salvataggio? Analizziamo i principali debitori della Cina, tra il cui poker d’assi ci sono Venezuela, Brasile e Stati Uniti. Nel caso di Caracas, chiedere aiuto alla Cina è una questione di sopravvivenza e qualsiasi sia la vostra idea di sopravvivenza, vi consiglio di rivederla perché il Venezuela sta portando questo concetto a livelli mai conosciuti prima. Causa la crisi politica, la nuova emergenza migranti e una crisi economica lunga quanto le stagioni di Sex and the City, il Venezuela si trova e si è trovato più volte vicino al completo fallimento, richiamando l’attenzione di Pechino che con il suo intervento decennale ha già investito 60 miliardi di dollari per tirare il nuovo amico fuori dai guai. Il Brasile invece è uno degli ultimi ad entrare nel libretto spese della Cina e pare non preoccuparsene troppo, tanto che quasi non ne fa parola e continua nel proprio progetto di riforma ed espansione nazionale, ignorando che prima o poi la sua amica le chiederà un rimborso spese. Con una serie di abili mosse, Pechino arriva anche a farsi carico del 40% del debito statunitense dimostrando che non importa quanto qualcuno non voglia essere tuo amico, offrendo l’equivalente economico di un ottimo pane e salame, si ottiene tutto. Nonostante la recessione americana non sia un mistero, Trump segue la linea brasiliana e non si sbottona riguardo a chi stia togliendo all’America le castagne del fuoco perché si: va bene sanguinare, ma mai farlo davanti agli squali.
Di qualsiasi stato si tratti e di qualsiasi somma, perché la Cina sta “comprando” altri stati? Che sia per fare fronte ai suoi problemi di crescita fuori dal normale, o per realizzare un’antica profezia del guerriero dragone su come salvare il mondo a colpi di finanziamenti esteri, poco importa perché, proprio come in ogni investimento a lungo termine, solo il tempo ci saprà dire se abbiamo fatto una scelta azzardata oppure no. Che cosa possiamo fare nell’attesa? Ricordarci di leggere sempre l’etichetta.

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