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Trovarlo sarà difficile. Perché questo “Diversamente vivi” di Fabio Tiso è pubblicato da AlterEgo, una piccola ma dinamica casa editrice di Viterbo che “… riesce a garantire sempre la presenza a scaffale dei testi nel territorio dove risiede l’autore, e la disponibilità su ordinazione in tantissime librerie del Paese. Una strategia che, affiancata all’attività di promozione, consente di lavorare al meglio sul difficile terreno dell’editoria dedicata agli autori emergenti …”.
Naturalmente, non ci troviamo di fronte ad un’opera epocale (ma quale lo è, oramai), ci tengo ad anticiparlo. Ma la verve di caustico cinismo che pervade questi venti racconti che compongono la raccolta (sarà perché amo i tanto bistratti e poco considerati racconti che mi è piaciuto tanto?) meriterebbe essere conosciuta da un pubblico più ampio. Certo, una discrasia, anche di stile, anche di ispirazione, soprattutto di compiutezza, si nota facilmente tra un racconto e l’altro. Però tutti, anche quelli meno riusciti, riescono a mantenere inalterato il tratto comune di una fantasia “… sbrigliata che si diverte a oltrepassare continuamente la soglia della realtà e del realismo per esplorare tutto il potenziale immaginifico e surreale della scrittura, che arriva dritta e senza i filtri letterari dalla lingua parlata conservandone inalterate l’immediatezza e la simpatia …”. A partire, naturalmente da quello che suggerisce il titolo alla raccolta, “Diversamente viva”, storia tra le macabre e un spoon river di borgata, in cui una ricca e chiacchierata grand dame affronta il passo estremo certa di ritrovare, in una vita altra e superiore che si preannuncia ancor più densa di soddisfazioni di quella appena abbandonata, una vecchia e mai dimenticata fiamma. Ma visto che l’ironia che anima tutti gli scritti non viene certo meno in questo, non tutto andrà come previsto. Lo so, raccontato per non raccontare, la spiegazione non regge. Ma il breve divertissement è davvero pervaso da un’allegria divertita e divertente come del resto lo sono la gran parte degli altri racconti.
Ma c’è comunque di più, ed è, per un vecchio guardone di cinema come io sono, forse la cifra stilistica più interessante e curiosa. Tiso, si sente, si legge, è un grande amante di cinema. E lo conosce e ci gioca, con le trame, e lascia, praticamente in ogni racconto, una traccia, un segno di uno o più film che, evidentemente, gli sono piaciuti. Un gioco? Potrebbe anche darsi. E se in Amour-fou è riconoscibile qualcosa del “Favoloso mondo di Amelie”, in La nuova Tecno-ware ecco inconfondibili sebbene paradossali richiami a “Io e Caterina” con Alberto Sordi; e mentre ne Lo schiaffo e In Nausicah con la H si possono intravedere sottotesti che riportano dritti dritti agli anni d’oro degli sceneggiati italiani (dal “Cuore” di Comencini all’”Ulisse” di franco Rossi con Bekim Fehmiu) Ping-Pong gioca con assonanze “basse”, King e Carpenter, ma anche con quelle alte, anzi altissime, de “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman; e se Il re del flamenco cita spudoratamente “KarateKid”, leggendo Le metamorfosi di Romolo Macioce è impossibile non pensare ad un blockbuster invaso da supereroi come “Hulk”; per non parlare di Caput Mundi in cui Mastroianni diviene inconsapevole comprimario o di La pasta madre il cui riferimento è niente meno che il Kubrik di “Eyes Wide Shut”.
Ed è forse proprio questo grande amore per la settima arte che fa apprezzare ancor di più questa raccolta divertente, è vero, ma anche malinconica e per certi versi densa di spunti forieri di una posteriore riflessione.

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