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Graffitismo, mostre e degrado

Mi sia perdonato l’eccesso di pedissequità (non esiste, lo so, ma lasciatemi divertire …) che però a volte, come in questo caso, è necessario.

E quindi (dal Dizionario Zingarelli):

graffitismo Movimento espressivo emerso negli USA all’inizio degli anni Settanta del 20° sec. con la realizzazione di figurazioni e scritte nello stile del fumetto e della pubblicità, eseguite con vernici spray nelle stazioni e sui vagoni della metropolitana di New York, nonché negli spazi pubblici e sui muri della città. Gli autori di questi interventi, detti anche graffiti metropolitani, sono in genere ragazzi di strada del Bronx e di Brooklyn, che si firmano con pseudonimi;

graffiti-writing (writing). – Pratica di espressione visuale ed artistica tipica dello spazio urbano, talvolta definita impropriamente graffitismo; negli Stati Uniti conosciuta semplicemente come “graffiti”, altresì con le espressioni spray-can art o aerosol-art. Nasce come attività spontanea non autorizzata basata sulla scrittura variamente elaborata, a volte calligrafica, del proprio pseudonimo (tag), mediante vernice spray o pennarello (marker), su muri del tessuto urbano e treni del trasporto metropolitano o locale; altre direzioni sono quelle del w. legale, collegato alla nascita delle hall of fame, e del mercato, con le mostre in galleria, pur rimanendo sempre viva e preponderante la componente illegale del fenomeno. Su quest’ultimo aspetto si generano le numerose controversie attorno alla sua pratica, che volta all’intromissione e all’invasione del paesaggio visuale è punita alla stregua di attività vandalica dalle autorità e considerata tale da buona parte dell’opinione pubblica, la quale, non facente parte della comunità chiusa dei writer non può comprenderne le motivazioni e ancor meno l’estetica (ma non facendo nulla, d’altronde, per avvicinarsi ad essa o tentare di comprenderla; n.d.r.) rimanendo il w. una manifestazione basata prevalentemente su un codice formale interno. Il w. è profondamente legato al mondo della cultura hip-hop e rappresenta insieme al mc-ing (rap), al dj-ing e alla breakdance una delle quattro fondamentali discipline che ne contraddistinguono l’appartenenza.

A prescindere dal fatto che, sempre e comunque, io privilegerò il punto di vista dell’artista se contrapposto a quello del “mercante” d’arte, anche se riconosco che anche quest’ultimo, soprattutto se la sua figura si mischia tra ombre chiaroscuri e pennellate illuminate (e illuminanti) a quella del mecenate, merita comunque, come nel caso di questa “Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” fino al  26 giugno 2016 a PalazzoPepoli, un sentito ringraziamento per avere permesso (anche se il motore trainante di tutta l’operazione, ça va sans dire, è il vildenaro, denaro che però, alle volte, consente privilegi, in questo caso visioni, altrimenti impossibili da ottenere) la realizzazione di quella che si propone come la prima, se non la più esaustiva, grande retrospettiva dedicata alla storia della street-art (oltre 250 opere e documenti in mostra e, per la prima volta in Italia, la collezione donata nel 1994 dal pittore statunitense Martin Wong al “Museo della Città di New York”).

Questa premessa, la contrapposizione artista / mercante, si impone, nel momento che si tenti di, se non giustificare, almeno capire il senso che ha avuto la scelta di staccare le opere di Blu, forse il più importante, quotato, internazionalmente riconosciuto graffitista (writer per meglio dire) italiano, dai muri che le inglobavano per essere esposte prima (nella mostra suddetta) e conservate poi. Scelta che, e come sarebbe potuto essere diverso, ha suscitato polemiche e prese di posizione intellettuali e fisiche (Blu ha deciso infatti di cancellare con una mano di vernice grigia i murales rimasti onde evitare futuri possibili scippi) anche dure che hanno visto alternarsi e via via prendere posizioni opposte sull’argomento da una parte Blu e i duri e puri come Ericailcane e dall’altra i possibilisti come Cuoghi&Corsello (io, dal mio inascoltato punto di vista, mi sento naturalmente, ed infine, d’accordissimo sul principio che comunque dovrebbe spettare all’artista la decisione sul futuro delle proprie opere specialmente se queste “… sono fatte della stessa materia di cui sono fatti i sogni …”, giusto per parafrasare Chandler e prima di lui Shakespeare e Platone prima di loro, e come tali e per loro stessa essenza caduche e soggette al decadimento temporale, atmosferico, ecc …).

Tutto questo avviene mentre infuria la polemica sul degrado in città. Degrado che da più parti viene compulsivamente identificato con il graffitismo: certo, l’imbrattamento è una cosa, il graffito, come tentato di spiegare, un’altra (cercate se ne avete voglia l’inchiesta che Mongolfiera pubblicò il lontano 8 maggio 1992: http://www.zic.it/wp-content/uploads/zic_opuscolo1.pdf) in cui i writers tentano di spiegare il loro lavoro, la loro weltanschauung: “…  con la voglia di disegnare mi sono avvicinato a questo modo di esprimermi. Si inizia con delle idee, con una bomboletta e con delle emozioni che uno sente dentro. Inizia a far conoscere il proprio nome che è la cosa principale. L’opera d’arte in sé è un insieme di idee che si fa per sé e per gli altri … quando si ha un’idea si mette su carta con colori e tutto. Poi si vanno a comprare le bombolette… che vanno anche a 13.000 lire l’una. Solo le migliori però, cioe le Marabu. Si va al muro, possibilmente non troppo in vista ma anche vicino a un lampione, qualcosa che illumini almeno un po’, si fa la matita e poi si procede con la bomboletta … la zona battuta è una sfida perché bisogna lavorare veloci e bene. Nella zona isolata invece, visto che si può lavorare con maggiore tranquillità la sfida consiste nel fare scritte di grandi dimensioni e non è facile … in due o più ci si insegna a vicenda, e alternativamente si fa il palo …”.

StevenDuda

 

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