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Grisham e Connelly: ultimi romanzi dei due pesi massimi dell’editoria internazionale

Questa settimana a contendersi il primato nel nostro aringo virtuale, sono due pesi massimi dell’editoria internazionale. Due veri e propri facitori seriali di bestsellers, gente da centinaia di migliaia, ma che dico centinaia di migliaia, milioni, milioni veri di copie.

Signore e Signori, a voi John Grisham e Michael Connelly o meglio i loro ultimi (ultimi nel momento in cui sto scrivendo, ma nulla vieta di pensare che quando voi leggerete queste poche righe loro non abbiano già editato un nuovo, succoso e fruttuoso capitolo delle rispettive saghe da narratori) romanzi: “La resa dei conti” di Grisham e “Doppia verità”, l’ennesimo capitolo delle avventure del detective Hieronymus “Harry” Bosch, di Connelly.

Personaggi carismatici e dalla vita da romanzo essi stessi (Grisham originario di una cittadina del profondo sud, avvocato di provincia, eletto per i democratici alla Camera dei rappresentanti del Mississippi, il suo primo romanzo “Il tempo di uccidere” fu rifiutato come da prassi da diversi editori prima di vedere la luce nel 1987, primo di una serie di altri romanzi tutti ad impianto giudiziario che fecero di lui l’autore più venduto degli anni ’90 con un totale di più di 60 milioni di copie; Connelly, nativo di Philadelphia, ma si trasferisce in Florida durante l’università, è ingegnere come il padre, si appassiona al genere giallo leggendo Chandler e inizia a scrivere per quotidiani locali di Fort Lauderdale e Daytona Beach; in seguito al successo di un suo reportage su un disastro aereo viene assunto come giornalista criminologo per il LosAngelesTimes città dove riesce a prendere in affitto l’appartamento, bellissimo e immaginifico, in cui Robert Altman aveva ambientato l’abitazione del suo Marlowe, interpretato da Elliott Gould, ne “Il lungo addio”, la più bella, e definitiva, trasposizione cinematografica del genere), entrambi i romanzi rispecchiano in pieno le caratteristiche, le poetiche narrative, gi stilemi, i vezzi ed i difetti delle scritture dei due romanzieri.

Ed allora, diciamolo. Sembra di leggere la stessa storia: vengono aggiunti particolari, si approfondiscono caratteri, variano, ma poco, le ambientazioni, sono introdotti personaggi che nulla o molto possono regalare al plot narrativo, ma la sensazione è quella di ritrovarsi sempre immersi nella stessa atmosfera, di stare vivendo, per interposta persona ovvio, la stessa vita in compagnia degli stessi amici, o compagni d’avventura, di sempre.

Intendiamoci; non certo una brutta sensazione se sai cosa vuoi, di cosa hai voglia in quel momento, se ti avvicini alla lettura sapendo già in partenza che ciò che cerchi lo troverai, e alla grande, offerto nella maniera più professionale possibile.

In sintesi, non bisogna aspettarsi novità, nuove frontiere stilistiche o voli pindarici di una creatività che nel caso di entrambi (e di tutti quegli autori che si dedicano alla scrittura, alta beninteso, di studiati bestsellers) viene posposta alla solidità della trama e alla professionalità del risultato offerto e che spesso e volentieri trova una più compiuta espressione nelle tante trasposizioni cinematografiche tratte dai romanzi di entrambi gli autori (tralasciandone molti, “Il momento di uccidere” con Matthew McConaughey, Samiel L.Jackson e Sandra Bullock, “Il socio” con Tom Cruise, “Il rapporto Pelican” con Julia Roberts, “Il cliente” con Susan Sarandon e TommyLee Jones, “L’uomo della pioggia” di Francis Ford Coppola con Matt Damon dagli omonimi libri di Grisham o “Debito di Sangue” di e con Clint Eastwood, “The Lincoln Lawyer” con Matthew McConaughey e Marisa Tomei o la serie televisiva “Bosch” tratta, appunto, dai romanzi aventi come protagonista l’omonimo detective).

Non fanno, chiaramente, eccezione, questi due romanzoni, si potrebbe dire, 418 pagine quello di Grisham, solo 384 quello di Connelly che però, questione di weltanschauung letteraria personale, si legge meglio, più scorrevole, più mosso, più avvincente specialmente se quello che si cerca in una lettura del genere è azione, ritmo, empatia.

Se infatti ne “La resa dei conti”, ambientato nel 1946 nel sud profondo del Mississippi, si narra il ritorno a casa, una casa che troverà molto diversa da quella che aveva lasciato, di Pete Banning reduce ed eroe di guerra dopo anni di reclusione in un campo di prigionia giapponese nelle Filippine (e da qui parte il solito plot giudiziario tipico di Grisham), in “Doppia verità” siamo alle prese con il ventesimo romanzo dedicato alle imprese del detective del SFPD (SanFernando Police Department ma prima era stato detective al ben più prestigioso LAPD), storia in cui si trova ad interagire con un altro personaggio cui Connelly ha dedicato sei romanzi, l’avvocato “in automobile” Mickey Haller (fratellastro dello stesso Bosch) ed incentrata sulla risoluzione di un duplice omicidio che lo porterà a muoversi negli ambienti del traffico di medicine gestito dalla mafia armena mentre, contemporaneamente dovrà difendersi (è qui che si dimostreranno fondamentali le capacità del fratello) da una indagine a proprio carico.

Fossimo in periodo, potrei definirle due letture estive, solida padronanza delle emozioni e dell’alternarsi delle situazioni che possono far propendere la propria simpatia verso l’uno o l’altro dei protagonisti.

Tenendo comunque presente di trovarsi di fronte in ogni caso ad alta letteratura di genere, se ghettizzare la letteratura, qualunque letteratura, in generi preconcetti avesse un senso.

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