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Donne e guerra: la geopolitica che non conosce pace

Economia, chimica, fisica, medicina, pace e letteratura. Sei categorie, sei premi: i Nobel. Vi è mai capitato di chiedervi perché proprio queste sei discipline? O ancora, perché non esista un premio Nobel per l’architettura sostenibile o per la botanica? A me è capitato con la politica, o meglio con la geopolitica. Badate bene di non far confusione, pace ed economia per quanto affini non sono esattamente politica, c’è chi le definisce sue estensioni o chi, al contrario, materie completamente separate. Perché non esiste un premio Nobel alla geopolitica? Devo ammettere che non ho di certo perso il sonno per cercare una risposta, ma la curiosità era quantomeno presente e, di tanto in tanto, faceva riaffiorare in me la voglia di trovare una spiegazione. Dopo due anni a pane e geopolitica (accademicamente parlando) mi sono data la mia personale risposta, dicendomi che chi mai potrebbe conferire un premio per qualcosa che è che pura strategia, dove l’essere umano, la terra e gli elementi tutti sono pedine, una uguale all’altra e per questo sacrificabili. Conosciuti i vincitori dei Nobel di quest’anno, Guardamondo decide di mettere da parte le cartine geografiche e di per parlarvi di una delle teorie su cui si fonda la strategia della geopolitica e per farlo, guardo a coloro che con le loro azioni cercano di opporsi a queste regole perverse: i Nobel per la pace. I vincitori di quest’anno sono il medico congolese Denis Mukwege e l’attivista Yazida Nadia Murad, entrambi premiati per i loro sforzi volti a far conoscere la realtà dei conflitti nel mondo, dove le donne sono allo stesso tempo armi e vittime. Le vicende, seppur diverse, che hanno spinto Mukwege e Murad ad intraprendere la loro battaglia, caratterizzano fin dall’antichità qualsiasi realtà conflittuale e a spiegarcelo è Rita Laura Segato, antropologa e femminista argentina, che, con i suoi studi, ci conduce in un viaggio attraverso le diverse epoche. Dai vichinghi alle popolazioni indigene dell’America Latina, dai nazisti agli jihadisti dello Stato Islamico, le guerre si sono sempre combattute in gran parte sul corpo delle donne.

La geopolitica e gli interessi che ne derivano sono di fatto, spesso e volentieri, causa scatenante della maggior parte dei conflitti nel mondo, in particolare il caro vecchio principio “io uomo uomo, volere terra terra”. Più terre significano più potere e più potere, nel mondo della geopolitica, significa bingo. Partendo da questo semplice principio, anche se nel corso dei secoli si sono aggiunte risorse e visibilità, la brama di conquista spinge ad intraprendere le guerre, ma che cos’é che le fa vincere? Se avete letto i miei sproloqui delle quattro settimane precedenti, dovreste rispondere tutti in coro “la strategia!” e io, dopo una bonaria pacca sulla spalla, vi rispondere “Certo, ma quale?”. In geopolitica esistono solo due tipi di strategie: una giusta ed una sbagliata, una ti porta a raggiungere il tuo obiettivo e l’altra no. Che cosa renda una strategia giusta o sbagliata è impossibile dirlo, ma esistono alcune regole auree, prima fra tutte quella che invita a scoprire i punti deboli del nemico e sfruttarli a proprio vantaggio. Visto e considerato che non ci troviamo più davanti a combattimenti tra singoli e che Troiani ed Achei la loro guerra se la sono già giocata, come si capisce qual’é il tallone di Achille in una guerra che si combatte tra stati? Qualcuno potrebbe pensare agli interessi economici ed in parte avrebbe ragione, ma ricordatevi che si sta combattendo una guerra forse è perché accordi di quel tipo non se ne vogliono proprio fare e la battaglia è già al livello “asso piglia tutto”. Più delle risorse e più delle possibili concessioni, il vero punto debole di uno stato è il popolo, la sua gente. Lo stesso vale per i conflitti etnici o tra schieramenti differenti, non c’é umiliazione più grande che quella di non poter proteggere la propria gente. Scoperto questo concetto, non è difficile arrivare a capire che per ottenere un effetto maggiore, non bisogna colpire indistintamente tutta la gente, ma i gruppi ritenuti più bisognosi di protezione e ai quali viene attribuito un maggior valore simbolico, come le donne. Ce lo dimostrano Boko Haram e lo Stato Islamico, ce l’hanno dimostrato gli aborigeni d’Australia e i colonizzatori in America latina. L’hanno dimostrato tutti, ovunque e su tutte.

È per questo che combattono Murat, Mukwege e tutti coloro che danno seguito alle loro parole, per denunciare qualcosa che va aldilà di una singola guerra o di un singolo stato, una logica che trasforma le persone in armi, prima che in vittime. Samuel Huntington diceva che il modo più rapido per distruggere uno stato, è abbattere la culla della sua civiltà, mi piace credere che non si riferisse solamente al patrimonio storico e culturale, ma anche e soprattutto alle donne, alle madri delle civiltà. Le geopolitica resta un gioco necessario, è sopravvivenza, ma ancor più necessario è combattere per cambiarne le logiche e gli schemi. Guardamondo plaude a tutti coloro che stanno portando avanti questa battaglia e vi saluta, invitandovi a fare lo stesso.

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