|

 

Eneas. Una storia di saudade tra Bologna e il Brasile

In un’intervista di qualche tempo fa, Joakim Noah, il cestista franco/svedese/americano (figlio del grande campione di tennis Yannick tra le cui imprese, che però non testimoniano a fondo la sua grandeur, ricordiamo il raggiungimento con la sua nazionale di una finale di coppa Davis, la vittoria di un Roland Garros in singolo nel 1983 e in doppio nel 1984 e il trionfo a Roma nel 1985) perno della nazionale di basket francese con la quale ha vinto l’EUROPEO giocato in Lituania nel 2011 e centro dominante in NBA per quasi un decennio, commentando il proprio passaggio alla squadra dei Memphis Grizzlies dopo le stagioni fallimentari ai Knick’s di New York si giustificava confessando la difficoltà di mantenere sempre costante la concentrazione indispensabile a garantire un livello di gioco adeguato all’entità dell’ultimo contratto strappato (52 milioni di dollari per tre anni …) in una città come The Big Apple “aperta” 24h su 24 e in cui tutto (e con tutto intendiamo davvero tutto) è possibile e disponibile e che , specie se sei giovane ricco e famoso, non devi nemmeno cercare perché è il tutto che viene a cercare te.

Queste frasi di Noah mi sono tornate in mente ascoltando un paio di settimane fa Gianni De Biasi, l’ex allenatore della nazionale albanese agli scorsi europei quando, in predicato di raccogliere l’eredità di Pippo Inzaghi alla guida del Bologna prima dell’avvento di Sinisa Mihailovic, definì Bologna una città in cui, dal punto di vista sportivo, si sta fin “troppo bene”. In effetti, paragonando Bologna a qualunque altra piazza in cui si faccia sport a livello professionistico (ma anche non professionistico, tutto sommato) l’atmosfera è sicuramente rilassata. Non si registrano contestazioni violente nei confronti di squadre che, ammettiamolo,da troppi anni non regalano soddisfazioni, gli stipendi richiesti, e concessi con forse troppa magnanimità, sono alti e sicuramente superiori a realtà similari, la città è bellissima e, proprio come New York anche se con le debite proporzioni, è sempre “aperta” e disponibile (e siamo poi sicuri che le prelibatezze offerte siano poi così inferiori a quelle della metropoli conosciuta come sin city?) specie se, esattamente come accadeva al cestista francese, si è giovani ricchi e famosi. In più, a certificare la piacevolezza del fare sport in città, quello bolognese è un pubblico del tutto particolare. Conosciuto ed autocelebrato come competente, in realtà vanta una caratteristica unica nel panorama a volte becero del tifo sportivo. Ci si innamora, infatti, più che del campione, o presunto tale,sempre e comunque del giocatore sfigato.Certo se è bravo va bene, ma se è anche sfortunato o perdente, è meglio. Più che del campione celebrato e riconosciuto, cioè (e questo anche negli anni in cui nomi ne sono arrivati convinti dai progetti sportivi o semplicemente dalle irrinunciabili offerte economiche), qui, a Bologna, ci si innamora del personaggio, meglio se folkloristico. Non importa tanto il palmares passato e nemmeno, volendo, le possibilità che il nuovo arrivo promette  (le eccezioni ci sono, ovvio: un nome su tutti, anzi due: Danilovic e Ginobili, un Ginobili però che arrivò da Reggio Calabria piccolo e scuro e da cui forse nessuno si aspettava quello che avrebbe dato), quanto la simpatia, meglio ancora se accompagnata dalla sfortuna che perseguita una carriera che invece che brillante si rivela mediocre. Tutte condizioni che rendono improbabile un abbandono volontario della città e della squadra (chi ricorda Acquafresca, l’attaccante che, dotato del doppio passaporto, rifiutò la convocazione della nazionale polacca convinto di raggiungere, grazie all’approdo a Bologna, quella italiana e che invece finì qui mestamente la carriera preferendo non giocare mai piuttosto che andare a cercare, e forse trovare, un rilancio altrove; e si potrebbe citare, per stare all’oggi, Destro che continua a rinunciare a qualunque destinazione che potrebbe rilanciare una carriera in netto debito di credibilità pur di restare nella città che tutto concede, tutto promette, tutto perdona; e sulla stessa lunghezza d’onda, d’altronde, si può ascrivere l’acquisto di questi ultimi giorni di Delfino che giocò qui un paio d’anni ad inizio millennio prima del grande balzo, un balzo da gambero a dir il vero, in NBA e che nulla vinse allora e nulla sembra garantire con il suo ritorno a 38 anni suonati, e dopo le ripetute operazioni che ne hanno minato il rendimento e reso problematico l’atletismo e reduce dallo strano divorzio a Torino dopo qualche inutile e insignificante partita disputata, ad una Fortitudo all’inseguimento della promozione diretta ed in cerca di certezze ormai incrinate).

Masi sa, a Bologna, trovano gloria più i giocatori che avrebbero potuto che quelli che realmente hanno fatto.

In questo contesto, quello di un giocatore che poco o nulla ha dato ma che tanto è rimasto nei cuori e nei ricordi, si iscrive a pieno titolo la storia sportiva di Eneas De Camargo, il primo giocatore di colore della storia del Bologna F.C.che calcò il palcoscenico in verità un po’ ammaccato del Dallara nella stagione 1980/81 (quella che iniziò con il famoso e famigerato -5 in classifica per i refoli del calcio scommesse), una stagione che vide nonostante tutto nella squadra guidata dal mai abbastanza rimpianto Gigi Radice il miglior Bologna degli ultimi …anta anni.

Una storia, quella di Eneas (come veniva classicamente chiamato seguendo la consuetudine carioca di usare il nome di battesimo) ottimamente ed esaurientemente raccontata nel bel libro di Carlo Alberto Cenacchi “Eneas– una storia di saudade tra Bologna e il Brasile” (edizioni La Mandragora, 2018), libro molto documentato, molto completo, molto amato.

Una storia quella di Eneas che prende il via con la maglia rossoverde della Portuguesa (estensivamente AssociaçáoPortuguesa de Desportos), quarta squadra per importanza della città di SãoPaulo vincitrice di alcuni campionati paulista (in Brasile esistono infatti vari campionati statali che preludono a quello nazionale) , e che viene considerato uno dei talenti più limpidi e cristallini del panorama brasiliano(e c’è chi ne paragona lo stile e le capacità a quelle dell’imparagonabile, il divino Pelè). Una storia che continua con le ripetute occasioni perdute per pigrizia, indolenza, sfortuna o mancanza di garracharrua (che sarebbe uruguagia, e vabbè, ma rende l’idea). Una storia che continua, ancora, con l’arrivo a Bologna, una città, un paese, un continente così diverso da quello di partenza: cibo, clima, temperature, sistemi di allenamento, intensità delle partite, tattica: tutto differente, tutto troppo,troppo lontano dalle abitudini sportive di quello che sarebbe potuto essere un vero crac e che invece nella sua breve carriera italiana si segnalò per i soli tre goal segnati e per la tuta indossata, coi guanti, sotto la maglietta durante le partite. Una storia, infine, che termina con il ritorno in patria e lo stanco trascinarsi da una squadra di secondo piano all’altra senza mai trovare il guizzo che ne avrebbe potuto certificare lo status di grande campione.

Un perdente, quindi o perlomeno un non-vincente, ma un perdente con un buonumore di fondo che induceva il sorriso in chi guardava. E che per questo, e che in questo si trova in ottima compagnia, risulta tra i giocatori più amati e indimenticati nell’immaginario collettivo della tifoseria rossoblu.

Share Post