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Quello che manca a questo “Gli innamoramenti” ( un romanzo del 2012) di Javier Marías (figlio e nipote d’arte, suo padre essendo il fiolosofo Julián e suo zio il regista Jesús Franco), è un senso, un apriscatole, un’idea. O anche solo un perché. Perché, chi ha scritto, abbia scritto una cosa così. Perché questa cosa che è stata scritta dovrebbe interessare chi legge.

Ma  questo è solo un primo livello. Un livello, questo primo, che riguarda solo la storia scritta, la storia che, in quanto scritta, dovrebbe interessare chi legge, di solito interessato a leggere quello che è stato scritto.

E allora vediamola la storia, la sinossi, di questo libro che, scritto, dovrebbe interessare il lettore:

“… in un caffè di Madrid, ogni mattina María Dolz osserva due sconosciuti, un uomo e una donna, affascinata dalla loro felicità. Come se fossero personaggi amati di un romanzo, augura alla coppia «tutto il bene del mondo», spera che la loro storia sia felice. Ma la possibilità di un lieto fine viene spezzata in modo brutale dall’omicidio dell’uomo, Miguel Desvern, ucciso in modo a quanto pare del tutto casuale. Qualche tempo dopo, tuttavia, questa vicenda tragica ma apparentemente chiara, torna a coinvolgere María, facendo vacillare le sue certezze, spingendola a chiedersi se la realtà spiata da lontano in quel caffè non fosse che la maschera di un’altra, piú nascosta e sfuggente …”.

Un giallo, quindi. O quello che potrebbe diventare un giallo. Psicologico, magari, questo giallo. Un giallo il cui inizio lascia immaginare bene:

« L’ultima volta che vidi Miguel Desvern o Deverne fu anche l’ultima volta che lo vide la moglie, Luisa, il che continua ad apparire strano e forse ingiusto, dal momento che lei era questo, sua moglie, e io ero invece una sconosciuta e non avevo mai scambiato con lui una sola parola».

Anche alcune notazioni di minimo interesse per la storia, ma di acuta soggettività ( a pag.19 si legge ad esempio “… bisogna essere un po’ anormali per mettersi a lavorare a qualcosa senza che nessuno lo abbia ordinato …”) invogliano il lettore conducendolo giù per the-wilde-side, deviandolo dalla retta e lasciando intravedere quello che, invece, in realtà non c’è.

In effetti, in questa storia a lungo indecisa tra “Sex and the city” ed una qualche sfumatura alquanto sfumata sia del grigio sia del nero, nulla succede. Certo l’indefinitezza della trama, nell’immaginario molto deve anche al titolo, un titolo che così assonantemente richiama Alberoni ed il suo “Innamoramento e amore” che tanti guasti provocò, quanto?, una trentina e più di anni fa.

A difesa di Marias, debbo confessare che il malmostoso approccio qualcosa, se non molto, deve ai goffi richiami ai già citati “Sex and the city” e “50 sfumature di …” (perché se anche è vero che le “sfumature” quando il libro è stato scritto erano di là da venire, già ben sedimentato nei lettori e spettatori era “9 settimane e ½” suo antesignano e sicuro ispiratore con tutte quelle gonne sollevate, scarpe rimesse dopo aver tolto le calze e taxi chiamati dopo i rapidi amplessi. Nel caso poi di Carrie Bradshaw e delle sue amiche, se è vero che tipologie alla Carrie e Samantha la panterona mancano, di sicuro Maria e Luisa incarnano perfettamente ed alternativamente, i caratteri di Miranda la distratta disponibile e Charlotte l’ingenua pruriginosa. Per non parlare di Díaz-Varela, il pomo del contendere che altro non è se non un latino Mr.Big in sedicesimo.

Se poi ci metiamo che Rico, il professore suscettibile di verde vestito porta il nome del protagonista della storiella di RicoLeMagnifique che a Parigi rompeva le noci di cocco …

Fino qui, il soffermarsi su una storia che, tutto sommato, può anche starci. Quello che più stona, però, è la scrittura. Va bene che noi si legge in traduzione (e mai come in questo caso la cosa conta) ma l’escamotage, ineludibile a veder la trama, del narrare con gli occhi di una donna, si scontra, nel tentare di creare un romanzo al femminile, con una scrittura nettamente al maschile, non riuscendo a far proprie sfumature, sensibilità, pennellate tipicamente femminee (e, tornando alla traduzione, forse in questo caso sarebbe stato necessario affidarsi ad una traduttrice).

Non so spiegare, temo, la delusione, ma più la sensazione di inutilità, di spreco anche perché, dai, il romanzo non è brutto, è scritto bene, i personaggi, i loro caratteri, le loro motivazioni sono anche approfondite. Epperò è’ come vedere un bel quadro, un bel quadro di cui hai sentito parlare, che hai visto in decine di riproduzioni e poi, finalmente, eccolo, ce l’hai davanti. Lo vedi dal vivo ed è un po’ una delusione, non sapresti nemmeno dire il perché, ma c’è qualcosa che non torna, che stona, che pare falso. Senti che potrebbe essere, ma manca qualcosa, magari manca qualcosa di piccolissimo, ma quel qualcosa di piccolissimo manca e pure, se quel qualcosa di piccolissimo c’è, suona come falso. Un po’ come vedere dal vivo un quadro, magari un quadro di Jack Vettriano, “I ballerini” ad esempio: bello, sì, ma …

 

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