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Dopo il 25 aprile. I valori per ripartire.

Vivere è scegliere. Scegliere di impegnarsi, darsi da fare. Quando c’è un problema che riguarda il futuro, non si può rimanere indifferenti

Lo ha detto Marisa Rodano, partigiana oggi centenaria, ex parlamentare della Repubblica nelle fila del PCI.

Quello appena trascorso passerà alla storia come il 25 aprile della quarantena. I sorrisi, le parole, le celebrazioni, hanno lasciato il passo al silenzio delle strade, al timore per il contagio, alla stanchezza e all’incredulità per ciò che sta attraversando l’intero Pianeta.

Il nostro è un “quotidiano” stravolto e ribaltato.

Un agire sospettoso, uno slalom tra norme e decreti, degno del miglior discesista ancora in circolazione. Un vivere sospesi, cercando di accantonare le nubi e lottando perché ritorni il sole.

Tuttavia non so se si possa apostrofare tutto questo come una guerra. Alcuni autorevoli commentatori lo hanno fatto, ciò nonostante questo parallelismo stride con la storia, che rimane pur sempre “ricerca” e conoscenza”.

Potremmo dire che più che una guerra è in corso una “ gara”.

Una gara di solidarietà che ha coinvolto la stragrande maggioranza degli italiani e una gara per individuare quanto prima un vaccino contro il virus, unico elemento che possa davvero ripristinare le condizioni di vita antecedenti la pandemia che ci ha coinvolto.

Certo, come allora occorrerà costruire il dopo. Ridare al Paese fiducia, solidità, crescita.

Servirà rendere i luoghi di lavoro sicuri, riaprire le fabbriche e uffici, garantire all’economia diffusa di riaccendere i motori e tornare a produrre ricchezza.

Questa crisi economico/sanitaria scaverà un ulteriore fossato, tra chi ha tanto e tra i molti che hanno poco e che via via scivoleranno sempre più al di sotto delle soglie critiche della sussistenza.

Serve donare una nuova speranza all’Italia, in un contesto europeo consapevole e solidale, accantonando atteggiamenti ostativi e anacronistici figli di un ‘altra Europa. Senso di responsabilità e unità dovranno guidare il Paese fuori dalle secche.

Quella appena trascorsa è stata una Festa della Liberazione che mi ha fatto riflettere.

Ho visto e sentito cantare “Bella Ciao” dai balconi e dalle finestre, da anziani, adulti e bambini e mi sono ritrovato come tanti il cellulare intasato di video self made , che ritraevano registrazioni improvvisate del canto per antonomasia della Resistenza.

Se da un lato ho provato felicità per  questo senso di comunità legato a valori così importanti, da un altro mi sono detto che seppur straordinariamente importanti, non sono sufficienti le ricorrenze.

Gli ideali e lo spirito di chi ha lottato per la libertà contro la barbarie vive sempre, non solo di fronte ad eventi particolarmente significativi come quello del Coronavirus.

Mi auguro che terminata questa pandemia, si possa celebrare e far vivere quotidianamente le “parole d’ordine “ della lotta al nazifascismo, scolpite nella nostra Carta Costituzionale, sempre attuale e straordinariamente importante.

Libertà, solidarietà, uguaglianza, giustizia sociale, possano permeare i nostri giorni nel nostro vivere quotidiano.

Perché la Resistenza e la Lotta di Liberazione sono una cosa seria.

Salvatore Quasimodo, nell’epigrafe alla base del faro monumentale che sorge nella collina di Miana (Marzabotto) scrive: “Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile sterminio  di popolo voluto dai nazisti di Von Kesselring e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana”.

A Monte Sole e nelle frazioni vicine morirono 1830 persone inermi.  L’impegno a non dimenticare è ancora oggi, il miglior antidoto contro il virus dell’ignoranza e di ogni forma di intolleranza e di sopraffazione.

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