|

 

Fare buon Visegrad a cattivo gioco

Guardamondo viaggia, impacchetta scatoloni, si perde, ma poi torna. Guardamondo ritorna sempre. Dopo una lunga attesa, che come al solito sa di novità, eccomi ritornata alla tastiera per voi, ma forse anche un po’ per me.

Si dice che il cambiamento sia qualcosa di inevitabile e, proprio come quando la nonna a pasqua ci rincorre per  farci mangiare l’uovo benedetto, si hanno due opzioni per affrontarlo: scappare o adattarsi. Sarà che per me niente è mai stato solamente bianco o nero, ma secondo me davanti alle novità si può anche fingere l’adattamento. Un po’ come gli opossum che si fingono morti per non essere cacciati dai puma, così davanti ad un grande cambiamento si può fare finta di seguirne il flusso e fare il così detto buon viso a cattivo gioco, nella speranza di riuscire, prima o poi, a prendere le redini delle novità che ci stanno investendo.

Lo sanno bene i quattro di Visegrad: Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria. Così nominati in seguito ad un accordo firmato nel 1991, l’obiettivo di questi improbabili compañeros é sopravvivere al cambiamento e a chi ne tiene le briglia.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica a tramontare non è solamente un progetto politico, ma anche l’opportunità di protezione per tutti quegli stati che avevano fatto del dominio sovietico la loro rete di sicurezza. É proprio allora che nasce il Gruppo Visegrad, frutto di quattro teste fasciate ancor prima di essersi rotte e che, impaurite dall’affermarsi del grande project Europe, decidono di costituire un blocco, una sorta di Fight Club “state edition”, le cui regole prevedono silenzio e protezione reciproca.

Ma è davvero così facile? E poi, perché proprio questi quattro? Sarà la paura, sarà la luna o sarà, come dicono loro, il comune retaggio politico e culturale. Davvero ragazzi? Davvero davvero? È un po’ come se due persone decidessero di stare insieme perché ad entrambe piace la maionese, ma poi uno vota a destra e l’altro a sinistra. Capite bene che, per quanto siate bravi a non farla impazzire, la maionese non basta mica a tenere uniti.

Sarà anche vero che il background culturale di queste quattro potenze ha delle somiglianze e che tutti e quattro hanno economie che, per diversi aspetti, fanno gola agli investimenti esteri, ma a parte tutta questa “maionese”, hanno davvero qualcosa in comune?

Eccetto un’apparente e debole linea condivisa sull’opposizione al patto europeo per la ricollocazione dei migranti, i quattro hanno visioni molto diverse, tanto sul ruolo dell’Unione Europea, quanto su quello della NATO.

Polonia ed Ungheria sposano una linea generalmente più aggressiva nei confronti di queste iniziative internazionali, tanto che entrambe, seppur per ragioni diverse, sono state accusate di aver voltato le spalle ad alcuni dei principi fondamentali del progetto UE.

La Repubblica Ceca, che invece si gioca la carta del bipolarismo andante, cambiando opinione con la stessa frequenza con cui Giuseppe Conte sbaglia i nomi dei ministri, all’interno del gruppo è la potenza limbo, né carne né pesce, dove la metterete lei ci starà.

Diversa è la Slovacchia, che decide di rompere gli schemi ed elegge la prima donna presidente Zuzana Caputova, dando una stoccata ai populismi europei e sostenendo i movimenti nazionali di protesta seguiti all’assassinio del giornalista Jan Kuciak.

La Caputova non le manda certo a dire ed è la prima a parlare di un eventuale progetto di riforma di Visegrad, denunciando un’evidente mancanza di compatibilità tra i suoi membri.

Se le differenze tra i nostri quattro protagonisti ancora non vi sembrano abbastanza, non dimenticate che, dall’Ungheria con furore, Viktor Orban attacca la Caputova definendola incapace di guidare il proprio paese, ma soprattutto di comprendere che la linea populista è l’unico strumento per proteggere il Gruppo Visegrad dagli artigli di Russia e Stati Uniti, che le stanno tentando tutte per guadagnarsi l’influenza sul quartetto.

Ci troviamo davanti a quattro identità indubbiamente diverse e che, a differenza dei Moschettieri del Re o degli ingredienti di una pizza quattro stagioni, non sembrano andare particolarmente d’accordo. Forse in principio poteva essere vero il contrario, ma parlando di stati, dolcemente complicati e sempre meno emozionati, un cambiamento nelle dinamiche è più che plausibile.

Cari lettori, c’é poco di nuovo sotto il cielo della geopolitica, ma aldilà di inganni e strategie io vi chiedo: se questi sono i fatti, è davvero possibile parlare ancora di Gruppo Visegrad? Non sarebbe forse più corretto dire che ci troviamo davanti a quattro semi-brutti ceffi che, facendo buon viso a cattivo gioco, cercano di convincerci a credere in qualcosa che non c’é?

Share Post